LetteraTUA
LetteraTUA / Luigi Tenco: Un’anima in disuso

Luigi Tenco. Che artista eccezionale! Con quanta facilità e quanto sforzo nello stesso tempo è riuscito a regalarci ogni sfumatura possibile della nostra coscienza, della necessità di origliare noi stessi e di perseguire quel sentimento tanto comune a noi che è l’amore amato, azzannato, voluto e forse mai avuto. Quanta paura ha accompagnato la sua breve carriera, quanti litigi, quanto abbandono; non credevo che in Italia potesse esser vissuto forse l’uomo che avrei sempre voluto essere. Era un tipo accigliato, senza stima di sé, tenebroso nel suo portamento.
Dobbiamo riprenderci la sua poetica perché lì dentro c’è tutto, dai rimorsi alle invettive, dai sogni all’attualità, il tutto decorato da un tappeto sonoro che forse non ha eguali in Italia, nemmeno ora. Qualcuno ha giustamente notato i particolari da cui traspare l’animo irrequieto di Tenco, come i verbi al condizionale, al passato, mai una speranza, mai un’affermazione che potesse farci capire che l’attimo è stato colto.
I misteri intorno alla sua morte hanno forse acuito l’interesse intorno a lui, o forse no, relegato com’è ad uno status di eroe maledetto, di Icaro decaduto, infantile, per il gesto che ha compiuto. Chissà se una delusione artistica può realmente portare alla perdita di ogni dignità, può portare sul baratro tra la vita e la morte; io non credo che questo sia stato il motivo della sua partenza; troppo profonde le sue vedute, troppo vicine a noi le sue avventure. Forse è meglio lasciarlo a quel dilemma che è stata la sua stessa vita.
I suoi “se” mi lasciano tramortito, come se fossi messo a nudo e spogliato delle mie incertezze, dei miei dubbi, dei miei perché; quante volte trascorriamo le notti a maledirci per le occasioni sprecate, a rosicchiare attimi, lacrime, strilli trattenuti, e poi ci lasciamo morire, addormentandoci tra visioni di oblio e nessuna speranza.
Però ne abbiamo bisogno di queste adirate, di queste imprecazioni, perché è come un prendere coscienza della nostra mortalità e quindi un monito a non addormentarci nelle incoscienze dei nostri sogni incompiuti.
Tu, fatina che non vidi mai,
tu sei stata regina del regno
che un giorno sognai.
E tu, mio caro vecchio albero,
tu sei stato il castello d’un regno
e neppure lo sai.
D’un regno con un solo soldato
che cercava le streghe,
voleva cacciarle a sassate;
d’un regno
che ogni giorno viveva
i mille e mille e mille
c’era una volta.
Se non m’avessero detto mai
che le fiabe sono storie non vere
ora là io sarei.
Luigi Tenco (1938-1967)
Consigliamo: Luigi Tenco, Tenco best, Ricordi, 2002.
Luigi Tenco, Inediti, Ala bianca, 2009.















