Venerdì, Maggio 24, 2013
   
TEXT_SIZE

Francesco Paolo Borazio

frborzioFrancesco Paolo Borazio nacque a San Marco in Lamis (FG) il 4 gennaio 1918. Dopo aver conseguito il diploma di licenza elementare con votazione tra "buono" e "lodevole", nel 1930 s'iscrisse al Regio Corso biennale di avviamento al lavoro che porterà a termine regolarmente. Dal 1932 si avviò ai mestieri di spaccapietre ed imbianchino. Nel 1939 venne chiamato alle armi come soldato di leva e poi ivi trattenuto a causa dell'imminente stato di guerra. I suoi lavori pubblicati postumi, a distanza di un trentennio dalla morte, sono: il poemetto eroicomico in vernacolo garganico "Lu Trajone" (Il Dragone) (a c. di M. Coco, A. Motta e C. Siani, San Marco in Lamis, Quaderni del Sud 1977) e la raccolta di poesie "La preta favedda" (La pietra parla) (a c. di S. D'Amaro, A. Motta e C. Siani, Manduria, Quaderni del Sud / Lacaita 1982). Durante la guerra, inviato al fronte iugoslavo, Borazio contrasse una malattia polmonare che lo portò a peregrinare per vari ospedali militari italiani e a stabilirsi poi definitivamente, nel 1950, nella nativa San Marco in Lamis ove morì, appena trentacinquenne, in data 28 maggio 1953. Francesco Paolo può considerarsi un letterato essenzialmente autodidatta.
Ha avuto poco tempo per formarsi una cultura superiore, appresa sicuramente negli anni successivi alle elementari e, più probabilmente, negli anni di vita al fronte nonché durante la malattia post bellica: un tirocinio faticoso dunque ed avvenuto in condizioni assai disagiate e singolari. La frequentazione privata e personale degli ostici manuali di retorica e stilistica gli fornirono gli strumenti per poetare in italiano: un apparato linguistico, questo, che esprimeva con distorsioni e forzature la sua concezione del mondo, ma che gli permise di dare forma artistica al suo umile dialetto. Il possesso della tradizione colta gli consentì di scoprire ed assaporare appieno le potenzialità vere della letteratura dialettale. Ecco uno dei motivi per i quali il Borazio, nonostante il duro tirocinio linguistico-letterario, rimase pienamente immerso nella realtà della vita popolare e paesana che provvide a rappresentare nel poemetto eroicomico "Lu Trajone" (Il Dragone), mediante l'adozione dell'apparato fabulistico. Sperimentazione linguistica e strutturale si intrecciano in tale poemetto a testimoniare le grandi potenzialità artistiche di questo poeta fatalmente stroncato dalla morte proprio nel momento in cui incominciavano a trapelare nelle sue opere i primi barbagli di una visione unitaria, di un'organica fusione tra moduli colti e toni popolari. Dal punto di vista strutturale Lu Trajone rappresenta un ironico capovolgimento dello schema stereotipato della fiaba popolare. Il terribile Dragone, il cattivo dunque, che sconvolge la tranquilla comunità di San Marco in Lamis, si rivela essere alla fine una realtà inesistente, solo una superstizione popolare; la vittima e l'eroe, che dovrebbe essere un personaggio dai nobili natali e dai poteri sovrannaturali, sono rappresentati insieme da una coppia di fidanzati. Scomparsi per un'intera notte, i due giovani vengono erroneamente creduti l'ennesima vittima del Dragone dall'intero villaggio che decide di vendicarli uccidendo il mostro. Alla fine i due amanti, ritrovati in teneri atteggiamenti, rivelano la loro fuga d'amore nonché l'inesistenza del drago come entità fisica ma, e questo è il sottile messaggio del poemetto, la sua esistenza come pericolosa superstizione radicata nelle menti del popolo. La favola si conclude con il matrimonio tra i due amanti: una vittoria sulle false credenze, una vittoria che forse è anche un messaggio: che il nuovo Mezzoggiorno (il poemetto è stato scritto nel '49 e risente fortemente del clima di liberazione dal mostro-fascismo) si 'fecondi', ripudi i falsi miti e si riscatti dall'antica subordinazione. Dal punto di vista linguistico riscontriamo una forte vivificazione del dialetto sammarchese, generata dalla contaminazione con i moduli colti. Sono presenti parole prese dall'italiano al fine di rappresentare realtà nuove; tali parole sono ovviamente 'profanate' dal punto di vista grafico e ciò testimonia l'esistenza di un rapporto dinamico tra dialetto e lingua, l'esistenza di una spinta 'progressista' nei confronti del dialetto, che gli fornisce gli strumenti atti all'espressione di realtà attuali, svecchiandolo e quindi epurandolo dalle componenti più meramente 'vernacolari'. Va da sé la presenza di registri linguistici assai vari, afferenti ad ambiti diversi: quello regional-burocratico del sindaco e del segretario comunale, quest'ultimo poi particolarmente paludato, quello vacillante tra dialetto e lingua dei dialoghi tra popolani e quello compattamente dialettale delle poche comparse femminili. Ne risulta un allegro bozzetto dalle pennellate assai diversificate, mai monotone e scandite dalle danzanti sestine di endecasillabi a rima alternata con distico finale a rima baciata. Tali schemi (soprattutto quello metrico), che si prestano a rendere appieno i virtuosismi dialettali del Borazio, il tono autoironico e burlesco, lo sguardo bonario e scherzoso dell'autore, ben riecheggiano la tradizione letteraria di generi e poeti (Pulci, Ariosto, Tassoni etc.) su cui, con tanta fatica, l'autore si era esercitato. Al di là dell'intreccio e delle prove di abilità tecnica, si percepisce dai versi di tal poemetto il sincero legame tra Borazio e la sua terra, evidente nel ritratto che egli fa, vivido e assai suggestivo, della natura murgiana, dei monti e terre brulli; evidente nella rievocazione di nomi di luoghi natii: "l'Orte lu Signure, la Vadda della Jana, la Preta la Vucella" etc.. Forte è anche il legame tra Borazio e la gente del suo paese, che egli sente come una collettività verso la quale cercò sempre di operare in direzione dell'impegno civile e politico (era di formazione socialista, e nel 1953 collaborò alla campagna elettorale per le elezioni politiche, disegnando manifesti politico - satirici per il Partito Socialista).

Condividi

Chi è online

 196 visitatori online
Banner