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Il ritorno dei Dream Syndicate

19225902 10154483657591498 7839689521426034556 nCon “How Did I Find Myself Here?” ritorna sulla scena uno dei gruppi più importanti della musica rock californiana degli anni 80  e icona principale del cosidetto Paisley Underground

 

A distanza di circa trent’anni dal loro ultimo album di brani inediti (Ghost Stories, 1989) ritornano i leggendari Dream Syndicate con un album a dir poco stupefacente che riporta sugli scudi la leggendaria epopea del Paisley Underground, che fu una sorta di movimento musicale vissuto nel sottobosco della California degli ottanta e di cui il gruppo di Steve Wynn ne fu il principale artefice.

Il termine, coniato da Mike Quercio degli Three ‘O Clock, intendeva rivolgersi a tutta quella costellazione di bands che ruotava intorno ad un suono cristallino di chitarre e farfisa proveniente dagli anni 60 seppure filtrato attraverso l’esperienza del punk, che aveva fatto da cesura tra due epoche distinte. Tra le correnti più influenti ci fu quella (neo) psichedelica che, insieme al garage sixties, influenzarono non poco la nuova scena musicale che fu genuina, fresca, formata da giovanissimi e che si differenziava nettamente dal contemporaneo dinamismo post punk, nato dal fragoroso declino del punk, che occupava anch’essa la scena seppure di orientamento nichilista. Il Paisley Underground invece fu sin dagli inizi un movimento in cui tutte le tendenze si intrecciavano tra loro, i musicisti facevano comunità, scambiandosi esperienza. Fu questa la loro forza. Così come era accaduto nei sessanta (pensiamo alla scena psichedelica di Frisco con tutta quella gente “floreale” dedita a sperimentare ogni alchimia sonora) anche negli ottanta si verifica qualcosa di simile. Nascono così a Los Angeles molti gruppi che ruotano all’unisono intorno ad una idea di suono condiviso che prende spunti dal passato ma allo stesso modo si radicalizza nel presente. Una musica che possiede dentro di sé una sorprendente vitalità di vedute e, soprattutto, una freschezza unica e contagiosa. Una musica che va in ogni direzione ma che trova in un grumo di bands affinità condivise. Da citare come punto di coagulo l’album - manifesto Rainy Day (1983) ritenuto il santo graal del Paisley Undergound. Si tratta di una “supersession” in cui confluiscono i maggiori ispiratori del nascente movimento: dai fratelli Roback a Steve Wynn, da Karl Precoda a Kendra Smith, da Matt Piucci a Susannah Hoffs, sono nomi che ritroveremo d’ora in avanti nei principali gruppi che sosterrano questa musica: Rain Parade, Opal, Green On Red, Bangles, etc. e i Dream Sindicate che avranno su tutti il peso maggiore.

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Il periodo migliore del Paisley Underground avviene nel 1984 quando, dopo un biennio di sperimentazioni, escono i primi capolavori. Tra questi The Medicine Show dei Dream Syndicate che sancisce con un disco memorabile l’avvenuta autocelebrazione del Paisley con brani che ancora oggi si ricordano come Still Holding On To You, Burn, Bullets With My Name On It, The Medicine Show e, soprattutto il lungo brano, che chiudeva tutti i loro concerti, John Coltrane Stereo Blues. L’album, prodotto da una major e affidato a Sandy Pearlman, un produttore di hard rock, risulterà determinante nella riuscita del lavoro. The Medicine Show è un capolavoro assoluto e trascina l’attenzione del mondo underground verso quell’angolo di mondo così ricco di suoni seducenti. Prima però c’é stato Days Of Wine And Roses, registrato per una etichetta indipendente (La Slash) che per quando il suono possa apparire accattivante sconta una vicinanza molto sospetta con i Velvet Underground. Seguiranno Out Of The Grey del 1986, un disco considerato debole, e Ghost Stories ,di due anni più tardi, che invece possiede un suono più maturo ed eterogeneo diviso tra ballate dai ritornelli irresitibili e suoni decisamente rock. In ultimo l’immancabile ottimo live (Live At Raji’s, 1989) registrato in un piccolo locale di Hollywood, ristampato successivamente con brani aggiunti.

Proprio da Ghost Stories bisogna ripartire per riprendere  il suono dei nuovi Dream Syndicate, ritornati dopo un’assenza di circa trenta anni con un nuovo disco che di quel periodo preserva il timbro inconfondibile e il gusto per la ricerca armonica, seppure ovattato da un uso smisurato di distorsioni, che ci conduce d’impeto nella Los Angeles dei tempi andati. How Did I Find Myself Here?” apre con un brano (Filter Me Through You), avvolgente e sognante, (Video sotto) che da la misura della capacità compositiva di Wynn. Insieme al leader ritroviamo i fedeli Dennis Duck alla batteria, Mark Walton al basso e il nuovo Jason Victor alla chitarra, che sostituisce l’indisposto Paul Cutler. Kendra Smith, l’originaria bassista dei tempi del vino e delle rose, invitata alle sessions non vi partecipa. In coda all’album però Steve Wynn le dedica un brano (“Kendra’s Dream”) che ha tutto il sapore di una jam, caratteristica peraltro da sempre presente sottotraccia nella musica dei Dream Syndicate.

In definitiva un album che possiamo definirlo fuori tempo, lisergico, imperniato di psichedelia satura, dominato dalle chitarre che si intercettano sulla distanza di un suono che possiede ancora tutta l’energia per resistere alle intemperie dei tempi nuovi; che celebra una stagione la quale, quantunque sia stata leggendaria, oggi non ha più alcuna possibilità di resuscitare dalle proprie cenere come una fenice.

Luigi Ciavarella

Ultima modifica ilMercoledì, 20 Settembre 2017 11:09
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