Martedì, Febbraio 07, 2012
   
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C'era una volta... il voto

Antonio_La_Trippa

Appunti disordinati di Mario Ciro Ciavarella di un mondo (politico) che non c’è più.

Primo: sorridere. -Secondo: salutare tutti, ma proprio tutti. -Terzo: indossare, in quei giorni, un vestito possibilmente nuovo.  -Quarto: radersi (e se occorre, per le donne, truccarsi).

Quinto: ricordarsi di tutti i parenti: veri, presunti ed eventuali.
Sesto: partecipare a tutte le processioni che si svolgono in quel periodo.
Settimo: promettere un futuro migliore a tutti (cristianamente è anche un dovere).
Ottavo: convincere e autoconvincersi che sarai eletto (che mistero, il cervello).

Questi otto comandamenti, potrebbero essere un valido aiuto per coloro che decidessero di candidarsi per le prossime elezioni comunali, provinciali, regionali, politiche, europee…..insomma, un quasi decalogo per tutte le stagioni (elettorali).

Eh sì, le campagne elettorali, soprattutto quelle locali, sono delle piccole battaglie che mettono in evidenza, benissimo, i pregi (pochi) e i difetti (molti) di tutti noi. È come se durante quel mese che precede le elezioni, nei candidati, subentrasse uno stato emotivo senza precedenti, che cambia la personalità dei concorrenti al seggio.

Il cervello del candidato si trasforma, si altera, è come se quella candidatura fosse un’iniezione di doping: coscienza alterata.

Questa nuova vita per tutti i candidati dura più o meno un mese: quanto la campagna elettorale. Dopo, tutto ritorna come prima: via il vestito nuovo o della cresima ricevuta da pochi anni; via i sorrisi; l’ammalato visitato in precedenza magari è morto (“e chi se ne frega”!); partecipare alle processioni ormai è inutile, e ci si accorge che anche i parenti visitati in precedenza sono troppi.

La campagna elettorale, quindi, come vita parallela e virtuale a quella reale. Una specie di Second Life politica: dove l’avatar del candidato si è mosso per un mese al posto suo.

Tutti dovremmo candidarci almeno una volta ad un’elezione, per meglio capire perché non bisogna farlo una seconda volta (?!).

Per me, e penso anche per tanti altri, questo fatidico e simpatico periodo pre-elettorale, era, tempo fa, uno dei momenti più movimentati per un piccolo paese come il nostro, durante il quale succedeva di tutto e di più. Addirittura un anno, lontano lontano, un partito sammarchese ebbe dei voti anche dai……defunti. Mistero della fede!

Era bello vedere, all’epoca, i volantini dei candidati, con la stessa disposizione delle lapidi nei cimiteri: sulla sinistra del volantino la foto a mezzobusto con tanto di vestito e cravatta (simil-caro estinto); sulla destra del volantino il simbolo del partito (come se fosse un mazzo di fiori); nella parte centrale il nome e cognome del candidato e sotto un breve slogan o le tante lauree ottenute, che ricorda di “cimiteria memoria” la frase: “una prece”. E siccome i volantini erano in bianco e nero, il funerale era servito.

Si sente molta nostalgia delle campagne elettorali pre-tangentopoli, quando la geografia politica italiana aveva un assetto ben preciso: potevi essere “ghianche”, “rusce” o “nire”. Ma da alcuni anni non è più così. Adesso devi scegliere di quale coalizione vuoi far parte, e se appartieni ad un partito, non è per sempre: puoi sempre trovarti un partito come “amante”, per poi ritornare al partito di provenienza o verso altri partiti per te ancora “vergini” (mah).

Ricordo che nel 1979 (anno più, anno meno), ci fu uno sporadico episodio che ricorda l’attuale “politica-mercato”: un esponente storico locale della DC passò al PCI e ci restò per sempre: uno scandalo peggiore di quello di chiedere tangenti. Ma in quel caso non fu un passaggio all’altra sponda (politica) fatto per interesse, ma era una decisione presa con coscienza. (Applausi, grazie!).

