Giovedì, Maggio 24, 2012
   
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MUSIC’ARTE / I SETTANT’ANNI DI MR. ZIMMERMAN IN ARTE BOB DYLAN

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Un omaggio, doveroso e tutto nostrano, di due esperti nonché “collezionisti” di dischi, Luigi Ciavarella e Nicola M. Spagnoli, ognuno con il suo punto di vista, come sempre coincidente sull’argomento. A seguire pubblichiamo il testo italiano di una celebre canzone di Bob Dylan, " Masters Of War ", l’articolo tratto dalla rubrica Cover art di RARO! di qualche anno fa e la Gallery dei suoi album fondamentali.

Siamo qui a celebrare un mito che compie settant’anni. Un pretesto qualsiasi per mettere in grassetto uno delle figure fondanti del rock del secolo scorso.

Anzi la maschera cult più autorevole che più di tutte ha saputo plasmare una parte del secolo con la sua musica e i suoi testi letterari passati attraverso la cruna di tutte le sue urgenze comunicative. Momenti che hanno puntellato la vita artistica dell’ex menestrello di Duluth, cosi indicato alle origini della sua storia quando, partito dal quel piccolo paese del Minnesota, alla fine degli anni 50, approdò a New York, al cospetto del Greenwich Village, in quel tempo capitale della canzone di protesta americana, col preciso scopo di raggiungere / imitare il suo mito, quel Woodie Guthrie che sarà il lume tutelare della sua musica, la fonte in cui Robert Zimmerman in arte Dylan vi attingerà la penna per scrivere a tinte forti l’America rurale, anticonformista, persa per strada a rincorrere i suoi miti.

Non è possibile parlare in questi spazi di Bob Dylan in modo asettico, scientifico, meno che mai come totem per rafforzare una idea di musica globale che ruoti intorno al concetto di utilità del rock in rapporto alla cultura contemporanea.

Un percorso interpretato con acume letterario cosi profondo come ha fatto Bob Dylan, è possibile invece raccontarlo per sommi capi a patto che si voglia sottolineare la misura in cui la sua grandezza sia andata di pari passo con l’evoluzione stessa della musica. Una continuità nel solco della tradizione da cantautore impegnato, folk singer per antonomasia iniziata in sordina e subito, per il carattere del personaggio, obbligata sin da subito ad esporsi per far crescere un genere, persino modernizzarlo senza però travolgerlo.

Ma Bob Dylan aveva altri progetti.

Le prevaricazioni del potere delle lobby , la guerra del Vietnam, i temi del pacifismo  e della contestazione, il fattore femminista, la giustizia sociale, la politica, insomma i miti dell’America, quelli che Bob Dylan scandisce a chiare lettere col mezzo che gli è più congeniale : la canzone, le allegorie o la cronaca puntigliosa di un evento che sa trasmettere e colpire in profondità le corde più sensibili dell’opinione pubblica americana. E lo fa nello stesso istante in cui Martin Luther King rivela al mondo il suo sogno di speranza, la sua battaglia per i diritti civili in America ( 1963 ).

In questo contesto prende forma la sua musica che vuole portare sulla scena del mondo e per farlo presto non sarà più sufficiente l’ausilio della sola chitarra.

Non a caso i primi concerti che lui effettuerà per promuovere le sue elucubrazioni con voce chitarra e armonica avverranno nelle università, nei luoghi più idonei a recepire le sue parole in forma poetica : le sue poesie da strada che stanno varcando già i confini del Greenwich Village per irrompere sulla scena del mondo.

Lui che ha straordinarie capacità di osservazioni, intuisce i tempi del cambiamento con brani che sono scalfiti nel solco della storia dell’umanità : Blowin’ in the Wind, Masters of War e A Hard Rain’s a-Gonna Fall, tutti compresi nell’album che lo hanno reso celebre in tutto il mondo, The Freewheelin’, come dire l’inizio di una sequenza di brani immortali che si preparano ad incendiare la storia del mondo.

