Giovedì, Maggio 24, 2012
   
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Omaggio a NICK DRAKE

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Ricorre oggi, 25 novembre 2010, il 36° anniversario della scomparsa di NICK DRAKE, avvenuta nel 1974. Nato nel 1948, fu personaggio introverso e d’animo poetico sensibile, cantautore inglese dai tratti delicati e puri che ha lasciato soltanto tre album di canzoni dai suoni scarni ed essenziali ma di una bellezza disarmante. Nicola M. Spagnoli e Luigi Ciavarella, in questi articoli che pubblichiamo, ce lo fanno conoscere un po’ meglio.

NICK DRAKE
Il Genio sconosciuto

EPITAPH

di NICOLA M. SPAGNOLI

Dopo quasi quarant’anni e con all’attivo soltanto tre album, con in tutto 45 poesie-canzoni il mito di Nick Drake non accenna a diminuire, anzi, si può dire che non c’è anno che non venga ricordato e celebrato, magari anche ristampando qualcosa, assemblando, scremando o allargando le poche cose che aveva lasciato e credo siamo arrivati a 12 album di cui alcuni in elegante cofanetto, riassuntivi e completi più gli inevitabili bootlegs. Personalmente avevo trattato l’argomento anni fa, parlando della copertina e del contenuto di Pink Moon, il terzo album, nella rubrica Cover Art sul n. 170 di Raro! rivista di cultura musicale e collezionismo. Devo dire che ancora oggi, quando siamo in pieno periodo autunnale, gli alberi si sono completamente denudati e le foglie gialle sul terreno e sui viali già assumono quella tonalità terra-di-Siena classica e severa, mi vien voglia di ascoltare almeno un brano di Drake, almeno quella Cello song, indimenticabile, dal primo album, riascoltare i delicati arpeggi della chitarra, quel timido dialogare con il violoncello quasi fosse un interlocutore-ombra e la voce soprattutto, calma, serafica, da brivido.

Nick_Drake__2Nick era nato in Birmania da genitori inglesi che presto però tornarono in patria stabilendosi a Tanworth, un paesino vicino ad Hollywood, non certo quella californiana, giusto a metà strada fra Liverpool e Londra. Lì nel silenzio e nella solitudine della campagna, non poté fare altro che imparare a suonare, e bene, la chitarra acustica, di giorno come di notte, fino ad arrivare ad una tecnica ancora oggi magistrale ed invidiabile. Studiava anche letteratura al college di Cambridge ed amava soprattutto quella francese, Verlaine e Baudelaire i suoi preferiti, e naturalmente ascoltava musica, Bach su tutti ma anche il Dylan di Freewheelin, il blues di Muddy Waters, il folk di Berth Jansch e del primo Donovan, adorava il Tim Buckley di Lorca e Starsailor e non si stancava mai di ascoltare il sublime Van Morrison di Astral Weekse e non a torto molti, dopo, hanno paragonato i suoi dischi a questo capolavoro. Nel ’69, dopo un viaggio in Provenza, decise di abbandonare gli studi e di diventare un cantautore, supportato dal produttore Joe Boyd, ma il suo primo disco Five Leves Left, seppure già perfetto, si rivelò un flop galattico riuscendo a vendere non più di 5 mila copie. Di lui si accorsero però il grande John Martin che gli divenne amico (e che in seguito gli dedicò il suo splendido album Solid Air), il superbo Richard Thompson e addirittura John Cale che suonarono per lui nel lavoro successivo, il capolavoro Bryter Later. Canzoni immortali come Northen Sky o Poor Boy, una voce ancor più lieve ed intensa e arrangiamenti sofisticati però non gli fecero, nemmeno questa volta, superare le 15 mila copie vendute e qui, ed anche per questo, iniziò il periodo del completo chiudersi in se stesso. Se vogliamo aggiungere anche le delusioni amorose (l’amore, non ricambiato, per Francoise Nick_Drake_Time_of_No_ReplyHardy, la poetessa francese del disagio adolescenziale: "Chi vorrai?/ chi amerai?/ chi sceglierai tra le stelle lassù?/ Per chi danzerai?/ Chi ti farà risplendere?". Sentire il suo tono di voce quando l'ipotesi diventa "se non sceglierai me".), il quadro è completo per un inizio di cura antidepressiva che comunque non funzionò a dovere. Incise un altro album, quel Pink Moon dalla sofisticata copertina surrealista che svegliò la critica nei suoi riguardi ma che commercialmente fu comunque, ugualmente e per la terza volta, un disastro. Fu abbandonato dal manager, cercò un lavoro ma non lo trovò ed infine, introverso più che mai, si rifugiò nella casa di campagna della gioventù, dai suoi. Qui, un giorno, la mattina del 25 novembre 1974 sua madre lo trovò riverso sul suo letto, stroncato forse dalle troppe pillole della sera precedente con sul comodino un libro aperto che era tutto un programma.

