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Le tre mafie di Foggia

Piernicola-silvisVieste, la cosiddetta perla del Gargano, è nella Top Ten delle località balneari italiane, con un flusso turistico medio di due milioni di villeggianti nel periodo estivo. Eppure quest’anno la mano dei killer della mafia garganica ha colpito al cuore questo patrimonio sociale ed economico.

Alle due di un bollente pomeriggio di fine luglio, due sicari entrano nell’"Antica bruschetta”, il ristorante in centro storico di cui è titolare Omar Trotta, precedenti per droga e poco altro, e con tre colpi di pistola lo uccidono davanti alla moglie e alla figlioletta di pochi mesi. I turisti presenti ovviamente fuggono terrorizzati. La mafia garganica, così, colpisce anche d’estate. Fino a ora la mano dei killer aveva sempre evitato di uccidere durante la stagione estiva.

Alla criminalità organizzata non fa certo comodo che Vieste e il Gargano siano più famosi come territori di mafia che per le belle coste e la piacevolezza della gente. Se il turismo crollasse, crollerebbero inevitabilmente anche gli affari delle centinaia di alberghi, negozi e siti balneari sotto estorsione, e iboss resterebbero a bocca asciutta. O, quantomeno, verrebbero a perderci parecchio, se il flusso di denaro spinto in zona dai vacanzieri diminuisse. Ma non basta.

Dopo una decina di giorni, il nove agosto in una landa garganica i sicari della mafia uccidono quattro persone: due pregiudicati e i fratelli Luigi e Aurelio Luciani, che con la criminalità non hanno nulla a che vedere e che per puro caso si trovano nel luogo dell’agguato. Dopo la morte dei due fratelli di San Marco in Lamis, lo Stato si organizza per dare alle batterie foggiane una risposta adeguata. C’era bisogno, per questo, di una strage e la morte di due innocenti? Evidentemente la risposta, amara e forse scontata, è “sì”.

Occorre adesso fare un passo indietro, perché della mafia foggiana e di quella garganica nel Paese pochi sanno qualcosa. Non è cinematografica come Cosa nostra, Camorra e ‘Ndrangheta. Non celebra rituali semiesoterici di affiliazione. Non ha cioè quel fascino malato che possa renderla nota all’opinione pubblica, quindi è necessario spiegare brevemente di cosa parliamo.

Nella provincia di Foggia esistono tre mafie, che nulla hanno (e hanno avuto) a che vedere con la Sacra Corona Unita, confinata – per ciò che ancora ne resta – nel lontano Salento. La mafia dei cerignolani, dedita per tradizione a eclatanti rapine a blindati portavalori e allo spaccio di stupefacenti. Poi quella del Gargano, cioè Vieste e altre località rivierasche, che controlla le estorsioni ai siti turistici e gestisce il traffico di droga. E infine la “Società Foggiana”, la criminalità organizzata di Foggia e San Severo, due centri da 160.000 e 55.000 abitanti. La mafiosità di tali organizzazioni è attestata da varie sentenze di condanna per 416-bis, e il giro di affari è il consueto: estorsioni e traffico di droga.

Il quadro in cui si inserisce la guerra mafiosa di Vieste è una delle sottotrame di questa più ampia storia criminale. Proviamo a scorrerne brevemente i fotogrammi. È il 2009, droga ed estorsioni sul Gargano sono appannaggio esclusivo di due clan consociati della zona di Monte Sant’Angelo, i Li Bergolis e i Romito. Franco Li Bergolis, il boss di uno dei due gruppi, viene però condannato a pene durissime, di cui attribuisce la ”colpa” ad alcune delazioni che secondo lui i Romito, batteria fino ad allora affratellata, avrebbero fatto ai carabinieri.

La vendetta dei Li Bergolis è spietata. Il 21 aprile del 2009 vengono uccisi in pieno giorno, a Siponto, Franco Romito e Giuseppe Trotta, e dopo poche settimane la risposta: viene ucciso in un agguato Francesco Li Bergolis. In una manciata di mesi i morti – da una parte e dall’altra – sono in tutto sei, fra cui un ragazzo di soli 23 anni. Fatto sta però che se, da un lato, nel 2010 la guerra di mafia esplode in tutta la sua virulenza, anche la Giustizia colpisce duramente. A settembre Franco Li Bergolis, latitante, viene arrestato per scontare un ergastolo, e altri affiliati alla sua batteria vengono condannati a pene elevate.

I vertici del clan si affievoliscono, e i Romito si defilano. Questo vuoto nel potere mafioso garganico lascia degli spazi, che nella zona di Vieste vengono subito occupati da Angelo Notarangelo, che con il suo clan spadroneggia nella droga e nelle estorsioni. Ma nel gennaio del 2015 il boss Notarangelo viene ucciso da quattro sicari armati di AK 47.

Chi ha ordinato la sua morte? Un clan rivale emergente? Il suo vice Marco Raduano, che in una specie di ammutinamento elimina il capo per prenderne il posto? Da allora la situazione della criminalità garganica vive un momento di estrema fluidità, in cui non si sa più chi sta con chi. L’unica cosa certa è che, dall’omicidio di Notarangelo, nella zona di Vieste le armi dei killer hanno ucciso altre cinque persone, tutte in qualche modo legate alla malavita.

È in questo scenario che si inquadra l’omicidio di Omar Trotta. Era legato a Notarangelo, e le ipotesi su chi lo ha ucciso sono quelle consentite dalla caotica situazione della mafia garganica. Ovviamente, anche l’omicidio del 9 agosto di Mario Romito, che ha coinvolto il cognato e gli agricoltori Luigi e Aurelio Luciani, si inquadra nella lunga scia della guerra fra i Li Bergolis e i Romito.

Oggi, come si intuisce, la criminalità garganica si declina in dinamiche in apparenza scomposte. In apparenza, però, perché in realtà montanari ed esponenti della Società foggiana sono in contatto da tempo, e in una distopica visione del futuro le due organizzazioni potrebbero unirsi in a una sola e temibile struttura criminale. D’altronde i prodromi ci sono già. Anche prescindendo dai rapporti fra clan foggiani e garganici, le recenti operazioni antidroga delle forze dell’ordine, che nella zona di Vieste hanno portato al sequestro di centinaia di chili di marijuana provenienti dall’Albania, ne sono la riprova.

L’organizzazione che ha gestito il passaggio dello stupefacente attraverso l’Adriatico è composta da foggiani, garganici e cerignolani, tutti in contatto con la criminalità albanese. E nei mesi di maggio, giugno e luglio scorsi a San Severo, Foggia e Apricena, quindi nella provincia di Foggia, sono stati commessi otto omicidi di mafia, mentre sul Gargano un giovane – come spesso avviene – è scomparso senza lasciare traccia.

Infine, la strage di San Marco del 9 agosto. Le domande sono molte. Questi omicidi sono collegati? Se sì, qual è il filo rosso che li unisce? Il cerchio delle tre mafie si sta chiudendo?

A questi interrogativi daranno risposta le forze dell’ordine e la magistratura, nella speranza di non dover ancora una volta attendere altre morti eccellenti, affinché la politica nazionale si renda definitivamente conto del pericolo rappresentato per il Paese dalla quarta mafia. Quella della Capitanata.

Piernicola Silvis. Poliziotto e scrittore. Ex Questore di Foggia
mafie.blogautore.repubblica.it

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