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Fabrizio De André: dai vicoli alla spiritualità all’impegno civile

fabrdgsfsaSeconda Parte della storia musicale del cantautore genovese. I suoi album dal 1967 al cosiddetto “album dell’Indiano” del 1981.

cover-storia-di-un-impiegato bigIl primo album che Fabrizio de André pubblica è del 1967, si intitola Volume Uno e raccoglie buona parte del materiale finora noto soltanto a 45 giri. I suoi classici si sono tutti: da “Bocca di rosa” a “Via del Campo” passando per “Preghiera in gennaio”, dedicato al suo amico Luigi Tenco che si è appena suicidato, sino a “Carlo Martello” scritto con Paolo Villaggio – con tanto di corno francese -  il cantautore genovese mette in mostra tutti i lati della sua scrittura eterogenea con qualche debito verso la canzone francese. Già dal secondo disco, pubblicato l’anno successivo, - dal titolo “Tutti morimmo a stento” – però il cantautore genovese rivela la sua attenzione per il Concept. Nell’album vi sono tutti i germi del malessere contemporaneo: da “Cantico dei drogati” a “La ballata degli impiccati” sino a “Leggenda di Natale” – Fabrizio de André entra, con cinismo misto sentimento, nel cuore dei problemi dell’anima attraverso una scrittura dai riferimenti letterari, ma con toni crudi e profondi. Il successivo Volume Tre, parzialmente antologico, uscito nel 1968, accoglie il respiro intellettuale del cantautore genovese attraverso alcuni brani che mettono a fuoco il mondo degli umili, degli irregolari e dei perdenti. E’ il suo marchio di fedeltà, il filo di Arianna che lo porterà lontano nel tempo, la sua bussola tascabile. Vi sono brani, accennati nel precedente articolo (da Cecco Angeleri a Il gorilla di Brassens, a La guerra di Piero, etc.), che hanno lasciato un segno tangibile e non soltanto nella storia della canzone d’autore italiana.

Il Fabrizio de André spirituale attraversato da una folgorazione mistica lo troviamo nel disco La buona novella opera tratta dai quattro Vangeli Apocrifi, “quelli dell’ufficio stampa di Gesù Cristo” come li definiva (esattamente il Protovangelo di Giacomo e, soprattutto, il Vangelo arabo dell’Infanzia). Vi suonano i Quelli, gruppo beat che presto sarebbero diventati Premiata Forneria Marconi, con un suono all’altezza dell’impegno narrativo. “Il sogno di Maria”, quarto brano del disco, è una delle canzoni più belle in assoluto, molto lontana dai canoni del catechismo. Laddove tutti guardano alla contestazione, (siamo nel 1969 quando Fabrizio e Roberto Dané mettono mano al progetto) lui cerca nella dimensione spirituale la propria ragione esistenziale, una risposta alla propria crisi interiore. Ne “Il testamento di Tito”, una rilettura critica dei dieci comandamenti da parte di un condannato alla croce, Fabrizio de André da voce al grido degli emarginati. Li accumuna ai diseredati, agli sbandati di oggi. Come in “Maria nella bottega del falegname”, il posto in cui si costruiscono croci, dove sembra quasi di percepire il rumore stridente della pialla sul legno. Il rumore della morte e del castigo estremo. De André dirà che “Aveva urgenza di salvare il cristianesimo dal cattolicesimo”, in una dichiarazione per il giornale Extra, per spiegare il motivo di tanto impegno.

Con Non al denaro, non all’amore né al cielo De André sorprendentemente adatta alcune poesie di Edgar Lee Masters, - “Antologia di Spoon River” - scritte nel 1915, dandole nuova vita attraverso una lettura musicale molto contemporanea. L’artefice di questa svolta in verità è Fernanda Pivano, traduttrice di autori americani, che affianca De André nella ricerca dei volti dei personaggi. Vi appaiono il blasfemo, il rancoroso suonatore Jones, lo spacciatore di lenti (“L’ottico”), il malato di cuore innamorato, etc. tutti personaggi che “dormono sulla collina” e che rappresentano a vario titolo l’umanità e le sue manifestazioni allusive. Con Storia di un impiegato, pubblicato nel 1973, Fabrizio De André, con un suono e un testo asciutti e volutamente provocatori, racconta il 68 cinque anni dopo lo svolgimento dei fatti. Non è un racconto agiografico bensì una rappresentazione della società contemporanea, distorta, corruttrice e bigotta, emersa dopo l’anno fatidico. Un’opera che racconta la fine di una utopia, molotov piuttosto che liberazione sociale ed emancipazione giovanile. Un disco, scritto con Bentivoglio e musicato da Nicola Piovani, che farà storcere il naso a parecchia gente ma con gli anni verrà rivalutato. Tuttavia rimane un episodio a sé nella discografia di Fabrizio de André.

51a0sJX58bLDopo un album interlocutorio come Canzoni del 1974 e Volume 8 dell’anno dopo, scritto invece con la collaborazione di Francesco de Gregori, (da citare almeno canzoni storiche come “Le storie di ieri”, “La cattiva strada” e “Giugno 73”) Fabrizio de André affronta, con il sostegno di Massimo Bubola, uno dei suoi album più confusionari, Rimini, che voleva essere una denuncia della società borghese mentre in realtà è pieno di contraddizioni e il tema centrale si perde in tante vie. Tuttavia brani come “Andrea”, che tratta il tema della omosessualità, “Sally” e una traduzione minore di Dylan, “Avventura in Durango”, salvano la dignità di un album abbastanza controverso. Dopo di questo album il cantautore genovese si decise di affrontare il pubblico attraverso una serie di concerti live (tra Firenze e Bologna). Lo accompagnano i musicisti della band progressiva Premiata Forneria Marconi e le canzoni acquistano un altro aspetto. Infatti i due dischi che testimoniano la tournee (Volumi 1&2) raccontano di due mondi diversi che si incontrano, dove la musica prevale sul testo e dove, tutto sommato, il risultato è solo a tratti soddisfacente. Si salvano i soli brani “Andrea” e “Il pescatore”, che acquistano in brillantezza, mentre “Verranno a chiederti del nostro amore” riesce persino meglio che nel disco dell’impiegato. Ma l’album successivo, senza titolo, quello comunemente detto L’indiano, ha un incipit drammatico. Fabrizio de André e la sua compagna Dori Ghezzi vengono rapiti in Sardegna e questa svolta umana la si percepisce in più punti del disco. Rimane l’album del coraggio e dei diritti calpestati con alcune canzoni storiche come “Quello che non ho”, che possiede un taglio rock; “Fiume Sand Creek”, somigliante però a “Summer 68” dei Pink Floyd, che denuncia i diritti delle minoranze, e due brani emozionanti come “Ave Maria “e “Hotel Supramonte”, dedicati al popolo sardo e al suo rapimento. Il disco è arrangiato da Massimo Bubola.

(2_ Fine seconda parte)

Luigi Ciavarella  

 

Ultima modifica ilMartedì, 13 Giugno 2017 09:37
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