SAN MARCO IN LAMIS. Nel 1948, alle prime elezioni dell’era repubblicana, gli schieramenti e la propaganda furono molto agguerriti; per scongiurarel’incombente pericolo comunista, gli esponenti della Chiesa scesero in campo senza risparmio.
Padre Lorenzo faceva la spola tra il convento e il paese e tra il paese e le campagne d’intorno, dove centinaia di contadini poco avvezzi persino all’ascolto delle notizie radiofoniche erano all’oscuro dei vari marchingegni elettorali che la maggior parte della gente subiva e sopportava a malapena. Lui ne era conscio, ma per il trionfo della Fede ogni manovra era utile allo scopo. A chiusura della campagna elettorale, che era stata infuocata un po’ dappertutto, l’approssimarsi delle votazioni stemperava l’impeto del francescano. Si sentiva come i grandi giocatori che sanno di tenere in pugno la partita. E lui una partita così importante, unica nel suo genere e mai giocata con tanto agonismo, la voleva vincere per forza. Così si attivò fino alla fine, aspettando l’esito delle urne.
Già la sera del venerdì, dopo la chiusura della campagna elettorale, aveva preso accordi con il capo dei comitati civici per il rifornimento di alcune taniche di nafta agricola che gli servivano per i viaggi nelle campagne circostanti tra carriere e sterrati per raccogliere quanto più possibile persone e simpatizzanti toccati dalla grazia di Dio, che garantissero il loro voto. Il pomeriggio del sabato, Padre Lorenzo coprì l’autocarro con il grosso telone; scese in paese con il mezzo e prelevò un addetto dei comitati civici che l’accompagnasse. Lungo tratturi e mulattiere, crocchi di contadini erano fermi con fagotti in mano a ingannare l’attesa: la maggior parte di loro, un po’ di tempo prima, durante il rientro dal il mercato settimanale, era stata avvisata che il pomeriggio innanzi le elezioni Padre Lorenzo sarebbe passato con il camioncino a prelevarli e portarli in paese a votare; per poi riaccompagnarli la domenica. Nei pressi di una di quelle strade asfaltate, lungo la pedemontana che congiungeva l’agro di tre Comuni vicini, nei pressi della tenuta “Cicerone”, un vasto possedimento terriero di quasi duecento versure, due uomini di media età, che vi lavoravano come salariati, erano in attesa di un passaggio per recarsi l’indomani a votare. Uno si chiamava Michele ed era un uomo bassino, l’altro, un tantino più alto, con i pantaloni stretti che gli sfiancavano la pancia, si chiamava Giuseppe. Erano entrambi iscritti al Partito Comunista. Cosa che non avevano mai confessato ai coloni che sovrastavano ai lavori del fondo e a governare gli animali della masseria, nel timore che potessero riferirlo alla padrona, donna Arcangela, la quale simpatizzava ancora e in maniera disinvolta per la memoria del Duce. Però sostavano di frequente nella sezione, appena il tempo e l’occasione glielo permettevano. Chi li conosceva sapeva della loro dichiarata appartenenza. I due stavano fermi sul ciglio della strada; ad un tratto sentirono il rumore del camioncino. Il frate non conosceva i due salariati e nemmeno il giovane accompagnatore li aveva mai visti.
