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La svolta world music di Fabrizio De Andrè

fabriziodeandre 1 1343928697Terza e ultima parte del racconto discografico del celebre cantautore genovese

Tra il 1984 e il 1996 Fabrizio De André pubblica soltanto tre dischi. Il primo, Creuza de ma, interamente in vernacolo genovese, inaugura anche in Italia la fertile stagione world music.

Il risultato è straordinario sotto tutti i punti di vista. La musica raccoglie umori e sonorità provenienti da tutto il bacino mediterraneo attraverso una ricerca meticolosa effettuata sul corpo incontaminato della musica popolare, (“tra Genova e Algeri”), dove il cantautore rivolge la sua attenzione ben sostenuto da Mauro Pagani (reminiscenze PFM), il musicista diventato nel frattempo uno dei più autorevoli ricercatori nel panorama musicale italiano.

Il respiro universale della world music trova in Creuza de ma il suo momento più esaltante. Una ricerca musicale che scava nelle profondità silenziose delle culture popolari del Mediterraneo trovando inaspettatamente spazio e dignità tra gli interstizi di un album che pone subito questioni inerenti l’uso del linguaggio dialettale nel campo della musica cantautorale. Un linguaggio incomprensibile, vernacolare, che investe la canzone d’autore italiana di elementi nuovi creando disorientamento, ma anche attenzione soprattutto in ambienti fuori dai confini italiani, dove la World Music sta prendendo forma grazie soprattutto a Peter Gabriel, che indica subito Creuza de ma come uno dei contributi più importanti rivolti alla causa. Il disco arriva due anni prima di Passion dell’ex Genesis, considerato il vertice assoluto della World Music, peraltro colonna sonora del noto film di Martin Scorsese, The Last Temptation. Nel lavoro di Gabriel la musica world ha il grande merito di illuminare culture musicali sconosciute provenienti dagli angoli più sperduti della terra. Dalle profondità arcaiche dell’Africa tribale sino alle remote terre pakistane, il musicista inglese indaga un vasto campo di sonorità con il compito di far emergere e contaminare musicalità finalmente divenute di respiro universale.

Il disco di De André si inserisce in questo flusso ponendo persino in sordina i contenuti testuali che invece sono ugualmente importanti. Dalla emozionante Creuza de Ma passando per la torrida Jammin-a, di chiara percezione erotica ; Dumenuga un po’ alla “Bocca di rosa” , sino a Sidun, brano evocativo che esprime tutto il dolore di un padre per la morte del figlio in terra libanese. La musica e la presenza di Mauro Pagani sono tangibili in ogni angolo del disco.

A distanza di cinque anni da Creuza de Ma arriva Le nuvole, sempre scritto in collaborazione con Mauro Pagani. Un disco in cui i riferimenti etnici restano parte importante seppure di minore impatto rispetto al precedente. Fabrizio De André si rivolge ai potenti e alla politica che sembrano essere i suoi obiettivi principali. Il brano più rappresentativo infatti è La domenica delle salme, che traccia una linea di collegamento tra politica, corruzione e trame oscure. Uno spaccato di preoccupante attualità che il cantautore genovese svela con lucidità e sarcasmo. Poi tra Ottocento, dalle tonalità barocche, e la partenopea Don Raffaè (con una affettuosa citazione di Domenico Modugno), ricca di spunti ironici e farseschi, seguono Megun Megun in dialetto genovese con Ivano Fossati e infine La nova gelosia, che chiude l’album, tratto da un tema popolare napoletano.

Con Anime salve del 1996, il disco del congedo, Fabrizio De André scrive un lavoro di straordinaria bellezza, segno evidente di una raggiunta maturità espressiva e di uno stato di grazia ineccepibile. Pensato con Ivano Fossati il disco poi subirà dei cambiamenti. Il lavoro racconta le tante sfaccettature del mondo contemporaneo, giunto a fine millennio tra contraddizioni e solitudini. Da Princesa a Smisurata preghiera la poesia del grande genovese si spiega nelle sue forme più congeniali. Un racconto splendido che da la misura dei risultati raggiunti in tanti anni di ininterrotta capacità di raccontare la vita nelle tante declinazioni e di incidere nel tessuto sociale della nazione. Una poesia da strada che trova persino collegamenti col suo passato, disarmante ma pur sempre attuale, tra temi che sembrano rincorrersi e ripetersi.

Ho visto Nina volare, Dolcenera e sopratutto Khorakhané, che parla di cultura rom e immigrazioni, sono i temi preveggenti che diventano podromi di una sofferenza che presto avrebbe raggiunto la ribalta nel campo delle emergenze umanitarie e di cui Fabrizio De André già ne prefigura il dramma. Poi Disamistade dove ritorna l’amata Sardegna e infine A cumba, la scintillante metamorfosi che precede Smisurata preghiera che chiude il sipario, l’ultimo sussulto.

Anime salve rimane il canto del cigno di un cantautore di straordinaria potenza quale è stato Fabrizio De André. Un album, ristampato proprio in questi giorni con inediti live, diventato il punto d’arrivo di un percorso poetico esistenziale. Un cantautore geniale che ha dato dignità alla parola, partito nei sessanta in una Genova ancora provinciale ma ricca di fermenti, che scandaglia i fondali della esistenza umana mettendo in risalto i lati più deboli, le virtù sommerse, la storia dei perdenti. Una testimonianza che rappresenta una unicità nel panorama della canzone d’autore italiana.

Fabrizio De André muore l’11 gennaio del 1999 a Milano colpito da un male incurabile.

Luigi Ciavarella

Ultima modifica ilDomenica, 24 Settembre 2017 16:36
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