
È la terza volta che torniamo ad incontrarci . . . sempre di sabato. . . sulla strada maestra della cultura, nel meraviglioso palazzo che ospita l’Istituto dei Ciechi di Milano. Per la precisione eravamo qui riuniti sabato 13 febbraio 2010 per la presentazione del libro di Francesco Giuliani “Viaggi novecenteschi in terra di Puglia”, Edizioni del Rosone, 2009 e sabato 29 marzo 2008 per celebrare i 30 anni di Edizioni del Rosone.
Dalla bellissima locandina del convegno ho estrapolato tre parole chiave: Incontri, Maestri e Cultura. È mio intento riempirle di contenuti operativi.
Agli amici che hanno avuto la perseveranza di tornare ad ascoltarci . . . agli amici che avevano organizzato quelli e questo momento d’incontro . . . ai nuovi amici che si sono aggiunti ai precedenti . . . . ai tanti amici che leggeranno e diffonderanno in tutto il mondo gli atti di questo convegno. . . voglio rendere omaggio mediante una poesia di Paùl Mòntes, un missionario venezuelano. La poesia, meravigliosa, s’intitola “L’albero degli amici”. Ne leggo una parte.
Esistono persone nella nostra vita che ci rendono felici
per il semplice fatto di aver incrociato il nostro cammino.
Alcuni percorrono la strada al nostro fianco, vedendo passare molte lune.
Altri li vediamo appena, tra un passo e l’altro.
Tutti li chiamiamo amici e ce ne sono di molti tipi.
Ciascuna foglia del nostro albero rappresenta uno fra i nostri amici.
Le prime foglie sono il nostro amico papà e la nostra amica mamma.
Ci avviano alla vita.
Dopo vengono gli amici fratelli e sorelle,
con i quali dividiamo il nostro spazio
affinché possano fiorire come noi.
È la famiglia delle foglie
che rispettiamo e alla quale auguriamo ogni bene.
Ma il destino ci presenta altri amici
che non sapevamo avrebbero incrociato il nostro cammino.
Alcuni li chiamiamo amici del cuore:
sono sinceri, sono veri,
danno luce ai nostri occhi, musica alle nostre labbra, salti ai nostri piedi.
Il tempo passa, l’estate se ne va,
l’autunno si avvicina e perdiamo alcune delle nostre foglie;
altre nascono la primavera dopo
e altre permangono per molte stagioni.
Ma quello che ci lascia felici è che anche le foglie cadute
continuano a vivere con noi,
alimentando le nostre radici.
Sono ricordi di momenti meravigliosi:
di quando incrociarono il nostro cammino.
Foglia del mio albero,
ti auguro pace, amore, fortuna, prosperità.
Oggi e sempre….perché….
perché ogni persona
che passa nella nostra vita
è unica.
Sempre lascia un poco di sé
e prende un poco di noi.
Questa è la maggiore responsabilità
della nostra vita.
Ed è la prova evidente
che due amici non s’incontrano per caso.
Mi piace sottolineare che la conclusione cui perviene Paùl Mòntes è la stessa che fa da premessa al libro di Raffaele Cera “Incontri e Maestri”; Edizioni del Rosone, 2009.
Scrive Raffaele Cera: “Vi è tanta casualità nella vita dell’uomo, ma vi è anche tanta razionalità e tanta volontarietà, sicché si verificano intrecci che appaiono in un primo momento inspiegabili. Poi, ad analizzarli bene, obbediscono a disegni e percorsi ben precisi. L’incontro con l’altro è per l’uomo il regno profetico e virtuale di un destino” (Cfr. pag. 11).
Prosegue Raffaele Cera: “Ho voluto intitolare l’insieme di queste pagine Incontri e Maestri perché in esse sono rievocati tanti momenti della mia vita, nei quali sono stati decisivi taluni incontri e taluni personaggi, diventati poi per me veri e propri maestri di vita e di pensiero, oltre che di moralità e di cultura” (Cfr. pag. 11).
Il professor Cera mi ha fatto dono del libro il 4 settembre 2009. Eravamo a Manfredonia. Quel giorno avevo in testa il berretto da economista, perché la lectio magistralis che mi era stata affidata e che ho sviluppato nel Palazzo dei Celestini si intitolava “Sviluppo e Sussidiarietà per sradicare la Crisi”.
Ho letto il libro la mattina e durante il pomeriggio del giorno successivo. La sera ho partecipato alla cerimonia di assegnazione del Premio “Re Manfredi” nel meraviglioso anfiteatro realizzato sulla spiaggia di Manfredonia.
Perché tanta sollecitudine? . . . Perché mi ha intrigato l’idea di poter venire a conoscenza degli incontri che hanno influenzato e segnato il suo percorso di vita e di cultura.
Un incontro che gli invidio . . . .lo dico senza la minima vergogna . . . . è quello con Joseph Tusiani: il poeta delle quattro lingue (inglese, latino, italiano e dialetto garganico).
