Domenica, Maggio 19, 2013
   
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LetteraTUA / Vivi e redenti: una storia di Fabrizio De Andrè

de_andrdi Michele De Lullo

Ci troviamo in una sorta di limbo, non sappiamo bene cosa sia effettivamente questo posto. S'intravede un chiarore, tutt'intorno a noi, ma di cherubini o cupidi, neanche l'ombra. Eppure siamo in pace. Siamo tutti sospesi, otto anime salve, otto universi dell'incomprensione. Il nostro sembra essere un cerchio, e ci guardiamo, e ci ammiriamo.

Otto parti di un'esistenza a margine, otto figli dell'ira di Dio. D'un tratto però, l'aria si fa ancora più rarefatta, e il mondo intorno a noi prende a fermarsi, e il silenzio scava le nostre stesse mani ad unirci, a levitare voluttuosamente in un'orgia di sentimenti affini:

“Mi chiamo Princesa, la natura mi fu avversa, e il cielo mio amico di resa. Ho sognato me stessa un'altra volta, ma ero diversa, ero io, veramente. Sono fuggita dalle gabbie dell'ipocrisia del mio focolare domestico, e mi avviai lontano, a cercare dei seni nuovi, a far sbocciare il candido fiore che ero. E così fu, la strada era una linea retta, cocente di desiderio scottante, e all'orizzonte un manipolo di piccole Princesa mi sollevò da terra, e mi portò trionfante, lungi da guerra.”

“Io invece sono il vento dell'errare, non ho dimora fissa, e mi abbarbico all'incerto. Non avere catene ci condanna, ci relega in fondo a una strada, e ci lascia morire il petto. Fazzoletti in testa, acqua sporca, violino in casa, siamo noi, liberi, esenti dai digiuni infami di chi ha disposto tutto, come se a noi importasse la stabilità, la tranquillità dell'essere fermi, immobili alla vita; no, a noi piace assaporare la pioggia  purificante della domenica, lo squittio degli scoiattoli all'imbrunire, e il silenzio di un andare per andare.”

“Io ho aspettato tanto che mi si è seccato il cuore. Aspettavo la mia amata, pura, candida, dolce, nera. E lei non veniva, e io mi inaridivo, sentivo dentro di me l'albero di Amore che adagiava le sue stanche foglie su un terriccio umido di pianti e graffi insonni. Finché una notte, come in sogno, mi apparve lei, dea magniloquente di spropositata beltà, florente dai seni oro, e perla rara, e mi accarezzò a rendermi docile, e ci tuffammo insieme in un mare baltico a lasciarci trascinare a fondo, a eternare la nostra unione.”

“Noi siamo pesci inermi, che si specchiano al sole d'estate, che vedono amare all'ombra di qualche platano, e che si rituffano nel loro stagno, nel loro mare. Quando le foglie iniziano a suicidarsi nel nostro stagno, quando l'estate abbassa le sue tende, noi veniamo trucidati, siamo raggiunti dalla forza immane di qualcuno più grande di noi. Capita ogni anno, come un rito di passaggio, come la Terra Desolata in Eliot. Nonostante il nostro vivere in sintonia, un'ecatombe spezza i nostri poveri cuori bagnati. E così moriamo di soppressione ingiusta, come una cosa normale, ricorrente.”

“Per me la Disamistade è una cosa sacra. L'onore di guardarsi negli occhi, profondamente, e di assistere alla tua gloria non è cosa degna di umani ingrati e vigliacchi. C'è dell'altro in noi, c'è il senso del rispetto ad ogni costo, della limpidezza dell'anima di fronte a un altro uomo, come me, come te. Non derideteci, va bene, siamo all'antica, (cosa sono questi modi barbari?), però noi siamo lontani anni luce dai vostri infingimenti del cavolo, dalla vostra presunta sanità, dalle vostre maschere ormai consunte. E ci prendiamo il sangue con dolcezza, con umiltà, alla gola come al petto, e moriamo in gloria, beatamente.”

“Io sono una colomba assorta, preda di insulti vili e lasciata in disuso nel cantuccio  del mio nido. Mi ero promessa a te, ipocrita amore, e mi ridai in cambio polvere a vendere, silenzi che si dilungano all'infinito, e la pancia vuota, a significare l'aridità del tuo affetto. Guardatemi, sono bella, e tanto, e bella resterò, come statua di cera, a impersonare l'immobilità di sentimenti che talvolta ci prende l'anima, e ci fa desiderare di essere morti, per placare lo strazio dell'abbandono.”

“Io sento solo il fruscio di un'altalena, come una litania messianica, a ripetizione; e vedo un giardino abbandonato, in bianco e nero,  e le spighe che vanno a contorcersi per accarezzare l'erba, per sentire la terra, per sentire la vita. E c'è silenzio, ed un vento che spira forte, che ulula la solitudine di noi adulti, di noi perduti. S'intravede un nastro rosso, in lontananza, che ogni tanto il vento agita e fa volare, e mi risovviene Nina, quella mattina, a darmi un bacio, e la mia guancia che si imporpora di candore infantile. Che purezza quel bacio, e che corse facevamo lungo quei campi in fiore, e le nostre mani si stringevano tanto, senza aver bisogno di inutili parole.”

“Io, da ultimo, sono il canto di voi tutti, sono le grida per i torti subiti, per le promesse non mantenute, per le atrocità dei nostri padri. E mi leverò in alto a gridare il vostro nome, a farne una preghiera, un salmo di redenzione, che possa purificare il cuore dall'ingordigia malsana degli uomini di terra. Vedeteli come sono miseri, come ingannano il loro tempo, come ingannano se stessi,  come fanno finta di abbracciarsi; e li vedi, come stringono il coltello al petto, e come chiudono a taglio i loro occhi a sprigionare invidia e grandezza amara. Perciò canterò voi, perché siate di più ogni volta, perché scardiniate i loro portoni di ipocrisia, e facciate baluginare l'orizzonte di una sacrosanta speranza, cosicché il presente e poi il futuro ci facciano fratelli.”

Queste sono le Anime Salve, storie di uomini vinti e redenti, che amo, che adoro. A te, Fabrizio.

“Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria,

col suo marchio speciale, di speciale disperazione,

e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi

per consegnare alla morte una goccia di splendore,

di umanità, di verità.”

Consigliamo: Fabrizio De Andrè, Anime salve, Sony music, 1996.
Fabrizio De Andrè, Canzoni, P.A., 1974.

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