Appena egli scorse i due uomini che agitavano la mano in segno di fermata, il mezzo si bloccò; il francescano uscì dalla cabina. I due lo riconobbero ma chiesero ugualmente se potevano usufruire di un passaggio. Il frate domandò loro per chi votassero, poiché l’autocarro trasportava solo simpatizzanti democristiani. Essi “confessarono”. Il francescano li fece salire a bordo a stretto contatto con gli altri contadini raccolti lungo la via. Man mano che percorreva sentieri più o meno abbordabili, il mezzo si riempiva sempre più di gente ammassata da sembrare dei deportati. A un tratto, dopo che l’autocarro aveva percorso appena pochi chilometri e stava per inerpicarsi lungo la rotabile delle brulle montagne in contrada La Torre, una donna guardò attentamente Michele. Riconoscendolo per appartenenza e soprannome di famiglia, oltre che di vicinato, gridò allo scandalo perché si trovavano a bordo del camioncino anche dei simpatizzanti comunisti. Era una vergogna! Un uomo bussò da dietro l’abitacolo per attirare l’attenzione del frate. Il quale subito si fermò. Si approssimò agli stipati nel camion e chiese se qualcosa non andasse per il verso giusto. La donna riferì a Padre Lorenzo che c’era un occupante scomodo che votava falce e martello. E indicò uno dei due salariati saliti a Cicerone. «Sciagurati! Ho capito che siete entrambi comunisti!», tuonò inviperito il francescano. «Vi avevo detto che potevate montare solo se appartenevate alla scudo crociato; mentre voi vi siete fatti beffa di me, vigliacchi! Vi denuncerò al pubblico uffi ciale per aver abusato impropriamente di un mezzo che non vi appartiene. Ora scendete subito dal camioncino e continuate a piedi, sperando che restiate qui per tutta la notte e che non possiate mai raggiungere il paese per votare quel maledetto falce e martello ». I due, ammiccando un sorriso, scesero dal camion. La gente presente continuò nelle sue mormorazioni, condannando i due malcapitati come imbroglioni e approfi ttatori. Anche la voce nasale del padre usciva stizzita dal finestrino aperto, fino a quando con il rumore del motore scomparvero all’orizzonte lamenti e imprecazioni.

La stessa donna che aveva riconosciuto Michele sul camioncino si fece portavoce, nella strada dove abitava la madre, che il fi glio e l’amico avevano approfi ttato della bontà di Padre Lorenzo che non li conosceva, per sgraffi gnare un passaggio e poi votare per il partito avversario. Avevano proprio una faccia di bronzo! Meno male che era stata lei a riconoscerli, così imparavano per un’altra volta la buona creanza. La quale non deve mancare mai, neppure nei confronti degli avversari politici. Ora salissero a piedi la montagna, se ce la faranno ad arrivare a casa per mezzanotte! La madre di Michele fece informare la nuora dell’arrivo in ritardo del marito. «Ha commesso una marachella che non doveva!», commentò l’anziana donna condannando il fi glio. Molti raccontarono in giro il fattaccio. Nemmeno il frate lesinò rimproveri e particolari con coloro i quali si intratteneva a parlare, esortandoli a non commettere lo stesso peccato di arbitrio e di menzogna che avevano commesso i due sfacciati approfi ttatori. E ad ogni ripresa dell’accaduto, i presenti chiedevano a gran voce: «Chi sono… chi sono questi due bugiardi?». Sul tardi, quasi a notte fonda, quando le strade erano deserte e i fi ochi lampioni a petrolio fumigavano più che illuminare i vari quartieri stanchi e assonnati, i due salariati raggiunsero le rispettive famiglie e si divisero. Entrambe le mogli li ammonirono ferocemente, deplorando il loro atto indisponente. Essi replicarono con uno sfottò del frate e di quella sciagurata ruffi ana che aveva riconosciuto Michele e che aveva scelto volutamente di non farsi i fatti suoi! «E se poi, magari, – precisò Michele alla moglie – noi votavamo lo stesso scudo crociato per ringraziare il monaco del passaggio?». «Tu non voteresti scudo crociato nemmeno se ti premesse una pressa sulla pancia, fi guriamoci per un semplice passaggio sul camion!». Insieme risero per l’idea stramba e balzana, ma anche per la brutta fi gura. Padre Lorenzo era un francescano molto attivo politicamente: aveva provato delle manifeste simpatie giovanili per il Duce, non tanto per le virtù di statista, quanto per l’altisonante retorica e il suo fascino oratorio.
