Venerdì, Maggio 18, 2012
   
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Il Gargano visto da un trentino

arcodisanmichele

Girovagando insieme al sammarchese Severino Stea, Mario Fabbri ha percorso e si è inventato itinerari, ha cercato e scoperto emozioni, si è posto interrogativi

...che non hanno trovato risposta. Un girovagare guidato sempre dalla voglia di documentare luoghi e tracce del passato che il tempo, l’incuria, l’indifferenza stanno cancellando.

L’amore per il Gargano mi porta, come più volte fatto,a chiedere spazio per poter esprimere alcune mie idee ed opinioni su questa terra dove girovago dal 1964. Allora pochissime eranole strade e moltissimi erano i muli. Per molti anni ho giratoda solo, fino a quando, circa nove anni fa, ho incontrato un giovane studente, ora dottore: Severino Stea di San Marco in Lamis. Condividendo ricerche, scoperte, emozioni, insieme ci siamo posti molti interrogativi e molti non hanno trovato risposta. Il nostro andare era ed è guidato dalla voglia di documentare luoghi e tracce del passato che il tempo, l’incuria e l’indifferenza stanno cancellando. Quasi sempre percorriamo itinerari non segnalati, itinerari poco noti fatti di coppe, steppe e valloni dove il silenzio è padrone, dove il vento corre libero, dove i profumi sono intensi, dove gli unici suoni sono il grido di un rapace, un abbaio lontano o il campanaccio di una mucca; qui ritrovi sensazioni dimenticate o perdute. In questi luoghi molti sono i segni del tempo passato che se ben gestiti e valorizzati potrebbero essere di grande aiuto per un domani migliore. Agli amici garganici ricordo che il futuro è dietro l’angolo, che i cambiamenti climatici sono veloci e non perdonano: l’innalzamento del mare potrebbe portare ad un lento degrado delle stupende coste garganiche. Se a questo si aggiunge l’incuria, il degrado e la volontà di non “fare assieme”, temo che le generazioni future dovranno affrontare problemi non facili. Sul Gargano si parla, da tanto, di strade veloci dimenticando che sono sì vantaggiose per i residenti, ma sono devastanti per un turismo lento, un turismo di qualità. Tolgono la possibilità di vedere, emozionarsi, memorizzare e quindi trasmettere; internet è un formidabile strumento di promozione ma guai a sottovalutare il “passaparola”. L’antico popolo del Gargano ha lottato per secoli, in modo caparbio, per avere un futuro migliore; i muri a secco, i terrazzamenti infiniti, le cisterne scavate nella roccia e i pagghjare che ora si lasciano morire ne sono la prova concreta. Mi sono chiesto più volte se i garganici attuali abbiano smarrito nel tempo parte del Dna dei loro padri, dei loro nonni perché ho la vaga sensazione, mi sia concesso dirlo, che si vive più l’attesa che il fare in funzione del futuro.

Negli ultimi quarant’anni sul Gargano ho visto molti interventi di recupero, conservazione, restauro e lungo sarebbe l’elenco; voglio ricordare alcuni che per motivi personali o storici mi hanno particolarmente colpito: Madonna di Stignano, San Francesco ad Ischitella, la Chiesa Madre a Rignano, Madonna di Loreto a Peschici, Castel Pagano, Madonna di Merino, San Giuseppe a Sanicandro, il complesso di Monte Devio, i centri storici, le zone umide, il complesso di Punta Manacorra, Madonna di Pulsano dove, in corso di restauro, io e Severino abbiamo avuto l’occasione di vedere e fotografare due tavole di pietra incise che non abbiamo più riviste e ci è rimasta la curiosità di conoscere il significato di quei segni.

