Music'Arte
Music'Arte / Faust
SOMETHING DIRTY (Bureau B 2011)
Ancora sottovalutati e misconosciuti, i Faust, a 40 anni esatti dalla nascita, fra alti e bassi, scioglimenti e reunion arrivano al loro album n.27, fra quelli di studio e i live, restando “fedeli alla linea” come pochi altri gruppi. Giganti del krautrock che fra la fine dei ’60 e l’inizio dei ’70 fece furore in tutta Europa e non solo con gruppi come i futuristi Can, i teutonici Amon Dull II, i mistici Popol Vuh, i nevrotici Neu o gli elettrici Kraftwerk, tanto per citare i più popolari.
I Faust furono invece sempre dadaisti anzichenò, avanguardia pura ma concettualmente rock , poco interessati alla continuità armonica anzi iconoclasti della canzonetta, diversamente da Frank Zappa solo perché di cultura diversa. Anche in questo Qualcosa di sporco non ci si prova nemmeno a strizzare l’occhio al commerciale, ci sono, come sempre, anche brani cantati ma pochi, qualcuno anzi sussurrato, questa volta dalla dolce Geraldine Swayne che fra l’altro apporta contributi anche strumentali. Altri letteralmente urlati, in francese (la Francia è il Paese che conta più fan del gruppo) e Jean-Hervé Péron docet! Tutti cacofonici in eccesso ma per fortuna tutti cortissimi. Il resto è strumentale, rock trasversale, elettronico sempre, drummato a dovere dal vecchio leone Diermaier, come nel mitico Faust Tapes , il loro terzo disco e primo inglese che oltre ad essere stato (nel ’73) una pietra miliare del rock in generale, ha ispirato non pochi artisti successivi, fra cui certamente Julian Cope ed i Sonic Youth. Pubblicato in Cd e vinile questo lavoro, in molte tracce, si snoda come dicevamo in brani minimalisti di poche note, a volte soltanto tre, come in Tell the bitch to go home, a volte quattro: Herbststimmung o nella tribale title track. Poco spazio è concesso, come al solito, alla odiata melodia ma quando ci provano, chissà percè. sono esemplari come nell’ultimo brano La Sole Doree , deliziosamente orecchiabile, in equilibrio perfetto fra avanguardia tecnicistica ed un qualcosa di già sentito tanto da poter essere, se solo lo volessero, anche un potenziale hit, nelle tracce preceduto dalle poche note country di Save the last one. Anche Dampfauslass 2 risulta abbastanza accattivante nel suo incedere da solenne colonna sonora, come un intermezzo per un film western, un western diretto però da Herzog. Angosciante, ma ormai ci siamo abituati, la copertina con mano scheletrica su volto cadaverico, il tutto in verde, per un ritorno, forse, alla madre terra.
Nicola M. Spagnoli

















