LetteraTUA
LetteraTUA / Charles Baudelaire

Era la metà di agosto, ma già si iniziava ad intuire un certo sapore autunnale. Passeggiavo sul selciato di un famoso cimitero parigino, le foglie cadenti facevano da tappeto e sfondo al mio camminare irrequieto. La vidi, un piccolo marmo consunto, quasi anonimo, era la tomba di Charles Baudelaire. E mi risovvenne presto, seduto nei pressi della di lui tomba, cosa sarebbe potuta essere la Parigi di allora.
L'industrializzazione nascente la stava trasformando, i boulevards parigini era diventati il teatro di tutta la vita del tempo. In qualche angolo ti ritrovavi tra prostitute, clochards, assassini, pittori, poeti alla deriva. Ed è lì che lo intravedo; è quasi buio, e lui indossa un lacero mantello, nero e sporco, lo sguardo assente, allucinato. Forse sta tornando a casa, dopo una giornata in compagnia di qualche donnaccia, a fumare hashish, e l'oppio che tanto amava.
Lo seguo, invisibile ai suoi occhi; salgo le scale insieme a lui. Dopo aver buttato repentinamente il vecchio cappotto sull'unico divano di quella misera stanza, si mise a scrivere, come rapito, estasiato. Mi affacciai alle sue spalle, e lessi un titolo: L'albatros.
La lettura di quei versi, il sonetto da lui prediletto, fecero di me triste sagoma, e mi accasciai inerme ai suoi piedi. Mi risvegliai chissà dopo quanto tempo, e lo vidi che usciva, nuovamente. Era lui il vero dandy? l'asceta del bello, cantore dello spleen, della melanconia e del dolore spropositato?
I moti parigini del '48 erano passati da poco, ne vedevo i ruderi, le macerie d'intorno. Lo persi di vista, anzi no, lo rividi svoltare ad un angolo, più buio questa volta. Raggiuntolo che ebbi, vidi davanti a me un vecchio edificio, alto, maestoso, antico. Era un ospedale di suore, e sentivo in lontananza un bestemmiare continuo, ininterrotto. Lo cacciarono, di lì a poco, preda di un ictus che lo avrebbe paralizzato a vita.
Mi risvegliai che era quasi sera, in quel cimitero, subito però riuscii a trovare l'uscita. Mi sentivo straniato, incredulo di aver vissuto tutta quella storia. Presi così a camminare lungo un boulevard, costeggiato da alti cipressi, la folla era tanta, e il vocio mi infastidiva. E nel mentre rimestavo tutto questo, lo vidi, mi passò di fianco, era proprio lui, che mi sorrise, era come pazzo, ma il tempo di girarmi, ed era sparito, forse per sempre.
L'ALBATROS
Spesso, per divertirsi, le ciurme
catturano degli albatri, grandi uccelli marini,
che seguono, compagni di viaggio pigri,
il veliero che scivola sugli amari abissi.
E li hanno appena deposti sul ponte,
che questi re dell’azzurro, impotenti e vergognosi,
abbandonano malinconicamente le grandi ali candide
come remi ai loro fianchi.
Questo alato viaggiatore, com’è goffo e leggero!
Lui, poco fa così bello, com’è comico e brutto!
Qualcuno gli stuzzica il becco con la pipa,
un altro scimmiotta, zoppicando, l’infermo che volava!
Il poeta è come il principe delle nuvole
Che abituato alla tempesta ride dell’arciere;
esiliato sulla terra fra gli scherni,
non riesce a camminare per le sue ali di gigante.
Charles Baudelaire (1821-1867)
Consigliamo: I fiori del male, Charles Baudelaire, Marsilio, 2008,
Lo spleen di Parigi, Charles Baudelaire, , Garzanti, 2004,















