Giovedì, Maggio 24, 2012
   
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Music'Arte / Milva: "Non conosco nessun Patrizio"

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Dieci canzoni di Franco Battiato

Circa 80 album fra Italia ed estero e 200, ma forse più, singoli pubblicati, fanno di Milva, a 72 anni, forse l’artista più completa e internazionale della nostra scena musicale anche perché non possiamo dimenticarne il teatro, il cabaret dove pure eccelse ed eccelle anche se con questo album, pare, dia addio alle scene, completando così anche la sua trilogia battiatesca iniziata nel 1982. E da lì dobbiamo partire per parlare di “Non conosco nessun Patrizio” il terzo della trilogia

(...segue) dal primo e migliore dei tre che fra l’altro conteneva la canzone diventata di Milva per eccellenza quell’Alexander Platz derivata dalla Valery scritta da Battiato con Alfredo Cohen nel ’77 e riproposta con nuove parole per Catherine Spaak nel ’79 (Canterai se canterò!) e, finalmente, cantata dal maestro in Giubbe rosse dell’89. In quel primo album per Milva, Battiato e Giusto Pio s’erano davvero divertiti, con canzoni extra nuove ed originali, ad esempio Poggibonsi, c’era anche Giuni Russo in un coro ed insomma come per i suoi Fleurs, il primo è sempre il più genuino e fresco. Nell’89 ci fu la seconda collaborazione con Milva  (Svegliando l’amante che dorme) ed infine eccoci a questa terza in cui, fra l’altro, vengono riprese, superfluamente, ben due pezzi dal secondo incontro e con pochissime variazioni: con meno eco nella voce in Una storia inventata e senza batteria nell’orchestrazione, che pure allora era appena accennata, ne I processi del Pensiero scritta con Juri Camisasca. La prima canzone fra l’altro l’avevamo già sentita dall’autore nell’estroso camuffamento del ’78, per un 45 giri, nel quale si chiamò Astra e cantò la stessa canzone ma in francese, titolandola Adieu, in stile pre-Rondò Veneziano. E pensare che era l’anno de L’Egitto prima delle sabbie!

La title-track, Non conosco nessun Patrizio, è più originale nel titolo e commovente nel testo che esaltante nella musica ma si adatta benissimo alla drammaturgia teatrale della pantera di Goro mentre I giorni della Monotonia e Io chi sono, derivati da Il Vuoto del 2007, si rivelano i veri capolavori dell’album, specialmente il secondo brano, addirittura più penetrante della versione dell’autore.

Bist Du Bei Mir, da Ferro Battuto del 2001, calza a pennello con la germanicità della Rossa, come già lo fu per l’autore. Segnali di Vita, dall’album italiano più venduto di tutti i tempi (La voce del Padrone!) e Le Aquile dall’immediatamente precedente Patriots, devono purtroppo fare i conti con le antiche versioni, paritarie anzichenò, di Alice. Non manca il post punk, e per Milva è il massimo davvero, de Il Ballo del Potere dal quel Gommalacca dell’88 che rilanciò Battiato anche fra i giovanissimi. Il disco si conclude con la danza mediterranea di Risveglio di Primavera derivata da un album davvero sottovalutato del maestro ma pieno di romantiche e suggestive canzoni, il siderale Mondi lontanissimi dell’85 da cui in precedenza Milva aveva rubato altri due brani, La Via Lattea e No Time No Space.

Nicola M. Spagnoli

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