Giovedì, Maggio 24, 2012
   
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FAUST

Faust_tapes

Esce in questi giorni, a 37 anni dalla prima pubblicazione, una riedizione in vinile pesante di un disco fondamentale del Kraut-rock e non solo, quello del secondo album dei Faust, un disco fondamentale per la musica contemporanea in generale - TAPES (1973) ReR megacorp

Il terzo album, Tapes , arriva dopo il capolavoro Faust del 1971 e dopo un album intermedio, So Far, ottimo ma che minacciava pericolose involuzioni canzonettistiche. Tapes rivela, al contrario, la serietà e la vera natura del gruppo, ovvero quella di essere un ensemble musicale onnivoro, non proprio di kraut-rock come fino allora inteso ma un crogiuolo dallo stile universalmente riassuntivo.

Un lavoro addirittura degno, potremmo dire, di rappresentare la creatività umana, in campo strettamente musicale naturalmente, in una eventuale missione spaziale di una navicella Nasa da inviare nel cosmo ed è con tale spirito, da ascoltatori alieni, che ci dobbiamo porre di fronte a questi solchi. Innanzitutto questa riedizione viene pubblicata con una copertina tipo rilievo-abissi marini, diversa dalla cover originale di Bridget Riley che era più Op-art, ma tratta comunque da una successiva riedizione, che ci pre-avverte che l’ascolto non sarà proprio una passeggiata in campagna. Una lunghissima sequenza di brani, a volte cortissimi a volte no, ben 26 comunque che vengono spacciati (n.b.dal titolo!) per inediti, ma che in realtà non lo sono essendo stati registrati proprio alla Virgin di Oxford per lanciare il gruppo in Inghilterra, dove già erano apprezzati più che in patria, e che incredibilmente riuscirono nell’intento, vendendo addirittura 50 mila copie in pochi mesi anche aiutati dal fatto che il prezzo era del tutto speciale: quanto quello di un 45 giri. Un merito, culturale, quindi alla neonata Virgin che comunque, lo stesso anno si stava ampiamente rifacendo con le vendite milionarie di un prodotto molto, molto meno ostico, il celeberrimo Tabular Bells di Mike Oldfield. Tapes inizia con pochi secondi di un pianismo dissonante seguito da un caos cacofonico che a sua volta sfocia in una psyco-melodia alla Syd Barrett, ma non siamo finiti in So Far, anzi, ecco che subito dopo un’orgiastico vociare orientaleggiante ed un dum dum tribale ci avverte che si tratta di ben altro anche se la rilassante romanticheria chitarristica a seguire ci rilassa di nuovo un pò ma eccola di nuovo scomparire, ancora spezzata e stravolta da un sax in orgia jam interrotto, anche lui poveretto, qua e là dal precedente ritornello. Un disco difficile quindi ma che si ascolta fino in fondo per scoprine le varie sfaccettature, dagli echi dei primi Pink Floyd alle ipnotiche cacofonie a metà strada fra Trout Mask Replica e Luigi Nono. Ancora, Dissonanze orchestrali alla Strawinskij che sfociano in calme siderali alla Ligeti e in un non-jazz alla Braxton condito ancora da distorsioni e caos primordiale, accenni di dolci melodie spezzate da spericolate, criptiche e schizofreniche pièce strumentali fino ad arrivare all’imprevedibile finale con un recitar-cantato improvviso e sconcertante, in francese, accompagnato da una dolce chitarra acustica.

Nicola M. Spagnoli

Da RARO! di Settembre 2010