Dopo quell’album Dylan pensa di allargare gli spazi comunicativi col chiaro intento di superare i limiti imposti dal folk, segnali di svolta che caratterizzeranno d’ora in poi il cammino stilistico del cantautore, nonostante le proteste di Newport del 1965 e i tanti rigurgiti che hanno seminato il suo cammino artistico sino al raggiungimento della piena consapevolezza di rappresentare nient’altro che se stesso sulla scena musicale del mondo.

Dopo The Freewheelin’ ce ne saranno altri di uguale spessore ( il mitico The Times they are a- Changin’ e Bringing it all Back Home, primi segnali di un cambiamento blasfemo che produrrà inaspettati capolavori ) sino a rendere in maniera compiuta il passaggio definitivo verso il rock blues della maturità artistica, pianificando in questo modo un diverso approccio alla sua poesia da strada.

A mio avviso il passaggio al rock/blues non è dipeso da una scelta ideologica bensì dalla consapevolezza che occorreva occupare altri spazi per i propri bisogni espressivi che non fossero quelli limitativi del folk e il rock gli dava l’opportunità di farlo in modo più incisivo.

D’altronde il carattere del personaggio ha sempre avuto una natura anarcoidea, a tratti persino impulsiva, mai adusa ad assecondare istanze che non fossero bisogni personali di stigmatizzare una denuncia, fotografare un evento. E allora il Bob Dylan che ci piace sottolineare è quello che musicalmente regala al mondo del rock uno straordinario trittico pubblicato in una manciata di mesi : Bringing It All Back Home / Highway 61 Revisited / Blonde On Blonde, pubblicati nel biennio 65/66, l’ultimo dei quali figura tra l’altro negli annali del rock come il primo doppio della sua storia, uno dei vertici in assoluto della musica del secolo scorso.

Vi suonano i migliori musicisti rock, tra cui parte della Butterfly Blues Band, la band corresponsabile dei fatti di Newport dell’anno precedente, in un momento in cui il rock cattura tutta l’essenza dei suoi tempi in modo definitivo.

Vi saranno altri album di straordinario impatto comunicativo ma anche incredibili tonfi ; altri momenti di svolta ma anche uno spaventoso incidente di moto che per molto tempo lo tenne fermo ( ma a Woodstock , luogo della convalescenza, trovò il modo di registrare insieme alla Band, il suo gruppo, quelli che la Columbia pubblicherà diversi anni dopo col titolo The Basement Tapes ) salvo poi tornare nel 1968 con un album di brani asciutti in cui tra l’altro contiene la famosa All Along The Watchtower, che Hendrix la renderà immortale molto più del suo autore  ( John Wesley Harding ) in chiara controtendenza rispetto alla musica che si stava producendo in quel momento, seguito l’anno successivo da Nashville Skyline di chiara ispirazione country, nello stesso istante in cui i Byrds, che quattro anni prima avevano portato al successo una versione elettrica di Mr. Tambourine Man, stavano inventando il Country Rock, che sarà sugli scudi almeno sino alla metà dei 70.

Il Bob Dylan dei settanta sarà un uomo tormentato da problemi spirituali, crisi mistiche e personali che si rifletteranno sulla sua musica, che non avrà più quella impronta dirompente che aveva manifestato i sessanta pur tuttavia oltre ai citati Basement Tapes, vanno indicati almeno un paio di album in studio e un album live ( Before The Flood ), quest’ultimo a tutt’oggi resta un evento ancora godibile ( accompagnato dalla famosa Band ), oltre alla partecipazione come attore in un film di Sam Peckimpath in cui trova il tempo di collaborare alla colonna sonora ( Pat Garrett e Billy the Kid ).

