
Sembra ormai deciso. Il 31 dicembre 2010 la Giunta Regionale presieduta da Nichi Vendola chiuderà il nostro ospedale. Credo che su questo evento, così pernicioso per la nostra comunità, vadano fatte alcune considerazioni. La prima è che la colpa di questa chiusura sia da attribuire al governo Berlusconi che ha minacciato un taglio da 500 milioni (che comunque verserà) e, soprattutto, al governo regionale di Vendola. Questo si deve affermare senza esitazione e senza scusanti inutili.
Il presidente, che pure ha messo in pratica lodevolmente la stabilizzazione e l’internalizzazione dei precari, per il resto ha attuato dal 2005 una politica sanitaria assolutamente fallimentare, perché non ha ridotto, o quasi, sprechi, consulenze, elargizioni varie. Ora, per riparare al deficit, si tagliano gli ospedali e, quindi, si taglia sul bisogno di salute dei cittadini. Naturalmente, ça va sans dire, si vanno a colpire le fasce di popolazione più deboli, i meno abbienti, coloro che non possono rivolgersi alla sanità privata.
Stanno chiudendo il nostro ospedale, colpendo i cittadini non solo di San Marco in Lamis, ma anche e soprattutto, quelli di Rignano Garganico, Sannicandro Garganico, Cagnano Varano, che avevano nel nostro nosocomio un punto di riferimento. Si chiude senza che la Regione abbia fornito giustificazioni, probabilmente non ve ne sono. I reparti del nostro presidio sono condotti dal personale medico e paramedico con amore e abnegazione. Le varie unità operative di Medicina con Oncologia, Psichiatria, Lungodegenza, Day-surgery sono veramente fiori all’occhiello per professionalità, umanità e pulizia. Dovranno dirci perché li chiudono, visto che, contestualmente, non abbiamo sul territorio servizi alternativi.
Una seconda considerazione. Quello che mi fa più rabbia è che a fare questa operazione di macelleria sociale sia l’amministrazione regionale che noi abbiamo contribuito ad eleggere. La cosa, come uomo e politico schierato da sempre a sinistra, mi ripugna ancor di più. La sinistra ha sempre avuto, tra i suoi obiettivi, la difesa di chi non ha le possibilità di difendersi, dei più deboli, degli anziani. Per tutti questi ha il dovere di battersi, di cercare di diminuire il più possibile le disparità sociali, aumentando la loro possibilità di accedere ai servizi pubblici. Questa disattivazione (così l’hanno definita), assolutamente dissennata, è un calcio in faccia alla povera gente, ai tanti senza voce che avevano creduto nel cambiamento. L’operazione di chiusura è stata, per giunta, portata a termine in maniera fraudolenta, illudendo con false promesse di riconversione, per poi dire, senza vergogna, che non si poteva e non si può far niente, scaricando tutte le colpe sul governo centrale.
Un’intera comunità è offesa, anche perché l’ospedale è stato da sempre una delle poche (ora forse l’unica) opportunità occupazionali che offre la nostra cittadina, che nel corso degli anni è stata depauperata di tutto. Credo che di fronte a tutto questo non dobbiamo assolutamente rimanere inerti e non è vero che non si può fare più niente. Abbiamo un’arma che contraddistingue da sempre la vera sinistra ed è la lotta. Non dobbiamo cadere nella rassegnazione e dobbiamo opporci con tutte le nostre forze a questa ingiustizia, a cui hanno collaborato, oltre al presidente Vendola, anche quei consiglieri regionali che i sammarchesi hanno contribuito ad eleggere e che non hanno mosso un dito per l’ospedale, a cominciare dal presidente della Commissione Sanità Dino Marino, che abbiamo visto in campagna elettorale a chiedere consensi e che ora, probabilmente, ha a cuore altri ospedali in altre realtà, non certo l’Umberto I. E, come lui, anche gli altri.
Martedì prossimo, nell’assemblea cittadina fissata per le ore 18.00 presso l’auditorium della biblioteca comunale, dobbiamo assicurare la massima presenza e, tutti insieme, ribadire con forza che non devono chiudere il nostro ospedale. Dobbiamo altresì mettere in campo quelle iniziative di lotta, anche le più dure e clamorose, che riterremo idonee a scongiurare questa calamità. Costituiamo insieme, donne e uomini in carne e ossa, l’opposizione sociale e, per dirla con Marx, il movimento reale che abolisce lo stato di cose (pessime!) presente. Seppure in maniera civile, ribelliamoci, facciamo sentire la nostra voce. Se dovremo soccombere, lo avremo almeno fatto lottando e non aspettando passivamente che il disastro vada in atto. Sono fermamente convinto che, se saremo uniti, potremo farcela.
Non molliamo!
Fraterni saluti.
Antonello Soccio
Consigliere comunale e Segretario provinciale del Partito della Rifondazione Comunista
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