Subito dopo pubblico, critica e artisti (ancora oggi è un mito per i REM, i Coldplay, Robin Hitchcock, Cure, Mogway etc.) scoprirono che era un genio, furono ritrovati dei nastri da cui si ricavò anche un album postumo Time of No Reply e con quest’ultimo incominciarono ad essere ristampati e venduti, a migliaia, anche i tre precedenti lavori e le numerose e variegate collezioni successive. Ricordo che il suo nome lo sentii per la prima volta chiacchierando con amici durante il Pop festival di Villa Pamphili a Roma nel maggio del ’72 e, incuriosito, cercai e comprai la sera stessa, da Ricordi, il disco che religiosamente ascolto ancora ogni anno, d’autunno, Bryter Later, appunto. Poi, naturalmente sei quasi costretto a sentire anche gli altri.

 


 

NICK DRAKE E IL CANE DAGLI OCCHI NERI

di LUIGI CIAVARELLA

nick_drake_pink_moon_2000_retail_cd-frontNick Drake ci lasciò tre album, pubblicati tra il 1969 e il 1972 dalla Island Records di Londra, tutti avvolti da un sottile strato di desolazione emotiva e da una forte inquietudine interiore a tratti persino disperata.

Da Five Leaves Left a Pink Moon, con in mezzo il suo capolavoro Bryter Layter, il gracile cantautore inglese disegna un archetipo scarno ed essenziale in cui riversa la sua idea di comunicazione col mondo attraverso la scrittura di vere e proprie liriche vestite con arpeggi di chitarra acustica. Ha un modo strano di suonare la chitarra, accordi di sua invenzione e una tipologia di suono sempre differente in rapporto alla canzone, faranno di lui un precursore ma limiteranno anche la sua azione espositiva durante i pochi concerti effettuati in quanto ogni brano abbisognava di una accordatura diversa di chitarra. A queste difficoltà oggettive si aggiunga una indole timida e melanconica che, se da un lato gli riservano una nicchia da personaggio cult, non lo aiutano al contempo ad emergere dalle secche del suo ambiente segregato, prigioniero com’è del suo ruolo di outsider fuori dai veicoli promozionali che lo show business impone.

Nick Drake ha scritto bellissime canzoni distribuite in quattro album ufficiali di cui uno postumo, il significativo Time of no Reply, poi finiti a completare il cofanetto definitivo Fruit Tree del 1979. Non vi sono altri documenti proveniente dagli archivi della BBC o resoconti di concerti che attestino la sua partecipazione ad eventi live del periodo, il personaggio ha vissuto la sua vita artistica in una condizione di assoluta solitudine. Anzi i suoi dischi proprio per questa ragione non hanno venduto come avrebbero meritato. Di certo è mancato un veicolo promozionale adeguato da parte della Island, in quel periodo impegnata a sostenere altri artisti della scuderia, tuttavia la sua indole, estranea allo show business, non ha favorito la pubblicità dei propri dischi attraverso le date dei concerti quasi inesistenti.

La mancanza di riscontri è stata la causa principale dell’insorgenza della sua malattia, la depressione, che lo accompagnerà sino alla morte, avvenuta in circostanze mai chiarite, nel sonno durante la notte del 25 novembre 1974.

