Giovedì, Aprile 17, 2014
   
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MUSIC’ARTE / Una serata strepitosa all’Istituto Giannone con La New Generation Jazz Quartet di Armando Bertozzi

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di Luigi Ciavarella

La prima cosa che mi ha colpito, una volta messo piede nell’auditorium dell’Istituto Giannone, che come si sa ha ospitato una serata memorabile di jazz della New Generation Jazz Quartet di Armando Bertozzi, è stato il numeroso pubblico che ha affollato tutti gli spazi disponibili in sala.

Un fatto straordinario che la dice lunga sui gusti musicali dei sammarchesi . A pensarci bene anche le lontane esperienze patrocinate dall’Associazione JazzinLamis, che molti ricorderanno avvenivano nel cortile della scuola elementare Balilla, hanno sempre ottenuto ugual successo. Questo può essere un segnale importante per i futuri eventuali organizzatori di questi appuntamenti musicali se non altro perché sono testimonianza di garanzia di qualità e successo.

Di Armando Bertozzi per forza di cose conoscevamo tutto o quasi per cui è stato gioco facile lasciarci conquistare dai suoi giochi poliritmici, dalla sue acrobazie timbriche, ritmi seducenti che hanno lasciato tracce in mezzo mondo e reso famoso quel suo sorriso rassicurante sul palco e quella bellezza interiore che solo i grandi sanno trasmettere. Quello che invece non avevo messo bene in conto era la presenza di Antonio Aucello in questo ambito per me sconosciuto, il suo rigore professionale, quasi volessi fissarlo inconsciamente, seppure in un ruolo di rilievo, ma in veste non da protagonista nelle pirotecniche performance ai tamburi del maestro. Il suo ruolo insomma lo vedevo un po’ in ombra insieme a quello di tutti gli altri, il contrabbassista Andrea Caruso, giovanissimo,e il pianista Fabio Rogoli, impegnati tutti ad assecondare gli ordini di famoso batterista.

Naturalmente cosi non è stato e l’ho subito capito quando lo spettacolo ha preso forma e la musica si stava disponendo in ambiti assai sperimentali tali da ricorrere agli interventi solistici di ciascuno in una forma che ai miei tempi chiamavamo free jazz e dalla quale ciascun musicista traeva forza dai propri strumenti per dare un contributo all’intera partitura. Il sax di Antonio Aucello, soprano e alto, è stato una presenza rassicurante, autorevole, un protagonista assoluto, e ha dettato linee melodiche che hanno fatto storia a sé, insieme ai ruoli complementari del piano e del contrabbasso. Un tecnicismo creativo molto in sintonia col resto del gruppo.

Mi ha colpito pure il modo di suonare il contrabbasso da parte del giovane foggiano Andrea Caruso, un novello Jaco Pastorius che restituisce allo strumento ruolo e dignità che vanno oltre la semplice subordinazione tanto da diventare protagonista di virtuosismi ineccepibili, come altronde era giocoforza aspettarsi da un concerto jazz di questo tipo. D’altra parte era fin troppo evidente anche l’eleganza con cui il brindisino Fabio Rogoli, il pianista dell’ensemble, riusciva nel difficile compito di dare compattezza alla struttura dei brani, con interventi melodiosi molto brillanti e seducenti.

Sino all’apoteosi finale, a mio modo di vedere, nel momento in cui il sax di Antonio si è messo a dialogare a quattro voci , in un rapporto che rasente la perfezione, nell’ultima parte del concerto, quando sax contrabbasso piano e batteria hanno innescato un confronto tutto imperniato a dare fuoco a fughe interminabili, incalzanti, con cambiamenti repentini di ritmo che hanno fatto sobbalzare il mio povero cuore, dove per una attimo mi è parso materializzarsi davanti lo spettro della buonanima di Miles Davis con le sue “cagne in brodo” e tutta la schiera dei suoi fulgidi allievi evangelici, da Shorter, Zawinul a Ian Carr, ecc.., eretici musicisti jazz che hanno sventolato ai quattro venti la bandiera della fusion del maestro nero in un momento storico in cui tutto era nell’ordine delle cose. Un momento esaltante, geniale, persino emozionante,peraltro presente in più punti della serata, sempre con il drumming del maestro come collante.

Uno spettacolo che ha visto pure il contributo di alcuni amici musicisti: da Angelo Gualano che ha eseguito al pianoforte un brano di sua composizione, “ Terra santa “, “…nato da una riflessione sulla nostra terra, la nostra gente – come mi dice il musicista – una terra di pietre e santi,olio e sale (ulivi e mare)…” Brano in origine inserito in una sua commedia musicale ..” che raccontava la terra e la gente di Puglia.”, suggerito dalla presenza della famosa fracchiabum presente sul palco.

Altri ospiti sono stati Tiziano Paragone che ha eseguito insieme al contrabbassista Ulrico Pèriore e al pianista Salvatore De Iure un brano di sua composizione ; la brava cantante Miriam Stranieri accompagnata dalla New Generation Jazz Quartet con al pianoforte Jerry Ruotolo mentre Giancarlo Leggieri insieme alla fisarmonica di Guido Paolo Longo hanno interpretato il brano classico sammarchese “ La vadda de Stignano “. In ultimo Ciro Iannacone ha dato fiato ad una versione del classico popolare sammarchese “ Voi cumpà”.

Sullo sfondo la Fracchia Bum ideata da Matteo Aucello, il papà di Antonio, che Armando Bertozzi ha provato a picchiare in un paio di occasioni. Un mostro folkloristico uguale alla forma mitologica del leader, minotauro moderno, mezzo uomo e mezzo tamburo, colui che ha inventato i poliritmi, sceso a San Marco in Lamis insieme al giovane allievo, figlio di questa terra ricca di talenti, per dimostrare a tutti la vitalità della musica jazz.

LUIGI CIAVARELLA

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