Music'Arte
Music’Arte / Il suono seventies dei gallesi Wolf People
I WOLF PEOPLE pubblicano sulla distanza il loro primo album ( datato 2010 ) e suscitano subito un certo interesse per via di molti passaggi contenuti nel disco che rimandano ai canoni della tradizione rock in terra d’Albione, soprattutto quella che fa riferimento ai settanta. Il flauto che evoca Ian Anderson dei famigerati Jethro Tull ( Tiny Circle ), le chitarre taglienti che invece rimandano ai Free ( Painted Cross ), ma anche brandelli di suoni che ricordano i Traffic, almeno quelli più psichedelici degli inizi, e anche certe soluzione hard blues dei Wishbone Ash di Ted Turner, contribuiscono tutti a dare del gruppo una immagine inequivocabile.
Non è poco per una band al debutto che segna in questo momento alcuni punti a suo favore cresciuti soprattutto per gli effetti positivi di alcune recenti date italiane considerate strepitose, a Milano come a Ravenna e Torino, lo scorso maggio, che hanno fatto gridare al miracolo una critica per nulla disponibile ad accettare qualsiasi band che provenga dall’Inghilterra, a prescindere dai meriti. Anzi in un momento in cui il rock inglese pare non godere più di molta considerazione, né in patria né altrove, questo esordio dei Wolf People potrebbe rompere non pochi pregiudizi se non altro per la manifesta determinazione con cui il gruppo sta affrontando questo viaggio intorno alla musica rock contemporanea.
L’album ha per titolo STEEPLE ( Jajaguwar Rec. UK 2010 ) e consta di otto brani che sono un caleidoscopio di suoni, come dicevo, presi in prestito dalla tradizione rock inglese. Il brano più importante sembra essere Tiny Circle, che ricorda i Jethro Tull per la presenza del flauto tra i solchi del brano ( strumento non presente però durante i concerti italiani ), anche se io gli preferisco Morning Born, dai toni elettro-acustici decisamente più personali ; mentre la mini suite, inserita in coda all’album, Bank Of Sweet Dundee, di evidente impostazione folk progressiva ( altri elementi inconfutabili dei 70 ) offre una immagine colta della musica del gruppo. Degli altri brani si va da Painted Cross dominata da un suono hard rock dove sono più presenti la chitarra di Joe Hollick e la voce di Jack Sharp ( i restanti componenti sono : Tom Watt alla batteria e Dan Davies al basso, due curiosi nomi che rimandano in qualche modo al mondo dei Kinks ) a One By One From Dorney Reach dalle venature psichedeliche avvolgenti ( che fanno venire in mente Bevis Frond ) più altri brani ( Silbury Sand e Castle Keep tra gli altri ) che paiono talmente dissociati dal presente come se paradossalmente dopo gli anni settanta nel rock non fosse accaduto più nulla. Chiude l’album un brano ( Cromlech ) anch’esso psichedelico degno di apparire in un album di Jimi Hendrix tanto mi pare possente la chitarra di Hollick.
In conclusioni questo tipo di musica può piacere oppure no, entrambi i giudizi sono legittimi. Per ciò che mi riguarda la trovo ottima e niente affatto clonata ( o peggio datata o appiattita ) su parametri dejà vu, avendo il gruppo assimilato dei settanta soltanto un’attitudine ( e uno spirito ) che sono effettivamente sempre presenti per tutta la durata d’ascolto del disco ma che, a mio avviso, rappresentano piuttosto un valore aggiunto anziché una nota di demerito come qualcuno ha sostenuto.
I Wolf People vengono dal Galles e l’album è stato concepito in un casolare della campagna gallese in totale libertà. Girano in pulmino bianco ( almeno cosi li hanno notati in Italia ) e appartengono a quella generazione di ostinata memoria che ha stabilito con la musica rock un rapporto costruito senza dare concessioni alcune alla moda. A meno che non diventino essi stessi una moda. Chissà.
Ho una sola certezza: sentiremo presto parlare di loro.

















