Lunedì, Maggio 21, 2012
   
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Berlusconi e Fini, scontro totale

fini06gAlla direzione nazionale del Pdl il Cavaliere attacca: se vuoi fare politica dimettiti. La replica: altrimenti che fai, mi cacci? (Video)

Il governo Berlusconi ha le gambe d’argilla perché Gianfranco Fini inaugura l’opposizione più spietata: quella dentro il partito. Il Cavaliere si ritrova un nemico in casa e un avversario elusivo nel Parlamento.
Nel Pdl va in scena la guerra civile. Alle 18 e 30, quando 12 membri della direzione su 171 votano contro il documento conclusivo dove si condannano le critiche al Capo e le correnti, crolla l’unanimità di facciata. Già Fini avverte: lui e i suoi saranno leali se si tratterà di mandare avanti il governo. Tuttavia le decisioni andranno prese «negli organismi rappresentativi», non è che Silvio la mattina si sveglia e dà ordini. Sennò si ritrova al Senato o alla Camera una fronda capace di farlo piangere. Nessuno può più sapere che cosa accadrà su giustizia, fisco, federalismo... Si coglie, perfino in un duro come il capogruppo Cicchitto, cautela e preoccupazione per quanto vedremo in futuro.

Ovvio che colpisca lo scontro spettacolare, fino alla scena madre: il presidente della Camera che scatta in piedi, va verso Berlusconi e quasi lo bloccano i «body guard». Tifoserie in tripudio, ciascuno dei co-fondatori mostra di avere attributi... Scene di ben altro effetto per chi le guarda da casa. Eppure il premier aveva concepito un piano per imbrigliare Fini, voleva bagnare le polveri dell’avversario prima ancora che salisse alla tribuna degli oratori, nell’Auditorium di via della Conciliazione, a cento passi da San Pietro. Interventi iniziali dei «triumviri»: di Verdini per spiegare quanto grande è stato il trionfo alle Regionali. Di La Russa per negare che Bossi la faccia da padrone. Di Bondi per dare a Fini un assaggio del trattamento in arrivo: accuse di «bizantinismo, smania di autodistruzione, cupio dussolvi». Il Cavaliere stesso (discorsetto introduttivo) aveva fatto intendere che litigare sulle riforme sarebbe stato inutile, quelle della Costituzione «si faranno solo con consenso di tutti», opposizioni comprese, una svolta a 180 gradi. Idem sulla democrazia interna: si faccia un congresso all’anno, che problema c’è? Poi sfilata di ministri per impaniare Fini, da Frattini (Berlusconi non va indebolito all’estero) a Tremonti (mai favorita la Lega con gli aiuti di Stato).

Quando il presidente della Camera prende la parola, è quasi l’una. Irride come «puerile» la tattica berlusconiana. Rivendica la «necessità di fare chiarezza». Nega si tratti di «bizze, gelosie» verso il leader. Chiede se «è lecito avere opinioni diverse e organizzate dentro il Pdl». Segnala a Bondi di avere incassato «bastonature mediatiche» dai giornali della famiglia Berlusconi. Sarcastico sulle riforme condivise: l’avesse detto prima, il Cavaliere, si evitavano polemiche. Poi Fini spalanca il pozzo senza fondo della prepotenza leghista, vi attinge a piene mani. Sull’immigrazione richiama i valori cristiani del Ppe contro i medici-spia e quanti vogliono cacciare da scuola i figli dei clandestini. Nega che Tremonti sia montato sul Carroccio. Però segnala che il ministro del rigore si è prodigato sulle quote-latte. E sul federalismo fiscale domanda: va fatto a ogni costo come vuole Bossi?

Morale finiana: «Siamo diventati fotocopia della Lega». Prova ne sia la disattenzione per i 150 anni dell’Unità. Berlusconi quasi non si trattiene allorché Fini cestina il programma elettorale: «Scritto in un altra epoca», va ripensato da cima a fondo. Il tappo salta poco dopo. Gianfranco alza il sipario sulle «litigate a quattr’occhi» con Silvio per il processo breve, «un’amnistia mascherata, 600 mila processi che venivano cancellati». Alto tradimento proprio sulla giustizia: il Cavaliere torna al microfono, come una furia. «Mi pare di sognare», è l’esordio.

Come si può trattare con chi contesta su tutto? Poi, rivelazione per rivelazione, afferma che «davanti a Letta testimone» Fini si sarebbe detto «pentito» di aver dato vita al Pdl, avrebbe preannunciato un gruppo autonomo. Sugli attacchi di Feltri, risposta standard: io non c’entro, ho detto a mio fratello di vendere il «Giornale». Sulle celebrazioni dell’Unità «non ci stiamo occupando d’altro». La Lega va forte perché loro fanno proseliti anche il sabato e la domenica, mica vanno in vacanza. Bordata conclusiva: «Le sue critiche sono accolte, ma da uomo di partito, non da presidente della Camera». Vuol fare politica? Lasci quella poltrona. Con il durissimo documento conclusivo (i parlamentari non erano ammessi al voto) Berlusconi indica a Fini dov’è la porta, ma Gianfranco non se ne va. Resta per contestare la linea. Nemmeno abbandona la carica istituzionale, minaccia «scintille» in Parlamento. E il Cavaliere non può farci nulla.