Passato indenne negli ottanta con qualche disco eccellente ( Infidels scritto sui temi della religione con l’ausilio di Knopfler dei Dire Straits ) ma anche con svogliate e pallidi ricordi del passato, chiudendo però in bellezza il decennio con Oh Mercy grazie ai contributi alla produzione di Daniel Lanois, registrato nel sud degli States in un clima torrido.

Anche nei novanta avvengono alti e bassi  ( brilla Time Out Of Mind del 1997 in cui Dylan interpreta al meglio un album dalle visioni cupe, sempre sostenuto da Lanois ) mentre l’anno successivo vengono tirati fuori dai cassetti i nastri del memorabile concerto che Bob Dylan tenne nel 1966 all’Albert Hall di Londra, l’oggetto misterioso considerato, non a torto, come il suo momento migliore fotografato dal vivo anche se in realtà il concerto si tenne a Manchester.

Dopo aver ottenuto in ogni angolo del mondo attestati di stima, lauree ad honorem nelle principali università del mondo e tanti altri riconoscimenti tutti degni di nota, il maturo Bob Dylan resta oggi un anziano signore che non ha appeso ancora la chitarra al chiodo anzi pare che si stia preparando con molta cura allo storico concerto che terrà quanto prima a Pechino, in quella Cina che finora aveva sempre opposto un cortese rifiuto alle sue pretese di suonare in una grande nazione dove la parola libertà ha significati molto ambigui.

Dopo l’insulsa e stucchevole esibizione al cospetto del Papa nel 1997 a Bologna, l’imminente viaggio in Cina e i tanti premi ricevuti alla carriera, Bob Dylan nato Robert Zimmermen nella piccola cittadina di Duluth nel Minnesota nel 1941 da una ricca famiglia ebrea di commercianti, pare si goda, dall’alto dei suoi anni vissuti da protagonista sulla scena musicale del mondo, il brusio del mondo che gli sta sotto,  con lo stesso sguardo sornione dei primi tempi, quando sottobraccio a Suzie Rotolo, sua prima fiamma, camminava infreddolito nelle vie del Greenwich Village di New York, cosi come Don Hunstein aveva voluto immortalarlo sulla copertina del suo disco più famoso, The Freewheelin’ del 1963.

LUIGI CIAVARELLA

 

(2)  di Nicola Maria Spagnoli

E forse proprio l’Italia, anzi un’italiana, contribuì alla consapevolezza, alla presa di coscienza e quindi alla crescita del menestrello contemporaneo per eccellenza. Difatti Susanna Rotolo, la ragazza infreddolita di Freewheelin’ era italo- americana, lui le stesse appresso un bel po’, la seguì perfino a Perugia dove lei studiava poi seguirono strade diverse. Lei, diremmo, più fedele alla linea fino in fondo, ovvero quella di militante pacifista, sposata ad un perugino d’America, è venuta a mancare proprio quest’anno. Potremmo quindi dire che fu lei e non Joan Baez come molti pensano, la sua vera musa ispiratrice, colei che contribuì in modo cospicuo alla sua formazione politica e culturale (le sue prime grugnose esibizioni derivano certamente dal teatro di Brecht che insieme frequentavano). In questa sede vogliamo soltanto dire qualcosa sul musicista e cantante e non aggiungere nulla sul suo pur fondamentale aspetto come personaggio, su cui si sono versati fiumi di inchiostro.

