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La specie imprevista n. 460: La stanza delle figlie

Aldo Moro brLe parole e i proclami di quei giovani venivano quasi sussurrati. Non si voleva che arrivassero al di là di quei muri, sottili. E poco vissuti, da quella gente che viveva lì solo da poco tempo. Lo stretto necessario per decidere la vita di un uomo che poco poteva su decisioni che vennero prese in modo poco chiaro e per niente giusto.

Veniva chiamata “la prigione del popolo”. Anche se quello spazio appena vitale, era servito per tenere rinchiuso il prigioniero Aldo Moro. Lì dentro non c’era un popolo, ma un solo uomo che in quel momento rappresentava la politica italiana. Che da tempo era bersaglio dei terroristi che volevano non si è capito bene cosa. Secondo me non lo sapevano neanche loro!

Via Camillo Montalcini, n. 8. Piano 1, interno 1. È questo l’indirizzo che rimarrà per sempre nella memoria di tutti e nella storia recente del nostro Paese. Un appartamento come tanti situato alla periferia sud di Roma, diventato simbolo della detenzione di un uomo che venne processato e giustiziato lì. Tra quelle mura. Senza la possibilità di difendersi.

Tra quelle quattro mura a distanza di quarant’anni vivono due bambine, di 7 e 4 anni. Penso che siano ignare del posto dove abitano: cosa si può dire a due bambine di quella stanza? Cosa si può spiegare. Quel soffitto ha visto dall’alto la disperazione di Aldo Moro e ha letto le sue lettere   inviate alla famiglia e agli uomini della Democrazia Cristiana, politici che non hanno voluto o potuto liberarlo.

Lettere scritte con l’inchiostro ma dettate dall’anima di quell’uomo, forse riecheggiano ancora quando quelle due bambine giocano, facendo rimbalzare un pallone su quei muri. Ci sarà un momento in cui il rumore del pallone e gli echi lontani di parole sussurrate e gridate si fondono. Per dare vita a momenti difficili da comprendere e raccontare.

Muri che non vivono di vita propria, prendono linfa da un passato doloroso e da un presente che vede al futuro con rinnovata gioia perenne. Quella stanza da pochi anni è di queste due figlie, di due genitori che senza dubbio conoscono cosa nasconde quella casa. Teatro di una prigionia e di un’esecuzione che riecheggia ancora con quegli spari, rivolti ad un uomo ormai emaciato. E poi spinto nel bagagliaio di una Renault 5 rossa.

Non ci sono fantasmi in quella casa, e nemmeno in quale stanza. Non hanno motivo di esistere lì. I fantasmi esistono dove vogliono far sapere ai posteri cosa è successo in quel posto a gente che non è a conoscenza delle vite vissute e trascorse tra quelle mura.

Quello che successe in quell’appartamento è ormai storia: i fantasmi non possono aggiungere altro che non si sappia. Forse ci sono delle ombre diafane non di Aldo Moro, ma dei terroristi che lo tennero prigioniero: è gente ancora viva, ma che proietta la loro coscienza oltre il proprio corpo anche a distanza di chilometri.

Le parole dette, suggerite, sussurrate e forse a volte gridate sono rimaste in quella stanza, dove quelle due bambine dormono. Sono frasi che difficilmente vennero capite all’epoca, quando alcuni giovani “comunisti combattenti” terrorizzarono l’Italia uccidendo e rubando. Riecheggiano nella notte, cercando di entrare nei sogni delle due bambine che loro li considerano degli incubi.

Gli incubi non hanno una logica: si capisce soltanto che non rispecchiano il ragionamento degli uomini, figuriamoci dei bambini. La notte ci mette del suo, quando arriva; il sonno si arrende quando arriva; le parole dei terroristi rimbalzano in quella casa, sono come dei libri stampati con inchiostro indelebile. Girano intorno, sbattono su una parete per rimbalzare su un’altra.

La stanza di queste due figlie è sempre piena di parole. Che non si capiscono, che si spingono tra di loro, cercano di farsi spazio. Le parole di Moro, quelle dei brigatisti, quelle delle due bambine quando giocano. Anche le parole dei genitori delle due bimbe affollano un ambiente non molto grande. La confusione lì dentro tra reale e ciò che lo è stato tempo fa, è totale.

In quella stanza le distanze si sono accorciate. Lì vive un mondo che non c’è più da tempo. Da quando la protesta violenta di una volta e quella di adesso soprattutto verbale, non danno possibilità di vie di mezzo: o si protesta come una volta oppure si sta zitti! Adesso tutti che parlano sui social, che ha la controindicazione di non essere ascoltati. La possibilità di comunicare che abbiamo oggi non colpisce molte persone. Parlare, emanare editti e dire la propria su tutto, non ha molta presa sull’opinione pubblica: la tua opinione vale quanto la mia!

In quella stanza regna un silenzio assordante, come potrebbe regnare un caos che non fa rumore. Dipende da chi c’è lì dentro. Le due figlie avranno la sensazione di un rumore di fondo quando i loro genitori entrano e guardano le loro figlie, come quando si guarda il passato negli occhi di un vecchio. Quella stanza racchiude dentro di se un passato doloroso e un futuro da costruire. Racchiude la presenza di sangue, e lacrime di bimbe che cadono giocando. Racchiude ciò che la mente può concepire e anche ciò che non riusciamo a capire.

La vita e la morte stanno lì dentro. E non vogliono uscirne.

Soundtrack: “The Show Must Go On” - Queen

Book recommended: “La notte della Repubblica” di Sergio Zavoli             

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