Una frase di Joseph Tusiani l’ho presa subito in prestito per collocarla nella bacheca del mio gruppo su Facebook “Viaggi . . . .in terra di Puglia”: “Chi non ha mai messo piede fuori d’Italia non sa cosa sia udire all’improvviso un canto del paesello natio in terra straniera. Ti si inumidiscono gli occhi; ti passano davanti, come su uno schermo magico, tutti i volti dei vecchi amici, rivedi ogni pendio erboso, ogni vicoletto ripido, senti e distingui le campane delle chiese e passi il dito sull’occhio per asciugare una lacrima senza vergognartene” (Cfr. pagg. 47 e 48).
Joseph Tusiani: un maestro di cultura che utilizza anche il dialetto. Sono particolarmente affezionato alla sua favola “Na Vota E’mpise Cola”, in quanto ulteriore e piacevolissima conferma che il dialetto esprime al meglio, da sempre, ciò che l’uomo è.
Anch’io, come l’Amico Raffaele Cera con don Matteo Nardella, ho un caro ricordo di un sacerdote che celebrava la messa in latino. Permettetemi che ve ne parli.
Quando, a Martina Franca, frequentavo la scuola elementare “Gugliemo Marconi” avevo tanto tempo a disposizione la mattina, in quanto le lezioni cominciavano alle 8,20.
Cosa facevo prima?....Essendo chierichetto, servivo messa presso il Convento delle Suore Stimmatine alle 5,00….presso la Chiesa di Cristo Re alle 7,00 e, talvolta alle 8,00, qualora questa terza messa venisse celebrata in latino da padre Arcangelo Vinci (gli occorrevano 10 minuti).
Servivo messa anche presso l’Ospedale e la Clinica “Motolese”. Servivo tutte le tipologie di messe, tranne quelle da morto.
Quando padre Arcangelo confessava noi bambini, ci faceva inginocchiare davanti a lui senza alcun ostacolo che si frapponesse tra noi e lui: eravamo privilegiati rispetto agli adulti che dovevano inginocchiarsi ai lati dell’austero confessionale, dietro la grata. Per noi era un momento di autentica gioia. L’ultima domanda che faceva era sempre la stessa: “Come vai a scuola?” . . . . io rispondevo “Bene” e lui mi congedava con uno scappellotto.
Quando morì, feci un’eccezione e servii quella messa.
Così facendo, arrivai in ritardo alla lavanderia, dove mi recavo di pomeriggio per fare i compiti e lavoricchiare. Per me il ritardo era giustificato….per il titolare della lavanderia no. Mi cacciò via. Pensai di aver subito un’ingiustizia. Dovette intervenire mia madre, con tanto buon senso e tanta autorità, per farci fare pace.
Torniamo al libro del preside Cera. Illuminante è la riflessione di un grande pianista e direttore d’orchestra, Daniel Barenboim: “L’ultimo suono non è il termine della musica. Se la prima nota è collegata al silenzio che la precede, allora l’ultima deve essere collegata al silenzio che la segue” (Cfr. pag. 39).
È proprio così: l’esecuzione comincia prima dell’attacco dell’orchestra e finisce qualche istante dopo che i musicisti hanno smesso di suonare. È strano a dirsi, ma la tensione raggiunge il culmine proprio nei momenti in cui regna il silenzio . . . .“quel silenzio”, volendo usare un’espressione cara a Pasquale Soccio, “che quasi recide i nervi”.
Mi ritrovo perfettamente nell’affermazione del maestro Giacomo Puccini: “La difficoltà è per me cominciare un’opera, trovare cioè la sua atmosfera musicale. Quando l’inizio è fissato e composto, non c’è più d’aver paura” (Cfr. pag. 88).
È così anche per me, quando scrivo un libro. La parte più difficile è costituita dall’indice . . . .poi, basta solo riempirlo di contenuto.
Condivido, anche e completamente, la necessità di uscire fuori dal recinto specialistico per respirare altra aria culturale in quanto propedeutica a dare più forza e sostanza alla materia specialistica. Ho in mente la convinzione dell’avvocato Francesco Carnelutti: “Chi non sa altro che il diritto . . . . non sa il diritto” (Cfr. pag. 65).
Potrei continuare a lungo, citando altri meravigliosi passi del libro, ma non posso farlo . . . .perché devo parlarvi di cultura.
Un punto fermo: la cultura va intesa come intervento nella storia, modellato dal sapere e fortificato dalla saggezza. E non come mezzo di arroccamento nei propri territori. Guai a chi si rinchiude nel borgo! Guai a chi ha piedi e testa nel borgo!
Un altro punto fermo: si fa cultura anche coltivando relazioni interpersonali. La cultura unisce e favorisce incontri, che daranno frutti preziosi nella lunga consuetudine che ne seguirà.