Nick_Drake__Five_leaves_left__FrontEppure ad ascoltarli oggi i suoi dischi non paiono avere tutto quel peso oppressivo che certa critica vuole attribuire ai suoi lavori. Se si esclude Pink Moon, l’album–testamento, pubblicato nel 1972, in cui si avvertono evidenti i morsi della sua malattia in brani scarni ed essenziali quasi fossero demo, pubblicati in solitudine in soli due giorni, i primi lavori conservano intatto un certo fascino versatile che ancora resiste nel tempo.

Il primo album, Five Leaves Left, del 1969, possiede un suono acustico leggero, autunnale, appena spolverato da leggerissima coltre orchestrale e percussioni appena percettibili quasi a non disturbare il senso lirico delle parole che Nick Drake canta con voce quasi sommessa, a tratti persino sussurrata. Lo accompagnano alcuni musicisti dei Fairport Convention, tra cui Ashley Huntings, colui che lo ha portato alla corte di Joe Boyd, il produttore principe del folk inglese, che in seguito si disinteresserà di lui, contribuendo suo malgrado ad accrescere il suo malessere interiore.

Il disco si rivela un totale insuccesso.

Il secondo, Bryter Layter, l’anno successivo, oppone un deciso passo avanti in termini di produzione. Gli interventi musicali si arricchiscono dei contributi di John Cale alla viola e al clavicembalo, presente in tutti i brani, dei Fairport Convention e si avvale della collaborazione di due pianisti d’estrazione jazz, Chris Mc Gregor e Paul Harris, oltre agli archi diretti da Robert Kirby che danno un tocco di perfezione all’intero lavoro.

Il lavoro apre con il suono struggente della viola di Cale e termina con Sunday, un brano orchestrale che odora d’autunno. In mezzo alcuni brani memorabili, dai ritmi quasi samba di Hazey Jane II, un piccolo hit mancato, ad una delle più belle canzoni di Drake, At The Chime of a City Clock . One of These Things First ha invece chiari ritmi latino–americani mentre una voce scarna e duttile copre i sottofondi orchestrali di Kirby nel brano Hazel Jane I. Dopo il brano strumentale che da il titolo all’album dal suono fresco e solare, gli ultimi brani sono il picco più alto dell’album : Poor boy

( “ nessuno sa/che freddo che fa/nessuno vede le mie ginocchia nude/a nessuno importa/delle mie scale ripide/nessuno mi sorride/….” ), lievi ritmi da samba appena sussurrati e un suono di chitarra pregno di pathos accompagnano frasi che sono i prodromi di una sofferenza annunciata, e Northern Sky, forte emotivamente, sempre puntellata dal pianoforte, altro hit mancato, “ Non ho mai provato una cosi incantevole magia/non ho mai visto lune capito il senso del mare/non ho mai accarezzato un’emozione con le mie mani/o sentito dolci brezze in cima agli alberi …. “, ultimi bagliori poetici crepuscolari prima dell’oscurità del male.

Tanworth-in-Arden_-_geograph_org_uk_-_247669Dopo questo album, anch’esso poco fortunato, Nick Drake cadde in depressione e dopo un ultimo estremo tentativo (Pink Moon, 1972 album dai tratti spettrali e disperati ) ormai preda del suo male lascia Londra e torna a casa, da sua madre a Tanworth en Arden, nella campagna inglese.

Il cantautore che amava i cosiddetti poeti francesi maledetti e la musica di Van Morrison, muore durante la notte del 25 novembre 1974 all’età di 26 anni. Sul comodino il mito di Sisifo di Albert Camus, un libro sul malessere di vivere quasi una istigazione al suicidio e sul piatto del giradischi i concerti brandeburghesi di J.S.Bach. Il cane dagli occhi neri era entrato nella sua camera quella notte d’autunno per portalo via con sé. Per sempre.

Nick Drake riposa nel piccolo cimitero di Tanworth en Arden all’ombra di una quercia accanto ai propri genitori, il padre Rodney e sua madre Molly, morta nel 1993.

 

 

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