A volte il destino appare beffardo. Questa mattina mi arriva un sms con la notizia della scomparsa di Mimì Lu Stagnàre. E stato il suo omonimo nipote a darmi la notizia, lo stesso per il quale ho scritto un articolo pochi giorni fa. Parlavo di destino beffardo... trovarmi a scrivere in meno di tre giorni due articoli su nipote e nonno, il primo che prova a dare qualcosa a se stesso e alla comunità con la passione per la foto, il secondo che ha già dato tutto, forse anche più di quello che doveva.
Conosco Mimì da sempre. La sua bottega e la vicinioria cantina "De Zencòne" alla chiazza de sòpe sono i miei ricordi più simpatici che porto sempre con me quando penso a quella particolare zona di San Marco.
A poche decine di metri abitavano i miei nonni dai quali mi recavo quotidianamente. Ricordo chiaramente che nonno Ludovico soleva, dopo aver fatto la spesa al mercato o dai vari ambulanti, passare da Mimì dove lo aspettava un rudimentale, effimero sgabello di ferro, che si trovava sulla destra della porta della bottega e che Mimì metteva sempre lì per far sedere amici o passanti con i quali parlava del più e del meno, senza fermarsi un momento con la forgia e con quel suo martelletto.
Mentre loro parlavano, io osservavo quella bottega minuta, ma così minuta non riuscivo a capire come potesse lavorarci dentro. La sua bottega era stata ricavata in un sottoscala, nel quale si trovava di tutto. Me ne accorsi in particolar modo quando per un esperimento di scienze andai con nonno Ludovico a chiedergli se avesse alcuni pezzi di rame e di zinco. Mi chiese di "entrare dentro", ovvero di affacciarmi dentro perchè di spazio non ve n'era. Con molta difficoltà si riusciva a intravedere la parete in tutto quel trambusto, pentole, lamiere, caldaie e coperchi in ogni parte, sopra e sotto, a destra e a sinistra. Era tutto così maledettamente confuso, ma allo stesso tempo organizzato, da sembrare una tela di Maurits Cornelis Escher.
Tutti quanti lo chiamavano "'Mpà Mimì" e ogni volta lui rispondeva al saluto antecedendo un wè wè.
Un giorno chiesi a mio nonno, che era diversi anni più anziano di Mimì, come potesse egli riuscire a vivere con quel mestiere. Nonno non mi ha mai dato la risposta, rispondeva semplicemente che in quel sottoscala quell'uomo ha trovato il pane per se e per tutti i suoi figli. Io però continuavo a chiedere perchè io lo vedevo riparare sempre e solo pentole, bracieri e qualche "assucapanne"... il tutto senza corrente elettrica!
Allora non capivo queste cose, capivo però che intorno a Mimì c'era qualcosa di particolare. L'unico artigiano paragonabile a Mimì che la mia memoria ricorda è un fabbro nei pressi della chiesa Madre, ma ho solo dei vaghi ricordi molto confusi perchè poi chiuse bottega che io ero ancora piccolo.
Mimì era inerme al tempo, quel tempo che scandiva con i suoi rumori, quel tempo che si fermava quando vedevi gli oggetti che riparava, oggetti che la modernità di oggi ha spazzato dalle nostre case, oggetti che resistono solo nelle case degli anziani più orgogliosi, o testardi come qualcuno dice, che in quegli oggetti rivedono il loro passato, i propri avi. Grazie a Mimì molti di questi oggetti sono ancora tra di noi.
Oggi ripenso alle parole di mio nonno e capisco perchè non rispondeva a quelle mie domande. Evidentemente non capiva nemmeno lui come avesse fatto a realizzare umilmente tutto ciò, e anche se Mimì chiamava mio nonno con l'appellativo Don Duluviche, "titolo" ereditato da avi benestanti, cosa che da una parte lo inorgogliva, era mio nonno che aveva stima per Mimì e glielo si leggeva negli occhi quello stupore nascosto.
Oggi non è scomparso semplicemente un uomo, è scomparso l'ultimo baluardo di un artigianato semplice, quell'artigianato che prima degli anni '70 ha impedito a molti altri Sammarchesi di fuggire in Australia, artigianato di cui una volta San Marco andava fiera e che sul Gargano non aveva eguali per numero e prestigio.
Ricordo ancora quei fischietti di latta dal suono stridulo che solo lui sapeva costruire, non lo negava mai a nessun bambino. Molti della mia età lo ricordano ancora, peccato averlo perso!
In fondo Mimì era un artigiano come tanti altri, che ha stretto i denti e con sacrificio è andato avanti, come tanti altri lavoratori sammarchesi che non sono stati mai citati... però lui era "un po' più speciale". Gli ingredienti che lo hanno reso speciale sono stati il tempo e la tenacia.
Le mie condoglianze vanno ai figli tutti e ai nipoti, gran parte miei amici d'infanzia.
Mi permetto di dare un consiglio al mio amico Domenico, lui capirà. Cerca di documentare quanto più puoi l'attività di tuo nonno, scatta foto ad ogni singolo particolare della bottega, fra qualche decennio quello che ora appare inutile e superfluo potrebbe non esserlo più.
DOMENICO LEGGIERI alias MIM1' LU STAGNARE
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