Mercoledì, Febbraio 08, 2012
   
TEXT_SIZE
Banner

Rimane senza nome il quarto uomo del "cimitero di Zazzano"

gravazazzano

Insufficienti i resti rinvenuti per circoscrivere l’epoca dell’omicidio

SAN MARCO IN LAMIS. Quattro cadaveri, tre nomi, due colpevoli (presunti), un mistero. Un anno dopo la scoperta dei quattro corpi, il cimitero della mafia nella grava «Zazzano» di San Marco in Lamis non ha svelato tutti i suoi segreti. Perchè resta ancora senza nome - e probabilmente per sempre - il cadavere di una delle quattro vittime della lupara bianca uccise e buttate nelle profondità della terra.

Per due dei quattro corpi (Michele Russo e il figlio Matteo allevatori apricenesi scomparsi il 2 novembre 2001) c’è un processo in corso ed una condanna all’ergastolo in primo grado per i fratelli Giuseppe e Vincenzo Padula. Per il cadavere di Giuseppe Ventrella (commerciante apricenese sparito il 31 gennaio del ‘91) le indagini proseguono ancora a carico di ignoti. Mentre se non ci conosce il nome della quarta vittima, figurarsi se si può ipotizzare una pista investigativa.

LA SCOPERTA - L’appello della moglie di Michele Russo e madre di Matteo che a distanza di sei mesi dall’identificazione dei corpi attende ancora la consegna dei resti dei cadaveri (ne riferiamo a fianco, ndr), ripropone all’attenzione della cronaca il caso del cimitero della mafia, scoperto casualmente il 4 agosto del 2009 nella grava «Zazzano» profonda 107 metri e situata a qualche chilometro da San Marco in Lamis sulla strada per Cagnano Varano. Quella mattina un gruppo di speleologi si calò nelle profondità della terra per rimuovere carcasse di auto e trattori buttate nel corso degli anni a trasformare la grava in una discarica, nell’ambito di un’operazione di bonifica finanziata dalla Regione. Gli speleologi si fermarono subito perchè dentro un auto rinvennero resti di ossa umane.   Furono allertati carabinieri e Procura, alle operazioni di recupero andate avanti per altre tre settimane partecipò anche un medico legale, fino a portare alla luce ciò che restava di 4 cadaveri di uomini.

ESAMI DNA - Il pool di medici legali e genetisti incaricato dalla Procura di Foggia di accertare epoca, causa del decesso e identità delle vittime anche attraverso l’esame del Dna, ha poi confermato ufficialmente (i carabinieri che conducono le indagini diffusero un comunicato stampa lo scorso primo marzo) i nomi di tre delle quattro vittime, che erano poi quelli ipotizzati dalla «Gazzetta» nell’immediatezza dei ritrovamenti. Ovvio pensare che una delle vittime potesse essere Giuseppe Ventrella perchè già 19 anni fa, nel ‘91, era stata notata nella grava «Zazzano» la sua auto, una «Alfa 164» poi riportata alla luce nell’agosto scorso. Ovvio anche pensare ai Russo quando si seppe che l’epoca del decesso approssimativa di due dei quattro morti coincideva e risaliva a 7/8 anni prima del rinvenimento: la scomparsa di padre e figlio era l’unico caso di duplice lupara bianca registrato dal 2000 in poi in Capitanata.   MISTER X - Un anno di indagini approfondite e portate  avanti dai carabinieri della compagnia di San Giovanni Rotondo coordinate dal pm Alessandra Fini , non ha però sin’ora svelato l’identità della quarta vittima del cimitero della mafia, che è poi la seconda in ordine di rinvenimento dei cadaveri. Se per gli altri tre morti ammazzati sono stati ritrovati   numerosi resti, oltre a indumenti ed auto che hanno consentito di giungere all’identificazione attraverso la comparazione del Dna ricavato dalle ossa con quello di familiari delle vittime, del quarto cadavere si sa poco. Solo qualche osso che indica che appartiene ad un uomo, ma insufficiente per datare epoca del decesso (quindi restringere le ricerche) e cause della morte. Le vittime della lupara bianca nel corso degli ultimi trent’anni sono state una quarantina nella sola provincia di Foggia. Sempre che il quarto cadavere senza nome sia un foggiano, perché le grave del Gargano - come dimostra il precedente dei napoletani Raffaele Terracciano e Aniello Anastasio, i cui cadaveri furono trovati in un altra grava di San Marco in Lamis, la «Palla Palla» il 14 novembre del ‘93 - conservano i corpi anche di «forestieri».

 


Ventrella, l’auto nella grava fu vista già 18 anni fa
Il commerciante sparì nel gennaio del ’91

APRICENA. Che Giuseppe Ventrella commerciante apricenese potesse essere stato ucciso lo si temette dai giorni immediatamente successivi alla scomparsa, avvenuta il 31 gennaio del ‘91 quando la vittima aveva 44 anni. Che il suo cadavere potesse trovarsi in fondo alla grava «Zazzano» di San Marco in Lamis lo si sospettò il 6 maggio del ‘92 quando fu vista in fondo alla grotta la sua auto «Alfa 164» con cui si era allontanato dal paese il giorno della scomparsa. Che fossero suoi i resti rinvenuti un anno fa nella grotta l’hanno poi confermato le analisi del Dna.

