LetteraTUA
Woody Allen e la commedia umana
di Michele De Lullo
“Oh sì, il genere umano? Hanno dovuto installare toilettes automatiche nei bagni pubblici, perché non c'era da fidarsi che la gente tirasse la catena...”
Tutto sembra calmo, il soggiorno risplende di arredi luccicanti, all'improvviso irrompe sulla scena un pazzo scalmanato, urlando a piena voce, con le mani nei capelli, occhi strabuzzati, e cosa dice? “Il vuoto! il vuoto!”.
Scene come questa ti restano impresse ben bene nella memoria, per sempre. Non sai per davvero se ridere o piangere, se scompisciarti o angosciarti. Di colpo, nel bel mezzo di una commedia, Woody Allen ti tira fuori il senso di tutto, il significato della vita, e quale mondo potrà mai esserci in un ipotetico aldilà.
Pochi attimi sono passati, pochi istanti di sorpresa agghiacciante, e la tua mente, se questa riesce con sagacia a dimenarsi per intricate vie, si passa in rassegna ogni personaggio che in qualche modo si è potuto porre questa domanda, che è poi LA domanda ultima.
Non sto scherzando, sto solo dicendo che a me quella scena mi ha fatto paura; mi ha dato input lontanissimi, mi ha fatto partire da Schopenhauer, e la sua celeberrima teoria del pendolo che oscilla tra noia e dolore, e che solo per pochi attimi conosce la felicità, il momento cioè in cui passa, dondolando, per raggiungere l'uno o l'altro.
Mi ha fatto giungere a Bergman, maestro del cinema di sempre, e a quella che è forse la scena clou di un certo modo di fare cinema, quella della partita a scacchi con la morte. Su una spiaggia deserta un crociato, di ritorno da una missione, ha un incontro con la morte, che lo sfida al gioco degli scacchi, metafora della vita. Sembra tutto assurdo e senza senso, sembra fantascienza, e invece non lo è. Non lo è perché in quel dialogo è compresa molta della riflessione cristiana e non, sul senso dell'esistenza, su ciò che ci attende dopo la morte.
Woody è così, oscilla perennemente tra spensieratezza intelligente e cinismo spietato, tra ciò che lui realmente pensa e ciò che il mondo invece gli sbatte in faccia. C'è quindi un'aporia di fondo, un paradosso all'apparenza insolvibile, ma che sembra poi risolversi nella contemplazione di una bellezza ideale. Si sta parlando forse di quella che Gautier chiama art pour l'art, cioè l'arte per puro godimento estetico; oppure forse si parla di autodifesa, di una forma di esorcismo necessario per superare l'inadeguatezza che questo mondo ci procura.
Come si è visto, le riflessioni che possono partire da un film di Allen possono essere molteplici e tutte di varia entità. Possiamo però dire con certezza che ognuna di esse arricchisce il tuo modo di vedere il mondo, affina la tua persona nel processo conoscitivo degli altri, e ti permette infine di scoprire te stesso, e tutto nel turbine di una folle risata.
Il deliro di queste poche righe potrà forse farvi sorridere, ma non fatelo quando però vi cimentate a vedere un film di Woody Allen, potreste scottarvi.
Ancora una cosa: ma questa inettitudine come la si può combattere, e come Allen la combatte?
Da quello che possiamo appurare dalle sue pellicole, una delle armi consuete è sicuramente il continuo vagabondare di città in città, l'aborrimento di ogni staticità, cosa, questa, che può portare alla banalità delle abitudini.
Un'altra arma che Allen utilizza è di sicuro il cinismo di una sana risata, magari condita con qualche elemento razzista o misantropico, messo lì per stimolare la tua reazione. Oppure la derisione dell'amore eterno, la finta fedeltà, le finte carezze, i finti sorrisi. A dire il vero però, in alcuni frangenti è quasi possibile cogliere un anelito fremente verso questo amore vero, eterno e semplice. O forse è solo una mia impressione.
Ultimamente però Allen ha fatto di più. Un salto nel tempo a lui più congeniale. I folli anni venti parigini sono per lui l'epoca d'oro in cui aver potuto vivere. Un'epoca di sfrenatezze sensuali, di lotte, di battaglie, di can can, di carrozze, di colori. Ma sì, me lo immagino proprio così Woody, un piede nel nostro mondo, cosa questa, regalatagli dalle contingenze anagrafiche della sua nascita, e un altro piede in quel periodo, foriero di passione sanguigna, di verità d'amore, di vita.
PS: Questo umile omaggio al cinema di Woody Allen è scaturito dalle numerose righe lette durante questi ultimi mesi riguardo all'ultima prova del regista: “To Rome with love”, prova infelice.
Ho voluto semplicemente scriverlo come auspicio affinché si ritorni a valutare per quella che è l'opera omnia di un genio come Allen, e affinché si rifletta attentamente su ciò che quest'uomo ha dato all'umanità più di altri blasonati personaggi che popolano il nostro mondo.
Consigliamo: Manhattan, USA 1979.
Io e Annie, USA 1977.
Le frasi da ricordare:
“Mi sento così rilassato, oggi. Così in pace con me stesso. Soddisfatto e senza pensieri. Cos'ho che non va?”
“Cos'è un ricordo? Qualcosa che hai o qualcosa che hai perso per sempre?”
“Non ho paura di morire. È solo che non vorrei essere lì quando succede.”
“Amo la pioggia. Lava via le memorie dai marciapiedi della vita”.













