Notevole lo spessore criminale della famiglia Nardella, detta dei "Catenedd" da sempre vicina a quella dei Padula
Fucili avvolti in vecchi canovacci utilizzati per render sordo il tonfo degli spari. Una vera e propria Santa Barbara, quella rinvenuta nella masseria del pregiudicato di Apricena Damiano Nardella 33 anni, ora ammanettato dai carabinieri con l'accusa di detenzione illegale di armi clandestine e munizionamenti.
Perquisizioni a tappeto nelle campagne che circondano la cittadina della pietra, figlie dell'omicidio di Andrea Niro, il titolare della società che si occupa di guardiania "Il Falco", ammazzato, all'interno del suo ufficio il 27 settembre scorso. Nel podere del pregiudicato, situato in località "Mezzanella" erano stati ben occultati, all'interno di un divano letto e di un'intercapedine ricavata nella parete, due fucili a canne mozze; diverse decine di munizioni calibro 12; 7 proiettili 7.65 e un pugnale. Nello specifico i fucili erano avvolti in vecchi stracci: uno si presentava intriso di sostanza brunastra con due fori simmetrici bruciacchiati.
Questo particolare - dicono gli inquirenti - lascia intendere che i canovacci siano stati utilizzati come veri e propri silenziatori. Damiano Nardella non ha saputo fornire alcuna spiegazione in merito alla presenza delle armi nella sua masseria. I fucili verranno ora inviati al Ris di Roma per verificare se siano stati utilizzati in passato in agguati mortali. Notevole lo spessore criminale della famiglia Nardella, detta dei "Catenedd" da sempre vicina a quella dei Padula, altra famiglia attiva sul territorio per il controllo di traffici illeciti.
Il padre di Damiano, Paolo, fu arrestato perchè accusato dell'omicidio di Angelo Bruno Cursio e del tentato omicidio di Antonio Cursio, avvenuti in piazza ad Apricena il 19 gennaio del 1987; un regolamento di conti per questioni di abigeato. Mentre il fratello Matteo e lo stesso Damiano rientrarono nell'ambito del blitz del 2005 denominato "Quasimodo". Un'operazione, dei carabinieri, che portò all'arresto di 20 persone, tutte appartenenti ad un gruppo criminale capeggiato dai due fratelli Padula, Vincenzo e Giuseppe, ritenuti tra le altre cose autori del duplice omicidio, datato due novembre 2001, di Matteo e Michele Russo, i cui cadaveri vennero ritrovati nell'estate di due anni fa all'interno della grava di Zazzano a San Marco in Lamis.
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