Un contributo di Tiziano Paragone sulla vicenda "rilevatori Istat"
Sino a non molti anni fa (ma in alcuni posti non lontani da noi ancora esiste) c’era un metodo che i “padroni” o i “caporali” utilizzavano per scegliere le braccia che avrebbero lavorato nei loro campi. I “cafoni” così si accalcavano davanti al “caporale” che effettuava, spesso con malcelata soddisfazione, la sua scelta: quelli giovani, forti e con poche pretese lavoravano quasi sempre.
Quelli più esili, anziani o troppo “ribelli” faticavano a buscare la giornata. Il lavoro era inteso non come diritto, come contratto tra parti ma come “graziosa concessione”. Poi arrivarono le grandi lotte sindacali e contadine e la storia cambiò.
A volte un cattivo metodo produce più danno delle cattive intenzioni. E’ ciò che centinaia di giovani concittadini stanno ripetendo a gran voce a proposito della selezione messa in opera dall’ Amministrazione comunale per il personale da adibire al prossimo censimento generale ISTAT.
I tempi sono assai duri ma, secondo molti interessati sono anche “giorni bugiardi” per dirla con Ivano Fossati. Bugiardi non tanto per i risultati: i più “sportivi” tra gli “esclusi”, infatti, hanno espresso apprezzamento per molti dei vincitori ma bugiardi per il reale valore che si dà al valore reale. Criptico? Non tanto: il popolo dei valutati in realtà si sente “svalutato” da un criterio di selezione troppo discrezionale e soggettivo. Insomma, manipolabile!
Ma è questo il danno maggiore? Credo di no. Il danno maggiore è la distruzione di ciò che abbiamo chiamato, nel nostro programma elettorale, Ελπίς, speranza. Un metodo troppo discrezionale evoca il lato oscuro della forza, la prima (ma pure la seconda) repubblica, la Milano da bere ed il nepotismo craxiano, l’impero di Giulio (“a Roma nun se move foglia…”). Insomma, i bei tempi andati.
Quando c’è troppa discrezionalità nei metodi di valutazione, soprattutto tenuto conto del fatto che molti sono giovani professionisti con brillanti curricula accademici, si uccide la speranza che prima o poi arrivi il lavoro a loro congeniale, adatto, dovuto.
Di questo stiamo parlando: di togliere la speranza. Fermo restando il diritto universale al lavoro. O forse questo diritto sta scomparendo per tornare alla “graziosa concessione”?
Il modello di democrazia partecipativa che abbiamo proposto in campagna elettorale prevede, tra le altre, la Consulta dei giovani, un organo di indirizzo rispetto alle politiche giovanili. Non sarebbe un bel segnale lasciar scegliere agli interessati i metodi di selezione? Credo che la gran parte dei giovani abbia capacità e onestà per farlo. E comunque si tratta del loro destino. O la giustizia deve essere amministrata per forza dall’alto o “per conto terzi”? Presto dovrebbe essere discussa in Consiglio comunale l’istituzione della Consulta dei giovani insieme alla Consulta per le attività produttive. Speriamo che la città si impadronisca di questi due strumenti di democrazia facendone patrimonio comune e strumento di governo democratico. Crediamo che questo organismo per i giovani possa restituire fiducia e speranza. Fiducia nel prossimo e nelle istituzioni, speranza nel futuro.
…e mi riterrò più obbligato, sempre,
verso quelli che mi consentiranno
col loro favore di godere senza impedimenti
del mio tempo, di quanto lo sarei
verso chi mi offrisse le cariche più onorevoli della terra.
Renè Descartes detto Cartesio. “Discorso sul metodo”- 1637,Leida
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