Music'Arte
Oggi Francesco Guccini compie settanta anni
Nasce a Modena il 14 giugno del 1940
Quando mi chiesero qualche anno fa di stilare una rosa di dischi fondamentali della storia musica rock italiana qualcuno sbruffò quando misi al primo posto “ Via Paolo Fabbri 43 “ di Francesco Guccini...
... anziché dare sfogo, come qualcuno ha fatto, alla mia ipotetica “cultura musicale “ citando gruppi intellettuali e di ricerca come Area o Aktuala o scampoli del pop progressivo, vanto del nostro marchio contraffatto di evoluzione rock, famoso all’estero.
Niente affatto, a me il disco di Francesco Guccini mi sembrava un capolavoro perfetto da esibire perché sciorinava al suo interno un racconto musicale italiano di alto livello ed esaltava al contempo l’unica fonte creativa cultural - musicale che l’Italia era in grado di produrre in quel momento in risposta, improbabile ed ininfluente, ai suoni a noi estranei della musica rock dominante nella metà dei settanta, di provenienza anglo americana. Per me niente PFM ne BMS, per citare i gruppi progressivi più famosi e neppure i già citati Area di “ Arbeit Match Frei ”, troppo intellettuali e isolati, figuriamoci la grande schiera dei cantautori nostrani anche tra i più importanti come Fabrizio De Andrè, impegnato nei settanta a dare ascolto alla sua doppia anima tra impegno civile e intellettuale, tra Lee Masters e il bombarolo, passando per il racconto dei vangeli apocrifi ; e Francesco De Gregori che aveva appena congedato un lavoro di prim’ordine come Bufalo Bill, meno ermetico e aperto a nuove soluzioni che lo avrebbe portato alla maturità. Neppure De Gregori, che aveva scritto sinora belle pagine di storia musicale ( cito i brani Alice e Rimmel ) mi convinceva troppo a dare visibilità all’opera sublime del pop italiano, forse perché nonostante l’indubbio talento lo trovavo ancora di livello provinciale. Invece il disco di Guccini era un album che fissava un’epoca e allo stesso modo era il ponte perfetto, la congiunzione tra l’impegno naif dei primi settanta ( folk beat n. 1 e l’isola non trovata ), a sua volta figli della protesta e della ingenuità dei sessanta, battagliero e fiero anarchico ( l’esperienza del beat sino all’inarrivabile La locomotiva del 1972 ) e la conquista della maturità definitiva raggiunta con Via Paolo fabbri 43 come dire il punto più alto della sua poetica da strada, l’album con l’indirizzo del suo domicilio bolognese.
Il lavoro parla a chiare lettere di aborto ( piccola storia ignobile ), di solitudine ( il pensionato ), d’amore e di umori passando per l’arcinota “ avvelenata “, sino al brano omonimo in cui cita i suoi amici cantautori ( De André, De Gregori e Venditti, citando rispettivamente Marinella, Alice e la piccola l’infelice ( Lilly ), oltre a dare una scorza intellettuale al testo citando pure Roland Barhes, Kayyam, Borges, Descartes e Bach oltre a Snoopy, nomi illustri allineati su un tappeto sonoro che ricorda tanto il miglior Bob Dylan. Un Francesco Guccini strepitoso, ironico e sicuro, lucido, a suo agio con una materia incandescente che si plasma facile alla sua volontà. Un cantautore maturo e sicuro di sé, che per la prima volta cura con molta più attenzione l’arrangiamento musicale, con partiture che sconfinano nel jazz dando un rigore di legittimità più completo del brano musicale, meno appiattito sul testo.
Francesco Guccini ha esordito agli inizi degli anni sessanta guardando quando accadeva in America in quegli anni, Bob Dylan su tutti, allora menestrello alle prime armi e osannato profeta del folk. Inizia a scrivere testi di canzoni verso la metà di quegli anni per gruppi e amici che incideranno regolarmente le sue canzoni ( Equipe 84, Caterina Caselli, Nomadi, ecc. ). Scrive Aushwiltz, Canzone per un’amica, L’antisociale, Dio è morto, ecc., brani che marchiano a fuoco un’epoca leggendaria, tra l’altro l’unica forma di contrasto allo strapotere delle covers di provenienza straniera.
Si diverte a tradurre anche qualche cover tra cui Hey Joe di Jimi Hendrix ( per Martò, un suo concittadino ) e Mrs. Robinson di Simon and Garfunkel ( per I Royals ), di buona fattura.
Due curiosità per concludere questo breve excursus nella vita artistica di Francesco Guccini. Il brano Statale 17, presente nel primo album del cantautore Folk Beat N.1, ( Emi Rec. 1967 ), che fa il verso al brano di Dylan, Highway 61 Revisited dell’album omonimo, laddove Dylan fa riferimento ad un’arteria autostradale importante in Usa, modestamente Guccini fa riferimento invece alla statale 17 Foggia L’Aquila ;
il brano “ Dio è morto “, il 45 giri epocale, incredibile canzone di protesta pacifista e grande successo nel 1966, scritta da Guccini per i Nomadi, invece, all’epoca della sua pubblicazione la Rai, bacchettona e clericale, censurò il brano perché lo riteneva blasfemo e irriverente verso il Vaticano quando invece la stessa Radio Vaticana lo trasmetteva regolarmente perché lo riteneva invece un segno di riscatto e di grande speranza per l’umanità.
Ecco perché quando mi chiesero il disco italiano da mettere in un quadro, che rappresentasse l’essenza della canzone italiana, la sua linfa originale e il suo spessore intellettuale, non pensai al rock ( e non lo penso ancora tuttora ) ma ad un cantautore emiliano, sanguigno e rabbioso, tenero e sincero, che oggi compie settanta anni e non ha mai pubblicato un disco inseguendo i tempi della moda e del successo.
Auguri Francesco.
LUIGI CIAVARELLA
















