Venerdì, Maggio 18, 2012
   
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È morto Mimì lu stagnar

L’ultimo stagnino di S. Marco in Lamis

Il rumore del tintinnio del martello ha ritmato per decenni la vita del vicinato nel pieno centro storico della cittadina garganica, in Corso Giannone. Domenico Leggieri faceva parte di un’antica famiglia di stagnai. Il mestiere, che ha eseguito fin da bambino, l’ha imparato nella bottega del padre, “a mez lu chian”, nella centralissima Piazza Madonna delle Grazie. Nell’ultimo incontro raccontava che ben quattro dei suoi fratelli hanno esercitato lo stesso mestiere del padre, poi nel corso degli anni hanno cambiato l’attività per fare i commercianti. Mimì è rimasto fedele all’antico mestiere. Degli undici stagnai che esercitavano a S. Marco in Lamis, lui, nella sua piccola bottega consistente in un sottoscala, ha mantenuto vivo il sapore delle cose antiche. E mentre parlavamo di com’era faticoso il mestiere dello stagnaio, lui era assorto ad accendere i carboni nella piccola forgia per riscaldare l’alluminio e fare la saldatura a mano. Il colloquio è stato un ritorno al passato, di quando la gente ritornava dalla campagna e prima di passare a salutare i propri parenti, andava da Mimì a portare secchi, pentole e tegami che si bucavano sul fuoco vivo dei camini perché non c’era ancora il gas. Non c’era una sala d’attesa, ma l’uscio della bottega, dove Mimì metteva un piccolo sgabello di ferro per far sedere la gente e discutere mentre lui lavorava. Il lavoro dello stagnino nel passato ha avuto una grande importanza. Con il suo lavoro e con la vasta produzione d’oggetti riusciva a soddisfare tutti quei bisogni di cui una famiglia necessitava. Quando l'acqua non c'era nelle case, il lavoro consisteva principalmente nella realizzazione delle grondaie e dei pluviali che portavano l'acqua piovana alle cisterne. Nella piccola officina vi era un tavolo da lavoro tutto sgangherato, dove erano collocati gli attrezzi necessari: enormi forbici per tagliare i fogli di lamiera, verghe di stagno, tenaglie, il saldatoio, e in un recipiente, che era tenuto nascosto, teneva poi l'acido che serviva per la pulitura dei vari oggetti. La curiosità dei ragazzi si fermava a vedere la forgia, piena di carbone, attizzata con l'aria immessa mediante un giro della manovella posta di lato. E Mimì ogni tanto accontentava i ragazzi facendo girare a turno la manovella. Mimì ha raccontato la grande vivacità artigianale che animava la vita della cittadina garganica. In ogni quartiere, oltre allo stagnino, c’erano le ricamatrici, le sartorie, i falegnami, i fabbri, i ferracavalli, le tessitrici e i cestai. Dalle mani magiche di questi maestri uscivano oggetti che ancora oggi sfidano l’usura del tempo. Una vita, quella della comunità sammarchese, che si alimentava di duro lavoro in un territorio aspro e povero ma pieno di fede e fiducia in Dio. Con Mimì anche un pezzo della nostra storia antica va via.