LetteraTUA
LetteraTUA / Charles Bukowski

Mi ritrovo così a bivaccare inerme, su un divano sdrucito, a rimuginare sogni infranti, speranze chimeriche, a maledire quei vermi imbellettati che intascano milioni e che se potessero, ci sputerebbero in faccia di persona, non tramite uno schermo televisivo.Nell'aria sento odore di stantio, una puzza di piscio insopportabile, e uno svolazzare di mosche continuo; a terra mozziconi di sigarette mal spente, bicchieri rotti, insozzati di whiskey rappreso, e un ininterrotto rumorio di macchine, all'esterno.
Cosa faccio? Mi alzo? E' l'ora del mattino, quando tutto inizia a sfrecciare, le ragazzine sculettano per andare a qualche obsoleto corso di dizione, e le donne, quelle divorziate, giganteggiano nei loro grossi suv, attente affinché non trapeli l'ineluttabile incombere della vecchiaia; e gli uomini infine, campati in aria, oppure luccicanti di brillantina, che attraversano le strade con aria distaccata e snob.
Che spettacolo, gente. La mia sedia scricchiola al lamento della mia anima, al conato che mi prende ogni qualvolta mi immolo a quell'assurdo teatro dell'ipocrisia.
Il mio accappatoio, indurito dallo sporco, mi accompagna alla cassetta delle lettere; quante saranno? A decine, sicuramente. Bollette come pegno da pagare in questa vita a perdere. Oramai anche le smorfie mi hanno abbandonato, posate chissà dove, sulla faccia infastidita, forse, d'un pretucolo di paese.
Cosa vi aspettavate, dunque? Un uomo in lustrini, un intellettuale consumato, che frequenta caffè in voga, che si scopa l'amante circoscritta del suo editore, che quando torna a casa è invaso da carezze e sorrisi?
No, amici, quel sogno è andato, la vita mi si è ritorta contro; non faccio del pietismo, è solo che la prendo come viene, senza destare il benché minimo sguardo anche di una sola, fottutissima persona.
Mi chiamo Bukowski, vivo a San Pedro, vicino Los Angeles; una leucemia mi sta lentamente consumando; dalla vita ho preso quello che mi è capitato, senza rimuginare troppo, cercando sempre di viverla a modo mio, di cercare contatti che mi facessero sentire, anche per un solo attimo, di non essere solo in questo sperduto universo.
PS: ho scelto di scrivere l'articolo in questo modo, scarno e volgare, perché altrimenti non saprei esplicare in altro modo la filosofia di Bukowski, l'aspettare che tutto accada, se deve accadere, oppure il lasciar fluire ogni cosa semplicemente perché così dev'essere, senza affaccendarci come scalmanati, e mettere da parte così i rapporti basilari, quelli essenziali, i respiri minimali, l'ossigeno della vita.
CONFESSIONE
Aspettando la morte
come un gatto
che sta per saltare sul letto.
mi dispiace così tanto per
mia moglie,
lei vedrà questo
corpo
rigido e
bianco,
lo scuoterà una volta, e poi
forse
ancora:
"Hank!"
Hank non
risponderà.
non è la mia morte che
mi preoccupa, è lasciare
mia moglie con questa
pila di
niente.
però
vorrei che
lei sapesse
che tutte le notti
dormite
accanto a lei
anche le discussioni
inutili
erano sempre
cose splendide
e le più difficili
delle parole
che ho sempre avuto paura
a dire
ora possono essere
dette:
ti amo.
Charles Bukowski (1920-1994)















