Giovedì, Maggio 24, 2012
   
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Luigi Alonzi detto Chiavone

chiavone

Luigi Alonzi detto Chiavone, (Sora, 19 giugno 1825 – Trisulti, 28 giugno 1862) fu un brigante italiano, anche se sarebbe più corretto dire del Regno delle Due Sicilie. Questo curioso personaggio dall'aspetto singolare, data l'enorme chiave che portava sempre al suo collo sin da bambino, fu definito un grassatore, un delinquente dall'allora governo italiano.Una considerazione ben diversa avevano le genti e le popolazioni della sua terra, che lo consideravano un difensore della patria, un eroe dei poveri che difendeva la causa di tutti coloro i quali venivano ingiustamente depredati dal nuovo governo sabaudo.

Chiavone fece parte della guardia nazionale fino all'arrivo dei Piemontesi e ancor prima un fu un semplice guardiaboschi, mestiere ereditato dal nonno. Dopo l'arrivo dei piemontesi organizzò una sua banda che trovava rifugio nello stato dello Chiesa. Come accennato prima, era solito rubare ai ricchi proprietari per fare delle donazioni ai contadini. Quello che colpì molto chiunque ebbe modo di entrare in contatto con lui, fu la sua magnanimità. Sono molti gli episodi curiosi che testimoniano ciò, tra i quali è bene ricordarne alcuni. In diverse occasioni ebbe modo di fare prigionieri dei soldati piemontesi, che solitamente venivano massacrati dai briganti per ripagarli della stessa moneta, ai quali offriva una buona sistemazione, pasti abbondanti e caffè. Risparmiò loro la vita lasciandoli andare con un lasciapassare che portava la sua firma.

Nonostante la sua provenienza da ceti sociali poco abbienti, ebbe una capacità mediatica tale da poter contare sull'appoggio diretto di re Francesco. La sua ammirazione per Garibaldi era tale da far si che lo imitasse in tutto e per tutto, il suo abbigliamento ed i suoi modi per quasi un lustro fecero si che egli diventasse una sorta di leggenda vivente, un Robin Hood locale con tanto di proclami affissi nei paesi.

Si autoproclamò comandante in capo della guerriglia antinazionalista alla frontiera pontificia, con la benedizione del clero e del re Borbone, ma la sua ostentata sicurezza iniziava a non convincere più le popolazioni e gli stessi membri della sua banda. Le armi e i rifornimenti promessi dal re, che egli tanto vantava, non arrivarono mai e così la stessa banda di Chiavone venne ridimensionata dai dissidi interni. Lo stesso re pensò bene di mandare un comandante vero, uno che aveva esperienza nei combattimenti in campo aperto, per poter fronteggiare l'esercito piemontese. Arrivò dunque l’ufficiale spagnolo Rafael Tristany de Barrera, il quale dovette sin da subito fronteggiare la gelosia di Chiavone che si sentiva depredato di quei fregi militari "conquistati sul campo". Così Chiavone decise di non essere più fedele a quel re che aveva servito e di darsi alla macchia con i suoi pochi uomini.

Il 28 Giugno 1862 mentre girovagava nelle immediate vicinanze dei confini dello stato papale, dove credeva di godere ancora della stima di tutti, fu intercettato dagli uomini di Tristany mentre andava dalla sua donna, e il giorno stesso dopo un processo sommario fucilarono lui e la sua banda.

Terminò così mestamente la storia di un uomo che non dovrebbe essere giudicato dalla storia ne brigante ne partigiano.