L’enfasi cerimoniale serviva a far scenografia: il fine era tenere a bada gli oppositori e accattivarsi il consenso delle masse con ogni atto demagogico e populistico. Quell’idea di predomino assoluto aveva da sempre titillato lo spirito del frate. Il senso incandescente della coreografi a di regime, con adunate osannanti e sfi late spartane di muscoli e moschetti in pubbliche piazze, accompagnate da conclusivi panegirici di federali locali e notabili nazionali di partito, lo facevano inorgoglire. Come pure il sentirsi testimone diretto delle fastose celebrazioni del Sabato fascista. Ad ogni ricorrenza, il frate rimpinguava di nuovi slogan il suo già notevole magniloquio ducesco, citando a menadito celebri frasi, come quella pronunciata nella gremitissima piazza del Plebiscito di Napoli: «Quando loro – ossia gli alleati tedeschi – non conoscevano ancora l’aratro, noi avevamo già avuto Dante e Virgilio». Una siffatta verità storica, Padre Lorenzo non poteva che approvarla e ripeterla a ogni piè sospinto. Il francescano proveniva dalla catena appenninica meridionale, stabilendosi fi n dall’età degli studi ginnasiali nel più grande convento del suo Ordine sull’opposto territorio montuoso garganico. In quella cella alloggiò per alcuni anni, fi no allo scoppio della seconda guerra mondiale, quando si trasferì nella Capitale per approfondire i già prevalenti interessi teologici e fi losofi ci, soprattutto l’etica e la morale, presso la Pontifi cia Università Gregoriana di Roma. Qui, alla stima per il Duce, defi nito da uno dei predecessori “l’uomo della Provvidenza”, unì una profonda venerazione verso papa Pacelli, allora sulla Cattedra di Pietro con il nome di Pio XII. Verso la fine del conflitto, quando le forze antifasciste cercavano di ricomporre l’unità nazionale disgregata dalla guerra e dalla caduta del regime, Eugenio Pacelli, affi nché il paese non cadesse nelle grinfi e dei movimenti di sinistra, soprattutto quello comunista, verso i quali egli nutriva inappellabili riserve ideologiche e politiche, diede ordine ad alcuni credenti, socialmente impegnati e politicamente schierati, tra cui il democristiano Achille Grandi, di dare vita a una nuova organizzazione sindacale dei lavoratori legati al credo evangelico, diversa dal resto della nascente Confederazione di esponenti laici, meglio conosciuta con la sigla delle Acli. Il comunismo era dunque divenuto per lui la fonte primigenia di ogni guaio per la nazione; e, pertanto, andava combattuto a viso aperto e la sua radice estirpata senza riserve di nessun genere.
Per oltre un ventennio, la mordacchia agli ululati dei “lupi rossi” era stata garantita dalla costante e granitica vigilanza delle squadre d’assalto del fascismo: ma ora a chi sarebbe toccato prendere in mano le redini della sicurezza sociale e della conservazione politica? Le armate partigiane avevano raggiunto due esiti vittoriosi: la guerriglia durante l’occupazione nazista negli ultimi anni di guerra e il suo ritiro dopo la fi rma dell’armistizio e la morte del Fǘrher nel ’45; e, con la fi ne del confl itto, la redde rationem militare attraverso l’epurazione politica, soprattutto nelle regioni centro-settentrionali, di soldati, dirigenti, militanti e fi ancheggiatori del deposto regime. Per realizzare questo disegno di riequilibrio delle forze in campo, gli esponenti di sinistra avevano messo in atto ogni strategia che conducesse a tali risultati. Addirittura, con il rientro in Italia da Mosca, avvenuta nel ’44, del segretario nazionale Palmiro Togliatti, e l’assegnazione a quest’ultimo di un dicastero importantissimo quale quello di Grazia e Giustizia nel primo Governo presieduto dal democristiano Alcide De Gasperi, la folgore comunista si era infi lata fi n dentro ai palazzi del potere. Per un uomo dotto come Padre Lorenzo, che aveva approfondito oltre misura a Roma la Summa theologica di San Tommaso d’Aquino, questo veicolare incontrollato di idee e azioni di bolscevichi italiani diveniva una vera e propria ingiuria alla sacralità della fede ed inasprimento della condizione etica di ogni cristiano. Lo rincrudiva ancor più l’ostentata imprudenza, che poteva senza dubbi essere tacciata di sfacciataggine, di certi dirigenti politici che si professavano cristiani e che, con un fare troppo sbrigativo e superfi ciale, avevano stretto un’alleanza di Governo con gli sconfessati trinariciuti. E così, la nostalgia per il Duce e la sua dittatura, simbolo di castità ideologica e purezza razziale, lo risospingevano sempre più verso un passato a lui più congeniale, rivestito di ragionevole autorevolezza a motivo di un sopraggiunto prestigio personale che avvertiva dentro di sé nell’intento di volersi porre a paladino della dottrina cattolica e delle sue verità assolute, ignobilmente vituperate dal funesto incalzare di cervellotiche aporie prive di consistenza logica, che si erano trasformate in idee rivoluzionarie e sistema politico che lui – non poteva essere altrimenti – non vedeva di buon occhio.