Perchè Ventrella sia stato ucciso e buttato nella grava lo devono accertare le indagini, anche se le possibilità di scoprire il movente dell’omicidio e individuare gli assassini sono molto labili, visto anche il tempo trascorso. Le forze dell’ordine quando nel gennaio di 19 anni fa Ventrella sparì dalla circolazione si mossero subito pensando ad un caso di lupara bianca. Tra le piste esplorate all’epoca dei fatti   - senza però arrivare a concreti risultati - anche quella di un possibile collegamento con un’altra scomparsa, quella di un foggiano residente a Bologna, tornato nel capoluogo dauno e scomparso a marzo ‘91, 40 giorni dopo la sparizione di Ventrella che pure conosceva.

La «Alfa 164» di Ventrella venne vista nella grava «Zazzano» il 6 maggio del ‘92, quando vi si calarono su richiesta dei carabinieri alcuni speleologi: i carabinieri cercavano nella grava i cadaveri di tre sangiovannesi scomparsi a gennaio del ‘91 (il pentito Salvatore Annacondia avrebbe poi confessato qualche anno dopo di averli uccisi, bruciandone i cadaveri in una discarica di Trani). Nel ‘92 non era possibile rimuovere dalle profondità della terra la carcassa dell’auto, cosa avvenuta nell’agosto del 2009 quando nell’auto sono stati rinvenuti resti umani poi identificati per quelli del proprietario della macchina, Ventrella.

 


Tre settimane di «orridi» scavi
Dai polsi legati con il laccio rosso sino al recupero dello scheletro con 2 pistolettate nel cranio

• Le tappe del rinvenimento dei corpi

4 agosto 2009 Speleologi scendono nella grava «Zazzano» per bonificarla e rimuovere con la gru le carcasse d’auto: si fermano perchè vedono sotto un’auto resti umani. 10 agosto 2009 Recuperati i primi resti umani scoperti sei giorni prima: una cassa toracica, polsi e mani legati con laccio rosso, due femori.

11 agosto 2009 Nel rimuovere un’auto, scoperti resti umani meno completi rispetto ai primi (forse quelli della vittima non ancora identificata).

17 agosto 2009 Tra le carcasse d’auto   estratte c’è la «Alfa 164» di Giuseppe Ventrella, commerciante apricenese scomparso a 44 anni il 31 gennaio del ‘91.

20 agosto 2009 Nel procedere alla rimozione delle auto gli speleologi, trovato ad una mezza dozzina di metri dal primo rinvenimento, il cadavere di un terzo uomo, con lo scheletro quasi completo e con le ossa legate con una corda di nylon. L’ipotesi è che il primo e terzo corpo in ordine di rinvenimento siano quelli dei Russi, padre e figlio, scomparsi nel 2001.

21 agosto 2009 Nel concludere le operazioni di rimozione delle carcasse d’auto   che formavano una piramide alta quasi 20 metri, speleologi trovano una mandibola ed una vertebra.

24 agosto 2009 Nel filtrare i quattro metri cubi di terriccio accumulatisi nella grava, trovato uno scheletro quasi completo - manca la mandibola trovata tre giorni prima - con la testa in un sacco per il mangime: nel cranio ci sono due foti causati da colpi d’arma da fuoco.

1 marzo 2010 In un comunicato dei carabinieri si ufficializza l’identità di 3 delle 4 vittime: Michele e Matteo Russo, e Giuseppe Ventrella.

 


«Sono i loro corpi e non li restituiscono»

• APRICENA. «Più volte sulle pagine della “Gazzetta” ho letto che due dei quattro corpi trovati nella grava di San Marco in Lamis sono di mio marito, Matteo Russo, e di mio figlio Matteo. L’hanno accertato comparando il dna trovato su alcuni oggetti personali e quello dei corpi scoperti nella grotta. Ma a tutt’oggi nessuno mi ha riconsegnato i loro corpi ch restano in una cella frigorifero dell’obitorio di Foggia», Rosa Trombetta, 59 anni, che più volte ha lanciato i suoi appelli da queste pagine torna a chiedere aiuto per uscire da quello che ritiene un vicolo cieco. «Una situazione ormai impossibile - riprende la vedova, due volte vittima di una mattanza in attesa di un nuovo processo - anche perché non sappiamo più come rin   tracciare il magistrato preposto. Ci stiamo provando noi, il nostro avvocato, Mara Santamaria. Mi serve con urgenza almeno un certificato in cui si attesti che i corpi ritrovati in quella maledetta grava sono quelli dei miei congiunti. Senza quel documento non posso usufruire dei miei diritti, su tutti la reversibilità della pensione di mio marito. Senza di quella non posso più vivere, perché non so come comprarmi da mangiare, come pagare le bollette della luce, le normali incombenze di una famiglia. Io e mia figlia Consiglia (moglie di Guido Padula, ucciso in un agguato insieme a un’amica ndr) siamo costretti a chiedere aiuto agli altri per vivere. Non abbiamo un lavoro, non ci viene data la pssoibilità di lavorare perché quasi considerate delle appestate a causa di quanto accaduto».

E ora un’ultima mannaia. «Tra un mese dovrò lasciare la mia casa - riprende Rosa Trombetta - perché sono stata sfrattata. Abbiamo chiesto aiuto al Comune e mi è stata data la possibilità di andare a vivere in un “buco”, tanto piccolo da essere inabitabile anche per una donna sola come me. Se non avrò alternative mi dovrò accontentare ma ora, per favore, fatemi tornare a vivere».