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L’antimafia sociale si affianchi subito a quella dello Stato

È passato giusto un mese dalla terribile mattanza consumatasi alla stazione di San Marco in Lamis, che ha coinvolto anche due agricoltori innocenti. Una riflessione s’impone per capire qual è la direzione che bisogna intraprendere,  la risposta che è stata data e le tante risposte che bisogna ancora apprestare.

Per la prima volta le autorità dello Stato – ministro degli Interni e il capo della Direzione nazionale antimafia – hanno usato accenti molto forti e preoccupati sulla pericolosità delle organizzazioni criminali mafiose che operano in provincia di Foggia. Una presenza che riguarda l’intera Capitanata con l’unica eccezione dei piccoli comuni dei Monti Dauni, svuotati della presenza umana e sempre più emarginati.

I provvedimenti annunciati dal ministro Minniti vanno nella direzione giusta, ma devono trovare piena attuazione nel giro di poche settimane. L’intero territorio va presidiato, dalle periferie dei grandi comuni alle coste del Gargano, per fare degli esempi. C’è bisogno di corpi attrezzati e di personale specializzato nella lotta alle mafie e nel campo sia della prevenzione che del contrasto. Le mafie vanno combattute incidendo pesante-mente sui loro enormi patrimoni economici, sulla loro organiz-zazione militare (dalla grande disponibilità di armi alle strutture logistiche) e bonificando quei settori degli apparati amministrativi e politici che offrono avalli alla penetrazione criminale.

Non è un compito facile, ma da esso non si può deflettere. C’è un problema di risposta dello Stato, ma c’ è anche un compito e un dovere della società civile.  Credo che sia sbagliato opporre l’antimafia dello Stato a quella sociale. Le due risposte si devono incrociare e diventare complemen-tari ed essenziali. È necessaria ed urgente un’iniziativa che va dall’alto in basso e un’altra che va dal basso in alto.

Senza la presenza diffusa, capillare e incisiva dell’azione dello Stato e senza un sussulto democratico  e una riscossa della società civile non si va da nessuna parte. Pratiche malavitose sono spesso tollerate nella coscienza comune e la cultura dell’omertà non aiuta a sviluppare quegli anticorpi sempre più necessari per debellare strutture agguerrite e potenti.

Il lavoro da fare non è di breve durata e richiede una lunga lena. La lotta alle mafie è battaglia per la sicurezza personale e collettiva delle persone e dei beni, ma è anche una battaglia democratica e di libertà, oltre che una condizione imprescindibile per uscire dalle grandi difficoltà economiche in cui si dimena la Capitanata da molti anni. Non voglio stabilire parallelismi facili. Ma la strage del circolo Bacardi a Foggia del 1986, oltre ad evidenziare la plastica presenza della mafia, ha segnato anche l’inizio del rallentamento dell’economia dauna. Le grandi difficoltà in cui si dimena la Capitanata dipende anche dalla sempre più pervasiva presenza criminale.  Senza sicurezza nessuno può investire e senza sicurezza nessuno può illudersi di attrarre investimenti puliti. La criminalità mafiosa si mangia l’economia e il futuro dei giovani.

Va sviluppata su tempi medi una risposta corale che deve toccare gli amministratori locali, le forze organizzate dell’imprenditoria e del lavoro, le scuole e l’università. Con più coraggio bisogna disinquinare le sacche di corruzione della pubblica amministrazione che fanno da sponda alla presenza criminale. Io penso che nel mese di ottobre si possa dedicare una settimana di iniziative articolate su questi temi. Si convochino i consigli comunali, si preparino iniziative di educazione alla legalità nelle scuole, si stabiliscano momenti simbolici di interruzione delle attività nelle fabbriche, negli uffici, nei cantieri. La stessa Chiesa della Capitanata può dare un valido contributo a far maturare una consapevolezza più forte e diffusa del pericolo che corriamo.

La situazione è preoccupante, ma non disperata. Anche nella nostra pro-vincia vi sono energie, forze che, unite, possono segnare un’inversione di tendenza per restituire ai cittadini sicurezza, libertà e futuro.

Michele Galante    
Da “La Gazzetta del Mezzogiorno”, 10 settembre 2017

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