Di tali rovesciamenti di scenari si auspicava una fi ne celerissima e ingloriosa. Come ci istruisce il fi losofo Giambattista Vico, la storia degli uomini, dopo aver attraversato lunghe vie tortuose, attraverso la mano della divina Provvidenza riprende il suo naturale cammino. Vale a dire: ogni cosa Dio l’aggiusta! Così la pensava Padre Lorenzo: era giunto il momento propizio che anche nella vita pubblica italiana la Provvidenza ci mettesse il suo zampino. I giornali parlarono allora di un viaggio risolutivo di De Gasperi verso i solidali amici del bengodi, gli amati americani, i quali non solo avevano contribuito notevolmente alla cacciata del nemico tedesco, ma, successivamente, grazie al Piano Marshall, avevano sfamato a quattro ganasce tante bocche rinsecchite dalle miserie belliche e avevano fatto assaggiare, meraviglia delle meraviglie, per la prima volta alla festaiola gioventù italiana il gusto dolce della chewing-gum, metafora di trasformazione e futuribili tendenze, che le aprì uno spiraglio su una condizione di modernità ancora sconosciuta. Tornando dagli Stati Uniti, il capo democristiano ritirò la delega ai ministri comunisti, sciolse il Governo e rimise il mandato nelle mani del capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola. Infine, avendo l’Assemblea Costituente completato il proprio mandato, si indissero nuove elezioni: la data scelta fu il 18 aprile del ’48. Dopo le insurrezioni indipendentiste di un secolo prima, per mano di romantici patrioti, per un’Italia unita liberata dal dominio austriaco, si ripeteva un secolo dopo una nuova insurrezione popolare di indipendenza – occorre per forza il gioco di parole – dal dominio politicoideologico comunista. Pronunciando quindi il valore di un proverbio che dice “non c’è due senza tre”: se il calendario lunare dei Maia non fermerà per sempre nell’approssimarsi del Natale del 2012 la vita su questo Pianeta, anche noi siamo fortemente desiderosi di arrivare alla fatidica data del 2048 per verifi care se per la terza volta “Succede il ’48!”. Che Dio ce la mandi buona per entrambe le date! Quel ’48, Padre Lorenzo lo attese come una manna piovuta dal cielo. Era, a suo giudizio, l’occasione propizia per sbaragliare defi nitivamente i nemici della Chiesa, cacciati prima da Mussolini e ora ritornati trionfanti con la fine del fascismo, uniti sotto un unico simbolo dello sguardo malinconico di Garibaldi e di un’unica coalizione: il Fronte Popolare. Il francescano riprendeva fi ato! Ora persino De Gasperi, piuttosto inviso al suo ammirevole Pontefice, diventava la persona più amabile e assennata che il Paese potesse generare in quell’epoca di rivolgimenti per assicurare la pace sociale alla nazione.
Da uomo pratico quale si sentiva per inclinazione, il frate, durante la permanenza romana, aveva addirittura conseguito la patente di guida e ogni giorno di festa, dopo aver ufficiato la messa nel convento che lo ospitava, si estasiava a guidare un camioncino utilizzato dagli stessi francescani per trasporto promiscuo di persone e cose. Per questo, quando rientrò nel suo chiostro montano sul Gargano, egli propose ai confratelli l’acquisto di un autocarro che servisse per trasportare i frati questuanti in cerca di elemosine e i predicatori nei brevi viaggi di servizi liturgici e non solo. La comunità francescana l’accontentò. L’acquisto del mezzo di locomozione cadde a fagiolo per Padre Lorenzo. Tanto è vero che, appena furono costituiti anche nel paese dove era ubicato il sacro sito i famosi Comitati civici, voluti espressamente dallo stesso Pontefice per combattere a viso aperto l’anticristo dell’era tecnologica, il buon frate si attivò in prima linea, utilizzando il mezzo per impegni e commesse legati direttamente alla campagna elettorale.