L’influenza che Dylan ha avuto su intere generazioni ad opera dei suoi versi, ormai presenti in tutte le enciclopedie, è nota a tutti ma seguire la sua discografia, a volte è più complicato essendo vastissima ed essendo stato, all’unanimità, collocato nell’Olimpo della musica fin dal terzo album.  Bob non è, non è stato, un grande cantante stato anzi è stato, come dire, sempre alquanto svociato e mugolante, a dimostrazione che non è il bel canto, la bella voce a fare l’artista. E’ anche, uno scrittore, un attore e….un discreto pittore come vedremo parzialmente più avanti, purtroppo con uno dei sui dischi musicalmente più inutili (Selfportrait). Parliamo quindi del musicista di cui qui celebriamo anche i 50 anni di attività e possiamo dire con certezza che, se non ci fosse stato Dylan, non ci sarebbe stato innanzitutto gran parte del rock, il folk rock innanzitutto, ma nemmeno il folk blues con tutto quello che ne derivò. Non sarebbe nato un Paul Simon, un altro grande, non i Byrds, i Rem, fino ad arrivare ai recenti Ridden Cameras o Fleet Foxes, anche Beatles e Rolling Stones gli sono debitori ed una miriade di cantautori e gruppi che gli devono qualcosa o tutto. Se Dylan, come personaggio, non fosse stato così timido e quindi di conseguenza burbero e scontroso non sarebbe stato, crediamo, così coraggiosamente radicale, con pochi peli sulla lingua come di chi non ha nulla da perdere dall’inizio, non avrebbe avuto il furore profetico che ebbe, non avrebbe composto canzoni che cambiarono il mondo o che, almeno, ci provarono come Masters of War sempre attuale, il cui testo ancor oggi qualche Presidente dovrebbe rammentare e rileggere e che qui ricordiamo.

Citeremo solo una buona metà della sua produzione da studio che riteniamo superlativa, indispensabile alla sua conoscenza stendendo (ahimè, che cattiva abitudine) finanche una quasi classifica, in questo modo escludendo purtroppo anche album deliziosi ma atipici come Nashville Skyline o Pat Garrett, e tutta la produzione, notevole, dal vivo, poi quella dei famosi ed infiniti Bootlegs e Bootlegs Series ufficiali, non trascurando nemmeno i due album del supergruppo Traveling Wilburys fatto con George Harrison, Tom Petty, Roy Orbison e Jeff Lynne. Partiamo da quello che realizzò il primo matrimonio, riuscitissimo, fra rock e folk, Highway 61 Revisited del 1965, il suo sesto album, importantissimo non solo per Like a rolling stones e il lunghissimo blues, per la prima volta sicuramente “bianco”, di Desolation row, soprattutto per l’elettrificazione, originale e quasi azzardata per i tempi. Ed accanto, sullo stesso podio, non può mancare Blonde on Blonde il doppio immediatamente successivo, grezzo e sporco (un po’ come l’Exile degli Stones di qualche anno dopo) ma strapieno di capolavori: qui davvero non si può buttare nulla e le variegatissime canzoni, da quelle intimistiche, ai blues politici a quelle goliardiche o metafisiche, tutte contribuiscono alla creazione di un vero e proprio monumento alla musica totale. Subito dopo vennero registrati i nastri di The Basement Tapes, veramente storici, con The Band al completo (nel disco precedente c’era già stato Robbie Robertson) ma pubblicati circa un decennio dopo, un altro doppio ed un altro capolavoro assoluto che precede un cambio di corso, con voce e canzoni stupende ma “normali” John Wesley Harding come lo erano state del resto quelle del primo analogo cambiamento, quello di Another Side of Bob Dylan del ’64 e di Mr. Tambourine man che avrebbe fatto esplodere anche gli psichedelici Byrds.