A proposito di coerenza, vorrei ricordare un altro “pezzo grosso” della sinistra sammarchese, mancato ormai da anni. Il quale in vista delle elezioni comunali, provvisto della lista dei candidati del suo partito, si posizionava davanti al portone di palazzo badiale fin dalle prime luci dell’alba del primo giorno utile per la presentazione dei candidati. Il suddetto signore, si accampava “sope lu trone” e aspettava che il primo impiegato comunale aprisse il portone per poter dire: “Lu partite nostre è lu nnummere june!”. Questo rito, perché di questo si stratta, lo fece da sempre e fino a pochi mesi dalla sua scomparsa. In campo sportivo si direbbe “grande attaccamento alla maglia”.

Attaccamenti, di questo spessore, da un po’ di tempo non ce ne sono più. Anzi, nella politica odierna potremmo parlare di “staccamento alla maglia”: troppi sono i “cervelli politici in fuga” da un partito all’altro. Definiamoli cervelli (abbondiamo) anche se la maggior parte sono costituti da pochi neuroni impazziti.

Ricordo, fino a venti anni fa, quando c’erano i pubblici comizi in corso Matteotti, era un vero spettacolo, soprattutto la serata finale: tutti i partiti chiudevano la campagna elettorale con il comizio “scenografico”: decine di bandiere e centinaia di sostenitori che erano presenti sotto al palco e che applaudivano l’oratore ogni 30 secondi. In corso Matteotti c’erano tutte le sezioni dei partiti: DC, PCI, MSI, PSI, PSDI, e sporadicamente apparivano anche i Liberali e i Proletari, e ancor più raramente c’erano il partito della “Tromba” (in senso politico) e quello di Garibaldi (un bel mezzobusto dell’eroe di rosso vestito al’interno di una stella gialla).

La serata finale prima delle elezioni, quasi tutto il paese si riuniva in poche centinaia di metri, e si spostava da un punto all’altro del corso per seguire le ultime battute (in tutti i sensi) dei candidati. Se non ricordo male, quelli che chiudevano la serata degli appelli finali, erano sempre i “compagni” (all’epoca PCI). Verso mezzanotte, alla fine del comizio, si elevava ad alto volume il loro inno: “Avanti oh popolo, alla riscossa, bandiera rossa, trionferà!”. E rispondevano i democristiani con il loro altoparlante gracchiante: “Oh bianco fiore, simbolo d’amore…”.

E quando un ragazzo, scherzando, passava davanti alla sezione del PCI in corso Matteotti, salendo alcuni gradini nel portone, gridava: “Abbascia lu nnummere june”. Subito c’era la risposta di qualche “bolscevico” locale: “Lu nnummere june te va’ ‘ncule, ha capite o no?”. Grande momento di cultura politica locale!!!

C’è nostalgia di quel periodo, all’epoca pochissimi candidati potevano permettersi il lusso di farsi stampare i volantini elettorali; tutti gli altri, armati di carta e penna ti presentavano la “combinazione vincente” con quattro numeri da votare. Adesso si può votare un solo candidato (o addirittura nemmeno uno! L’eletto viene scelto dal partito: evviva la democrazia!!).

Faccio un accorato appello ai politici locali: ridateci quei momenti divertenti, spensierati, simpatici; è inutile promettere di tutto e di più, quando tutti sappiamo che “tutto e di più” non lo si può dare. Ritorniamo alla politica “primordiale”, quella del poco e subito. Il nostro è ormai un paese alla deriva. E la colpa è di tutti noi: politici e non, poichè abbiamo, spesso, fatto le scelte sbagliate.

Mario Ciro Ciavarella

P.s.:  tra 20-30 anni non vorrei che, chi ci sarà, rimpiangesse l’attuale situazione politica. Se così fosse, nel tempo, la situazione sarebbe fin troppo peggiorata. Rimpiangere l’attuale situazione politica significherebbe rimpiangere i “bei tempi” (l’oggi), in cui venivano candidati decine di corrotti, rinviati a giudizio, collusi…… Avere nostalgia di tutto ciò, in futuro, significa che si è giunti in un punto di non ritorno.

P.s. bis :  per ridarci l’atmosfera elettorale dei tempi andati, non è necessario andare a prendere “di peso” gli elettori allettati da anni poiché sofferenti nelle proprie case, e nemmeno caricarli di forza nelle auto per sdoganarli al seggio elettorale. Tutto ciò non è necessario: basta spiegare all’elettore ammalato che può votare anche a domicilio.