Purtroppo molti di più sono i luoghi destinati a sparire se non si interviene. Mi sia concesso di segnalare quelli più significativi e mi auguro che il lungo elenco che propongo possa essere di stimolo per una “ presa di coscienza” di quanto può diventare pericoloso, per il bene comune del domani, il non vedere, il non agire: le Chiese di Santa Lucia e di Ognissanti in zona Ripa Santa (Monte Sant’Angelo), sono quasi sparite; Sant’Agostino (zona Stignano) con i resti dei suoi affreschi è in totale abbandono e speriamo che gli affreschi di Madonna Devio non facciano la stessa fi ne. Mi auguro che l’intervento del FAI possa recuperare o almeno conservare gli ultimi resti di affreschi che sono rimasti in val Campanile, la Chiesa di Santa Barbara a Rodi che si dice legata all’ordine dei Templari, il complesso della Madonna del Carmine a S.Giovanni Rotondo, quello di San Nicola in località Pantano S. Egidio; Santa Restituta, importantissimo e antico centro di fede, sta per crollare come già successo alla sua Chiesetta ed è facile prevedere che la stessa sorte toccherà alla sua cisterna che per capienza e originalità è la più importante del Gargano; il complesso monastico di San Pasquale è in completo abbandono e sarebbe importante ripristinare, a fini turistici, il sentiero cancellato dall’alluvione degli anni ‘50 che saliva da macchia; anche il grande centro spirituale di San Stefano a Mattinata andrebbe valorizzato e così San Vincenzo in valle dei Porci, senza dimenticare quello senza nome sopra Santa Restituta, per non parlare del caso eclatante dell’Abbazia di Calena che da decenni non trova soluzioni.

Auguriamoci che, come già fatto a Monte Saraceno ed ora a monte Civita, si ricuperino le tombe di Baia di Manaccora, di Coppo dei Fossi, di Tagliavia, di San Salvatore, di Monte Tabor- Coppa Mendele, di Monte Pucci, che già negli anni ‘30 il professor Battaglia, nome illustre per l’archeologia garganica, auspicava avessero un futuro turistico. Mi è diffi cile capire perché Vico del Gargano, cittadina da sempre attenta alla cultura e a un turismo diversifi cato, non abbia mai avuto uno sguardo di riguardo per questi siti che gravitano sul suo territorio. Non si dimentichi anche la grande solitaria tomba di Vesta, a bordo della litoranea Peschici-Vieste, che per la leggenda sarebbe la moglie di Noè. Anche Torre Varano, la più antica del Gargano, è a rischio di crollo come già successo per la vicina Chiesa di Santa Maria. Nei pressi di valle San Martino a Monte Sant’Angelo esistono due antichi e interessanti insediamenti rurali che andrebbero riscoperti e valorizzati, così come quello in valle Mollica presso Ruggiano o l’antico sito circolare in Valle Vituro senza dimenticare il casale del Formicoso a S. Marco in Lamis (non facilmente rintracciabile). Sempre in Valle del Vituro sta per crollare, nell’indifferenza generale, l’antico e forse Longobardo arco di San Michele che nel ‘800 ha visto il passaggio di un Canonico della Chiesa di Foggia che si recava, non senza paura, a San Marco in Lamis nel tentativo di chiudere il secolare contenzioso con la locale chiesa Badiale del Nullius che non riconosceva l’autorità del vescovo. Era una chiesa autoctona, con sacerdoti locali e anche le donne potevano essere consacrate. Questa chiesa ha dato tre Papi.

Moltissime erano sul Gargano le chiese campestri o cappelle situate all’interno di masserie e case. Quasi tutte “godevano” di affreschi che pur di scuola semplice erano l’immagine di quella fede libera, ma a volte anche imposta, che caratterizzava tutto il Gargano. Tutte queste chiesette, escluse alcune, sono state abbandonate, depredate e certamente non avranno vita lunga. Ne segnalo alcune che sono state salvate per volontà dei fedeli e del volontariato: Madonna del Cristo a Rignano, Madonna degli Angeli a Monte S.Angelo, San Michele e San Rocco a Vico del Gargano, Santa Croce a Carpino, Madonna di Loreto a Cagnano e a Peschici, la Cappella dello Spirito Santo a Rodi; mi auguro che a Rodi sia ancora visibile, in fondo al mare, l’antico porto che è, forse, il “Portus Ganae” ricordato da Plinio. Molte erano le masserie fortificate, diverse per numero di torri o per disegno delle feritoie, che vigilavano sulle proprietà dei grandi latifondisti. Le abbiamo tutte individuate e visitate, da quella grande della Bella in Foresta con il suo interessante abbeveratoio a quella piccolissima in località Copparone nella Difesa. Tutte sono in uno stato disastroso, si salva solo la Gambadoro a Macchia e per fortuna anche la Zaccagnino in agro di Sannicandro, che è interessante per alcuni affreschi dedicati a Napoleone. Anche tutte queste potrebbero essere appetibili per un turismo di qualità.