La definizione più bella di cultura l’ha data un grande profeta, un prossimo santo, don Tonino Bello:
cultura è impegno, servizio agli altri, promozione umana come il riconoscimento della persona libera, dignitosa e responsabile;
cultura è cemento della convivenza, orizzonte complessivo, strumento di orientamento, alimento di vita;
l’elaborazione culturale è una via obbligata per individuare stili di vita, modalità di presenza e di comunicazione, attenzione alle attese delle persone e della società, per esprimere le ragioni della speranza e accettare responsabilità in spirito di servizio.
Mi avvio alle conclusioni.
Sia lode e gloria a Edizioni del Rosone perché diffonde informazione, diffonde cultura da ben 32 anni.
Sia lode e gloria all’Associazione Regionale Pugliesi di Milano, che persegue una visione allargata della cultura. Gli ultimi due eventi dell’Associazione Regionale Pugliesi di Milano cui abbiamo partecipato io e Raffaele Cera sono stati: “Natura e Cultura: la parola agli autori latini (Virgilio, Orazio, Marziale, Giovenale, Lucrezio, Seneca, Plinio il Vecchio, Cicerone)” e “L’universo di padre Pio: se ne parla a Milano”. Il prossimo sarà “Don Tonino Bello: se ne parla a Buenos Aires”. L’evento successivo: “Milano e la Puglia in vista di EXPO 2015”.
Sia lode a gloria a Raffaele Cera, che con generosità d’animo ha descritto
la sua vita, il suo lavoro, i suoi interessi, le sue passioni….offrendo a tanti . . . .variegate opportunità di riflessione, conditio necessaria per la crescita. Come gli altri suoi libri, anche Incontri e Maestri coinvolge il lettore sul piano emotivo e psicologico ma, anche e soprattutto, sul piano razionale e critico. Complimenti e Grazie . . . .Grazie di cuore.
Concludo.
Sia lode e gloria alla città di San Marco in Lamis. Ho appreso dal libro che il grande scrittore Pasquale Soccio si rammaricava che, pur possedendo delle buone intelligenze capaci di produrre sul piano individuale delle buone cose, San Marco in Lamis non riusciva a mettere insieme un gruppo o una squadra in grado di assumere iniziative culturali di più rilevante spessore e significato. Pasquale Soccio era più che convinto che un’attività culturale più attenta e incisiva, più corale e comunitaria, avrebbe potuto significare molto per la crescita culturale di San Marco in Lamis e dei sammarchesi (Cfr. pag. 41).
Se è vero che i sammarchesi non sono stati proprio solleciti nell’accogliere l’appello di Pasquale Soccio, è altrettanto vero che, oggi 8 maggio 2010, abbiamo ascoltato dalla viva voce del preside Raffaele Cera e del sindaco Michelangelo Lombardi l’illustrazione (peraltro, ben documentata in una brochure) di dodici progetti:
museo di arte sacra, museo dell’artigianato e della civiltà rurale, centro di ricerca musicologica e teatrale, archivio dei personaggi illustri e dei giovani talenti sammarchesi, museo dell’emigrazione collegato alla fondazione “Joseph Tusiani”, pubblicazioni a carattere internazionale, padre Pio e San Marco in Lamis, processione delle Fracchie e Via Sacra quale patrimonio dell’umanità, parco dei dinosauri, nuove sinergie con il Santuario di San Matteo, nuove strategie di funzionalità per la biblioteca comunale, monumento simbolico del rinascimento sammarchese.
Ebbene, il fatto che il progetto “Dodici tessere per un mosaico: Il Rinascimento di San Marco in Lamis” sia stato presentato a Milano (la città dove generazioni di pugliesi hanno dato il meglio di sé stessi, la città di EXPO 2015), nonché il rafforzamento dei legami con le comunità sammarchesi sparse nel mondo (per tutte, cito quelle di Melbourne, New York e Buenos Aires), testimoniano, in maniera inequivocabile, la presenza di uno dei segni più eloquenti della cultura: quello dell’andare incontro.
Non la pigrizia e la sedentarietà. Starsene freddi e morti non ha mai pagato: figuriamoci adesso! Occorre istruirsi. Occorre organizzarsi. Occorre muoversi.
Lo dico sempre e, a maggior ragione, lo ripeto questa sera: la cultura rappresenta un obiettivo per realizzare il talento delle persone, dei giovani in particolare.
Tutto ciò premesso, è inutile far finta di ignorare che realizzare i dodici progetti presentati questa sera non sarà né facile, né tanto meno agevole. . . e che, per riuscirci, occorreranno degli anni.
L’augurio mio personale, del presidente Dino Abbascià e dell’Associazione Regionale Pugliesi di Milano (che abbiamo l’onore di rappresentare questa sera) è che voi sammarchesi, foglie importanti dell’albero degli amici pugliesi, ci riusciate . . . . grazie all’impegno e all’entusiasmo di quanti saranno capaci di coniugare Radici e Ali. . . . e all’aiuto di qualcuno che vi sorriderà dal Cielo.
(*) Patriae Decus città di Martina Franca
Docente Università Cattolica del Sacro Cuore - Milano
Vicepresidente Associazione Regionale Pugliesi - Milano
Fonte: Garganopress.net















