Sabato, Maggio 25, 2013
   
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LetteraTUA / VLADIMIR MAJAKOVSKIJ: A PIENA VOCE

MajakovskijEsiste forse il caso? Sarebbe questo allora il motivo scatenante del nostro articolo, il fil rouge che lega me e un poeta così dissonante come Vladimir Majakovskij. Ho preso come pretesto una serie di concerti che un estimatore del poeta, tale Pierpaolo Capovilla, ha tenuto in giro per l’Italia.

È forse il momento giusto allora, per riscoprire l’infinito brillio che la poesia di Majakovskij reca con sé, e l’arcano fascino che le sue sferzate in versi provocano in chi carpisce le sue trame.

Era certo un individuo alquanto singolare, con la sua statura mastodontica, la sua blusa giallo-arancione a strisce nere, e il dono di una parola che pochi osavano confutare. La sua vita è stata una ricerca d’amore ossessiva, figlia forse di una mancanza infantile, e nel corso della sua breve esistenza, Majakovskij ha amato molte donne, forse più di tutte, quella Lilja Brik a cui ha dedicato fiumi di versi d’amore. Ma Majakovskij è molto più di un poeta che canta l’amore; infatti è lui che cantò la Rivoluzione bolscevica, è lui che propugnò  e inneggiò al futurismo russo delle forme.

Forse quello che più si è avvicinato alla grandezza della sua espressione in Italia, è stato sicuramente Carmelo Bene, anch’egli istrione incompreso dalla morale borghese dominante. Majakovskij ha dentro di sé una dirompente parola, che illumina, sfianca, esalta il progresso. In lui tutto è ingigantito a dismisura, in lui le contraddizioni sono parte del gioco.

Non dobbiamo lasciar marcire la sua poesia, la sua prosa, la sua parola, in quanto testimoni unici di un’epoca di forte fermento rivoluzionario, di svecchiamento, di liberazione da quella morale borghese che troppe volte, anche oggi, ci preclude l’ingresso nei paradisi della nostra libertà.

Declamando i suoi versi, potremo sentire ardere in noi la possanza della nostra unicità e il martellante colpo dell’orizzonte in divenire; verremo trasportati poi in una ricerca spasmodica della fede in un Dio che stenta a manifestarsi, e che appunto per ciò, ha da essere scovato.

Sono poche le volte che un poeta ti scaglia nel cielo come Majakovskij, che sembrano aperti i sigilli dell’Apocalisse, pronti per essere affrontati; sembra assurdo tutto ciò, una sorta di suicidio letterario voluto, ed invece veniamo ammaliati da quello che si dispiega una volta lettolo.

 

Quattro.
Pesanti come un colpo.
"A Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio."

Ma uno
come me
dove potrà ficcarsi?
Dove mi si è apprestata una tana?

S'io fossi
piccolo
come il Grande Oceano,
mi leverei sulla punta dei piedi delle onde,
con l'alta marea carezzando la luna.
Dove trovare un'amata
uguale a me?
Angusto sarebbe il cielo per contenerla!

Oh, s'io fossi povero!
Come un miliardario!
Che cos'è il denaro per l'anima?
Un ladro insaziabile si annida in essa.
All'orda sfrenata dei miei desideri
non basta l'oro di tutte le Californie.

S'io fossi balbuziente
come Dante
o Petrarca!
Accendere l'anima per una sola!
Ordinarle coi versi di struggersi in cenere!
E le parole
e il mio amore
sarebbero un arco di trionfo:
pomposamente,
senza lasciar traccia, vi passerebbero sotto
le amanti di tutti i secoli.

Oh, s'io fossi
silenzioso
come il tuono,
gemerei,
stringendo con un brivido il decrepito eremo della terra.

Se urlerò a squarciagola
io
con la mia voce immensa,
le comete toccheranno le braccia fiammeggianti,
gettandosi a capofitto sulla malinconia.

Coi raggi degli occhi rosicchierei le notti
se fossi
appannato
come il sole!
Che bisogno ho io
di abbeverare col mio splendore
il grembo dimagrato della terra!

Passerò,
trascinando il mio enorme amore.
In quale notte
delirante,
malaticcia,
da quali Golia fui concepito,
così grande
e così inutile?

Vladimir Majakovskij (1893-1930)

 

Consigliamo: Poesie – testo russo a fronte, Rizzoli, Milano, 2008.

Majakovskij e il teatro russo d’avanguardia, Einaudi, Torino, 1959.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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