Subito dopo, da citare, un solido lavoro di metà ’70, quel Blood on the Tracks prevalentemente acustico di fianco al politico ed in qualche modo rivoluzionario The Times They Are a-Changin’ anno 1964… Per sottolineare la qualità che mai scompare passiamo a citare velocemente, dal terzo disco anni ’60 al migliore degli anni ’80, Oh Mercy e subito dopo andiamo al trentaduesimo disco della sua produzione, mettendoli quasi sullo stesso podio, parliamo di Modern Times che come in una citazione di Chaplin è rivoluzionario perchè contro tendenza, fuori dal tempo, lui ormai i moderni li vede dalla luna, non gliene frega niente, e se lo può permettere, di stili e tendenze alla moda, e si vede. E’ ora il turno del notissimo The Freewheelin' Bob Dylan del ’63 con cavalli di battaglia diventati inni internazionali come Bowlin’in the wind, il citato Masters of War e  A hard rain’s e poi I shall be free, ma anche delle dolci Girl from the north country e Corrina Corrina. Subito dopo mettiamoci Desire (‘76) con le celebri, fra le altre,  Hurricane e Romance in Durango, ripresa anche dal nostro De Andrè. Un disco che segna una, fra le tante, “resurrezioni” artistiche è Time Out of Mind del ’97, disco solido e completo, tutto blues e con un capolavoro  accertato, la lunga Highlands. In  Street Legal del ’78, dimostra a Ry Cooder che ci sa fare anche lui con il country d’ispirazione messicana ma anche nel successivo Slow Train Coming, il primo della trilogia “cristiana”, notevoli sono sia i testi che…la chitarra di Mark Knopfler. Nel periodo fino all’85 ancora corsi e ricorsi, piccole gemme che toccano tutti i generi e dischi superflui, ma sempre con lo stesso, inconfondibile, stile, i migliori: Infidels ed Empire Burlesque. E’ doveroso citare a questo punto il grezzo disco d’esordio, il primissimo Bob Dylan che comunque al mito diede origine e che era del ’62 ed infine Planet Waves dall’artistica copertina in b/n con la stranota Forever young e Love and Theft dell’inizio nuovo millennio, apripista del molto variegato nuovo corso e di chissà quali nuove sorprese (almeno speriamo!).

Nicola M. Spagnoli

PADRONI DELLA GUERRA (Masters of War)

Venite padroni della guerra
voi che costruite grossi cannoni
voi che costruite aeroplani di morte
voi che costruite tutte le bombe
voi che vi nascondete dietro i muri
voi che vi nascondete dietro le scrivanie
voglio solo che sappiate
che posso vedere attraverso le vostre maschere.
Voi che non avete mai fatto nulla
se non costruire per distruggere
voi giocate con il mio mondo
come se fosse il vostro piccolo giocattolo
voi mettete un fucile nella mia mano
e vi nascondete ai miei occhi
e vi girate e volate lontano
quando volano le veloci pallottole.
Come Giuda dei tempi antichi
voi mentite e ingannate
una guerra mondiale può essere vinta
voi volete che io creda
ma io vedo attraverso i vostri occhi
e vedo attraverso il vostro cervello
come vedo attraverso l'acqua
che scorre giù nella fogna.
Voi caricate le armi
che altri dovranno sparare
e poi vi sedete e guardate
mentre il conto dei morti sale
voi vi nascondete nei vostri palazzi
mentre il sangue dei giovani
scorre dai loro corpi
e viene sepolto nel fango

Avete causato la peggior paura
che mai possa spargersi
paura di portare figli
in questo mondo
poiché minacciate il mio bambino
non nato e senza nome
voi non valete il sangue
che scorre nelle vostre vene.
Chi sono io per parlare quando
non è il mio turno?
Direte che sono giovane
direte che non ne so abbastanza.
Ma c'è una cosa che so
anche se sono più giovane di voi:
so che perfino Gesù
non perdonerebbe quello che fate.
Voglio farvi una domanda:
il vostro denaro vale così tanto
vi comprerà il perdono?
Pensate che potrebbe?
Io penso che scoprirete
quando la morte esigerà il pedaggio
che tutti i soldi che avete accumulato
non serviranno a ricomprarvi l'anima.
Spero che moriate in fretta,
che la vostra morte giunga presto,
seguirò la vostra bara
in un pallido pomeriggio
e guarderò mentre
vi calano giù nella fossa
e starò sulla vostra tomba
finché non sarò sicuro che siate morti.

GALLERY DEGLI ALBUM FONDAMENTALI

dylan-1

dylan-2

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