Sarebbe auspicabile che almeno alcune delle piccole masserie a servizio dei campi venissero recuperate e ristrutturate ai fi ni turistici: la masseria Leccese in località Mattine è stata trasformata, grazie ai fondi dell’Unione Europea, in una piccola, elegante, tranquilla locanda con piscina; così masseria Sgarazza, sopra Vieste, che è stata parzialmente riadattata, con l’aiuto del Parco, ed ora è in grado di offrire alloggio, cibi locali, escursioni. La grandissima e antica aia in acciottolato è rinata ed ora è godibile in tutta la sua bellezza. Cavalli, galli giganti, mucche e tori podolici sono la cornice perfetta di questa oasi di pace. Nei due casi si è operato in modo diverso ma, comunque, in entrambi, nell’ottica del domani; l’ambiente non è stato stravolto. Il “Grande Fuoco” a distrutto quel gioiello, frutto di volontà, tenacia, grande fatica, che era l’eco sistema di Bosco Isola a Lesina. In pochi minuti tutto il Gargano, ma lo si vuole capire!, si è pesantemente impoverito perché ha perso una parte particolarmente importante del suo ambiente. Per fortuna Torre Scampamorte vive ancora e speriamo che il cemento risparmi le vicine rovine del convento di San Placido.

Nel vicino territorio di Apricena, da sempre chiamata la “Porta del Gargano”, è in totale abbandono l’importante complesso di Madonna della Rocca che temo abbia vita breve e così la non lontana Chiesa dell’Immacolata. Le innumerevoli grotte, con relativa chiesetta rupestre, di Valle Oscura sono ormai stabile dimora di animali come era una volta a Madonna di Stignano e come è tuttora dimora di animali la chiesa di Santa Barbara a Varano. Quando rientro a fine escursione, e così penso sia anche per Severino, rivedo gli itinerari che abbiamo percorso e concludo che il Gargano è ancora bellissimo ma purtroppo è come un importante museo ricco di quadri e di statue dove però un giorno sì e un giorno no si butta, nell’indifferenza generale, dalla finestra un quadro o una statua senza comprendere che quando muri e piedistalli saranno vuoti sarà inevitabile, fra le proteste e i pianti degli indifferenti di prima, chiudere il portone e tutti dovranno preparare la valigia per andare altrove.

Si è cominciato a distruggere le stupende incisioni del grande riparo vicino a Campo delle Pietre ad Apricena, la stessa sorte è capitata alla grande e interessante incisione del Grottone a due piani in località Nives in Agro Ischitella. Speriamo che la stessa “attenzione” non sia riservata alle Grotte di Monticelli, al riparo di Sfinalicchio, alla grotta Tommasone a Cagnano, e ad altre. Mi auguro che non venga deturpata, come già successo altrove, quel gioiello che è la piscina della Tagliata a Parco Orefice. Sono fermamente convinto che il turismo religioso, ora fonte di ricchezza, andrebbe analizzato e riprogrammato nell’ottica del futuro. La massa di fedeli che raggiunge il Gargano è, in gran parte, costituita da persone di media età ed oltre; pochi sono i giovani che, non dimentichiamolo, sono il domani. A questi pellegrini si dovrebbe dare, aldilà dell’appagamento religioso e spirituale che ognuno dovrà trovare in sé, la possibilità di conoscere alcune delle straordinarie bellezze di questa terra e così sarà loro possibile, una volta ritornati a casa, far partecipi delle loro nozioni e ricordi i figli, i nipoti e gli amici per un importantissimo “passa parola”.

Più volte, sempre di sera, io e Severino abbiamo accompagnato amici o conoscenti occasionali a visitare il vicino, stupendo, centro storico di San Giovanni Rotondo e sempre abbiamo riscontrato reazioni positive. Statue di artisti importanti o cripte d’oro, da pellegrino dico che mortificano la fede, non saranno sufficienti ad attrarre la gioventù del futuro.

