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San Marco in Lamis, grande successo partecipativo per l’incontro su "I linguaggi social"

SoccioFondazioneLinguaggiGianPasqualeGrande successo partecipativo per la conversazione su “I linguaggi dei social”, tenutasi l’altra sera nell’accogliente e moderno auditorium della Biblioteca Comunale, a San Marco in Lamis.

Non a caso stracolmo di pubblico, in prevalenza composto dagli alunni delle Scuole Superiori del posto (Licei, Tecnici e Professionali) e dai loro insegnanti. Ad introdurre tema e relatore ci ha pensato Michele Galante, in veste di presidente della Fondazione “Angelo e Pasquale Soccio”, sodalizio promotore dell’iniziativa, lamentando da subito gli effetti negativi della cosiddetta “rivoluzione digitale”. A suo dire, in primis, la comparsa dei grandi network avrebbe messo in discussione le tradizionali forme del “leggere, scrivere e far di conto” di una volta, mortificando così i linguaggi e le forme di comunicazione, maturatisi nel corso dei secoli, dalla civiltà della scrittura sino a quella dell’immagine (TV).

Addirittura, secondo quanto si va dicendo, le stesse biblioteche e i libri non avrebbero più senso e funzione. Il nuovo Dio si chiamerebbe “Internet”, dove si può trovare e sapere di tutto, diventando l’unico e vero credo del sapere universale. In proposito, tira fuori il nome di Giuseppe Antonelli (docente di Linguistica all’Università di Cassino e redattore dell’inserto “La Lettura” del Corriere della Sera e di narratore delle storie di parole su Rai 3). Tanto, per spiegare e spiegarsi il nuovo linguaggio dei Network. Insulti e parolacce, secondo Antonelli, ci sarebbero anche nei testi sacri del Leopardi. Galante parla, poi di impoverimento del linguaggio italiano, pieno di anglicismi, approssimativo e zeppo di insulti. Un modo di essere e di pensare che si sovrapporrebbe alla civiltà del confronto e del dialogo. A suo dire, la legge dell’insulto si ripercuoterebbe negativamente sul terreno democratico e il rispetto dell’altrui punto di vista. Tornare indietro non è possibile, ma coniugare la libertà e la responsabilità sì, perché permetterebbe di esercitare non solo la propria libertà di espressione, ma anche salvaguardare quella degli altri. Quindi, prende la parola Ferdinando Pappalardo, ordinario di Letteratura Italiana all’Università di Bari. Quest’ultimo analizza il tema a tutto campo, constatando che il fenomeno in atto riguarda quasi la totalità degli Italiani, per il 52% attivi sui social media e per il resto pratico della telefonia mobile. Insomma, ci troveremmo, secondo il suo dire, di fronte al noto ”villaggio globale” preconizzato da Marshall Mc Luhan oltre cinquant’anni fa. L’unico aspetto non trattato ed imprevedibile sarebbe quello dell’interattività degli attuali smartphone che ti permettono di spaziare ovunque e di interagire in tempo reale. Quali guadagni, quali perdite rivengono dall’attuale modo di comunicare? Vantaggi: rapidità e tempestività della comunicazione, dilatazione planetaria, ecc. Tra i rischi: impoverimento dei rapporti personali, socializzazione e integrazione illusoria (persino per i migranti). Si aggiungono, poi: narcisismo; esibizionismo; inciviltà e violenza verbale (favoriti dall’anonimato); invasione sfera pubblica-privata; mancanza di certezza; populismo. La crescita esponenziale dei simbolismi e l’uso sconsiderato delle immagini nei social media (Instagram, Wars-app, ecc.) danneggerebbe, altresì, il linguaggio verbale, come pure lo spersonalizzerebbe, adeguandolo a formule stardardizzate. Come pure gli sms e l’assenza dei suoni e del parlato telefonico, farebbero il resto.

L’imbarbarimento linguistico, sempre secondo il professore universitario, non sarebbe solo della comunicazione digitale, ma risalirebbe ad oltre trent’anni fa coll’avvento dei mass-media e il livellamento e l’internalizzazione del linguaggio, definita da Italo Calvino un’epidemia. Epidemia che colpirebbe anche il vocabolario che diventa sempre più rachitico e generico. “Il lessico – precisa il relatore – è parte fondamentale della storia di un popolo” e pertanto va salvaguardato per garantirne l’identità. Da qui l’osservanza delle regole e di una grammatica aggiornata anche in questo campo. Spetterebbe alla scuola attuarne l’esercizio (risposta alla domanda provocatoria avanzata al riguardo dal docente Gian Pasquale La Riccia).  

Infine, Pappalardo conclude il suo discorso, rifacendosi al grande intellettuale americano George Steiner (nato a Parigi). Secondo quest’ultimo, l’Europa ha un avvenire solo se se si mantiene fedele al suo “genio” e capace di custodire il “mosaico ricchissimo” della sua “diversità linguistica e culturale” . A dire dell’insigne interlocutore, non ci sarebbero “lingue minori”. Ciascuna lingua contiene, articola e trasmette non soltanto un patrimonio irripetibile di memorie vissute, ma anche l’energia evolutiva dei suoi futuri, una potenzialità per il domani. “La morte di una lingua - precisa - è una perdita irreparabile, limita le possibilità umane. Abbiamo distrutto i dialetti (e dobbiamo essere grati agli studiosi come Michele Galante, che si preoccupano almeno di conservare i reperti”. Insomma, ci saluta, ironizzando (in cuore è convinto del contrario): “ora lasciamo che vada in malora anche l’italiano; non accusatemi di fare il catastrofista se dico che in questo processo io vedo insieme una causa e un effetto del declino del nostro paese”.

Nella Foto da sx: Gian Pasquale La Riccia, Ferdinando Pappalardo e Michele Galante

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