Venerdì, Luglio 25, 2014
   
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Il museo Paglicci come l'antico tempio del Vangelo?

ingresso paglicci

Talvolta, un bene culturale di valenza mondiale, come il museo di “Grotta Paglicci e il Paleolitico del Gargano”, può essere facilmente confuso e scambiato con qualcosa di più banale come per esempio un ristorante – pizzeria, specie quando non si è sorretti da un bagaglio culturale in materia di una certa consistenza.

E’ quanto accade a Rignano Garganico. Da qualche tempo infatti la mano privata ha il sopravvento su quella pubblica sia nel senso interpretativo che nei fatti. Sul portone d’ingresso dell’antico Municipio, sede prima della mostra iconografica e da qualche tempo adibito a museo dopo l’arrivo dall’Università di Siena (Ente responsabile degli scavi dal 1971) di un discreto numero – campione di reperti archeologici in originale a fronte dei 40 mila e passa posseduti, vi compare, infatti, una targa con la dicitura “ingresso ristorante”.

La stessa rappresenta un vero e proprio pugno nell’occhio, se si guarda al fianco dove è infissa a bella vista sul muro una targa di colore giallo scuro col nome e cognome appunto del museo. Se poi spostiamo lo sguardo all’interno, notiamo altresì una cianfrusaglia di sedie, tavoli e quant’altro, segno evidente che l’intero atrio viene utilizzato come luogo di ristorazione in aggiunta a quello stabile che si trova al di là della porta di servizio e con ingresso principale e indipendente direttamente dall’esterno, ossia da Corso Giannone.

Per di più al di là del predetto portone posa in terra un grosso cippo funerario di epoca imperiale, prelevato a suo tempo da una manomessa tomba sita in località Villanova e affidato dalla Sovrintendenza competente al Comune. Ora l’importante cimelio storico rischia di essere rovinato per sempre dal viavai dei clienti diretti al ristorante. Fortunatamente la foto del cippo è già stato pubblicata e fissata su alcuni testi propedeutici, come per esempio: “Rignano tra pietre e segni della storia”, Regione Puglia, 2009, 2 e., p. 201. Ecco il testo, frutto dello studio e traduzione di alcuni esperti italiani e stranieri: “…ALIS PATER ET ISIAS MATER FILIO FECERUNT BENEMERENTI QUI VIXIT ANNOS VIIII MENSES XI DIES VIII. Traduzione: “Il padre…Alis e la madre Isias fecero al figlio benemerente che visse 9 anni, 11 mesi e 8 giorni”.

La supposizione della data è confortata da una piccola foglia di ‘Hedera Distinguens’, incisa a margine del 3° rigo, simbolo usato in epoca imperiale, da Nerone (68 d.C) in poi, per separare le parole. Tutto questo sta a dimostrare l’importanza pubblica del luogo e del suo contenuto, da salvare e preservare da qualsiasi invasione di privati, specie se gli stessi sono mossi da scopi egoistici o prettamente levantini. Al riguardo Donato Del Priore, valente avvocato e raffinato uomo di cultura e di politica del posto, ha dichiarato: “ E’ un pugno nell’occhio da togliere subito, se si vuole per davvero attirare nella nostra ridente cittadina quel turismo d’élite cui da tempo agogniamo, senza scoraggiare o farci ridere addosso da chicchessia!”.  



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