Segnalo, solo per dovere di informazione, alcune iniziative che potrebbero essere di aiuto nella ricerca e sperimentazione di strade nuove. In Valle di Non (Trento), regno delle mele, alcuni agricoltori per poter contrastare una futura concorrenza hanno sostituito le piante di melo con un antico e dimenticato vitigno, il “Groppello” che ora, anche se di produzione limitata, ripaga bene. Ad Avio undici piccoli agricoltori hanno unito le forze e hanno acquistato un vigneto del 1880, che si voleva estirpare, e con quelle antiche vigne e l’aiuto determinante di nuove tecnologie producono un nuovo vino, “ l’Enanzio” che rende bene. In valle dei Mocheni, a circa 1300 metri, sono stati messi a dimora alcuni vitigni da cui si ricava il “Rementil”, che però non è ancora in commercio. In alcuni masi dell’Alto Adige, siamo in quota e il freddo è spesso presente, da anni si produce un radicchio che fa concorrenza al blasonato Trevigiano. In Val Venosta, dove il freddo è di casa, le albicocche frutto dei climi caldi sono diventate uno dei pilastri dell’economia locale. Lungo sarebbe l’elenco, voglio ancora ricordare che si sta tentando di incrociare la banana africana con la banana tibetana che sopporta le temperature basse e su alcune piante sono apparse, per sperimentazione, delle mele dalla polpa, non ancora dolce, di colore azzurro. L’azienda agricola di Riva del Garda, siamo al limite della flora mediterranea, con ricerca, pazienza, selezione e lavorazione è riuscita a produrre degli oli che non temono la concorrenza, basti pensare al concorso nazionale di Salerno. Questi oli vengono facilmente assorbiti dal mercato ad un prezzo che può andare da 10 a oltre 20 euro al litro. Le cooperative dei piccoli frutti della Locride si sono consorziate con quelle trentine ed in tale modo possono, con lo scambio dei frutti stagionali, operare tutto l’anno. Se le mie informazioni sono esatte sul Gargano sono stati censiti più di 50 vitigni antichi che in tempi lontani trovavi ovunque: il vallone di Vignantiche è la più importante testimonianza. E così anche per le arance, forse sarebbe possibile e utile scoprire e sperimentare qualche ceppo lontano come il melangolo. E’ incontestabile che questi risultati si ottengono abbandonando l’individualismo, si ottengono se si opera assieme, si ottengono ricorrendo a consulenze di veri esperti o di istituti di ricerca che affondano le radici nell’esperienza e nella serietà operativa. In agricoltura, come in altri campi, non si può più guardare, come spesso ho sentito dire sul Gargano, all’esperienza dei padri o dei nonni; ora, per poter concorrere, è necessario acquisire ed applicare idee nuove.

Da sempre si bruciano le stoppie del grano, così anche per i residui del pomodoro, dimenticando che il terreno viene privato di un materiale organico utilissimo come concime e come “spugna” per l’umidità. Così facendo il terreno si impoverisce, aumenta l’inquinamento dell’aria e spesso e volentieri è causa dei disastrosi incendi dei quali soffre anche il turismo. Una volta i mandorli erano ovunque a testimonianza che la terra Garganica era vocata a questa coltivazione. Perché non si ripensa a reimpiantare, usufruendo delle nuove tecnologie, piante selezionate e testate per questi terreni? Si potrebbero ottenere delle mandorle che abbiano delle caratteristiche uniche e quindi ben accette dal mercato. Perché non si coltivano, ripeto coltivano, come già altrove avviene, i castagni? Bosco Rosso a San Marco in Lamis potrebbe essere il cuore di questa produzione e così potrebbe essere per i noci che, aldilà del frutto, hanno un legno di elevato pregio che sul mercato spunta prezzi decisamente alti. Sarebbe un ottimo investimento per le generazioni future. Anche il mercato caseario andrebbe ripensato perché sono cambiate le esigenze di mercato. Con il latte Podolico si provi a produrre nuovi tipi di formaggio per ampliare l’offerta, non si dimentichi che la richiesta di latte e formaggio ovino e caprino è in aumento perché circa il 25% delle persone ha un’intolleranza al latte di mucca. In campo turistico (alberghi- ampeggi- villaggi) manca, per quanto io sappia, una rappresentanza comune che possa raccogliere idee, fare proposte ed operare nel campo della promozione. Ho letto che Ischia, Lipari e Procida si sono consorziate e più di 1300 operatori hanno aderito a questa iniziativa. (Fine prima parte)

da "Il Gargano Nuovo" - Giugno 2011