Poche Storie
Poche Storie / Gino Girolimoni
Gino Girolimoni (Roma, 1 ottobre 1889 – Roma, 19 novembre 1961) è stato un fotografo e mediatore italiano. Accusato di gravi delitti, fu additato come mostro dalla stampa. Successivamente scagionato, ne ebbe comunque la vita sconvolta. La sua vicenda rappresenta un caso emblematico degli effetti perversi sulla pubblica opinione di una campagna giornalistica pilotata e aprioristicamente accusatoria.
La vicenda
Nel periodo 1924-28, Roma fu colpita da una serie di rapimenti, stupri ed omicidi di cui furono vittime sette piccole bambine. Emma Giacobini, di quattro anni, fu la prima vittima. Rapita mentre giocava in un giardino pubblico il 31 marzo 1924, fu ritrovata il giorno dopo a Monte Mario, con i segni della violenza ma ancora viva. Pochi mesi dopo ebbe un tragico epilogo il rapimento e lo stupro di una seconda bambina.
I giornali si fecero interpreti dell'angoscia popolare sollecitando la cattura dell'efferato criminale. Lo stesso Benito Mussolini, indispettito per gli insuccessi delle indagini e non volendo che il regime fosse ritenuto incapace di assicurare l'ordine, convocò il capo della polizia Arturo Bocchini e lo sollecitò ad assicurare al più presto l'omicida alla giustizia.
I corpi di altre cinque bambine, nel corso degli anni successivi, vennero rinvenuti con gli stessi segni di violenza delle prime vittime. In particolare, il 5 giugno 1924, la violenza perpetrata nei confronti di una di esse, Bianca Carlieri di anni 3 (c.d. delitto della Biocchetta), sollevò per tutto il mese di giugno un'ondata di indignazione nell'intero Paese. Ai funerali partecipò una folla immensa e per settimane la stampa riportò la notizia con titoli ad effetto, con il risultato di alimentarne il desiderio di ritorsione e d'ordine e contestualmente di distrarre l'attenzione del pubblico da un'altra notizia di cronaca, non meno degna di allarme sociale, quale l'improvvisa scomparsa del deputato socialista Giacomo Matteotti che solo pochi giorni prima, il 30 maggio, aveva denunciato in Parlamento il clima di violenza e di palese illegalità con cui si erano svolte le recenti elezioni dell'aprile 1924. In vero, solo il 13 giugno 1924, il "Mondo", quotidiano d'opposizione, pubblicò sul proprio foglio a caratteri cubitali "L'on. Giacomo Matteotti misteriosamente sparito", relegando nelle pagine di cronaca il truce "delitto della Biocchetta".
Le indagini
La polizia arrestò un sacrestano, con fama di pedofilo, e un vetturino, ma ambedue risultarono estranei ai fatti. Il vetturino, sopraffatto dalla vergogna, si uccise avvelenandosi. I sospetti, per una serie di circostanze, tra le quali la testimonianza di un oste e l'"abbordaggio" di una servetta dodicenne, conversero su un uomo di trentotto anni, scapolo, corteggiatore di signore, proprietario di una Peugeot verde, con la quale amava girare per la città in cerca di avventure: Gino Girolimoni. Le cronache del tempo diedero grande enfasi al fatto che l'uomo possedesse due case, che nella fantasia popolare erano destinate ad abitazione l'una e per nascondere le sue vittime l'altra.
Tra le donne corteggiate dall'uomo, come sarà chiarito più tardi, c'era la signora che aveva al servizio la giovane domestica: Girolimoni l'aveva avvicinata per raggiungere la padrona.
Si scoprì, sempre nel silenzio di stanze chiuse, che il giorno della morte di Armanda, il Girolimoni non era neanche a Roma. Si scoprì, ancora, che la servetta dodicenne lavorava nella casa di una bella signora e faceva da "postina" tra lei e Girolimoni, innamorato clandestino. L'uomo, per non mettere nei pasticci l’adultera, non si era difeso.
Era evidente, quindi, che Girolimoni fosse innocente. Ma tutti tacquero, vista la convenienza di avere un "mostro" a cui addossare la colpa. Girolimoni venne arrestato il 7 maggio 1927. Mentre cercava, con lunghi appostamenti davanti alla casa, di dare un biglietto alla domestica della signora corteggiata, la ragazza oppose resistenza e, pare, venne strattonata. Tanto gli bastò per essere arrestato con la terribile accusa. La notizia fu pubblicata dai giornali con grande rilievo: finalmente era stato catturato il "mostro di Roma". L'Agenzia Stefani, il 9 maggio 1927, scrisse che, dopo "laboriose indagini", erano state raccolte "prove irrefutabili" contro di lui. Anche il criminologo Samuele Ottolenghi, seguace delle teorie lombrosiane, pretese di ravvisare nei tratti somatici dell'arrestato i segni caratteristici del criminale. Gli indizi a carico dell'accusato non avrebbero potuto essere più irrazionali: secondo alcune testimonianze il violentatore aveva i baffi mentre Girolimoni no, ma questo, invece di scagionarlo era una prova della sua capacità di nascondersi e deviare le indagini.
Il proscioglimento
La solerzia e l'onestà professionale del commissario di Pubblica Sicurezza Giuseppe Dosi riuscirono a smontare i fragili indizi. Girolimoni, difeso dall'avvocato Ottavio Libotte, venne definitivamente prosciolto dal giudice istruttore Rosario Marciano, dopo che lo stesso pubblico ministero Mariangeli ne aveva chiesto l'assoluzione "per non aver commesso il fatto".
Il proscioglimento di Girolimoni passò però sotto silenzio: la notizia, per ragioni di convenienza politica, venne relegata dai giornali, con scarsa evidenza, nelle pagine interne: il giornale romano La tribuna ne diede notizia in un trafiletto a pagina quattro. La sua vita, nonostante l'assoluzione, fu irrimediabilmente sconvolta: non ebbe alcun indennizzo per l'ingiusta accusa, il suo nome, e in particolare il cognome Girolimoni, rimase ingiustamente sinonimo di violentatore e pedofilo ed una sua richiesta di modificarlo venne ignorata dalle autorità. Tuttavia è incerto se l'attuale pressoché totale assenza di famiglie Girolimoni all'anagrafe capitolina dipenda da successive concessioni di variazione del cognome.
Sembra che anche la scarcerazione di Gino Girolimoni sia stata organizzata in modo tale da non dare nell'occhio.
L'impossibile reinserimento
Non riuscendo più a proseguire il suo lavoro, perse ben presto il suo discreto patrimonio. Cercò di sopravvivere riparando biciclette o facendo il ciabattino nei popolari quartieri di San Lorenzo e Testaccio.
Morì, poverissimo, nel 1961. Ai funerali, celebrati il 26 novembre nella chiesa di San Lorenzo fuori le mura, parteciparono solo pochi amici. Tra questi il commissario Dosi. La salma fu tumulata nel cimitero del Verano a spese del Comune.
Una pista alternativa
Il vero colpevole è rimasto nell'ombra. Le pazienti indagini del commissario Dosi, insoddisfatto della versione ufficiale, si indirizzarono verso un pastore protestante, tale Ralph Lyonel Brydges, pastore nella Holy Trinity Church, una chiesa di via Romagna, a Roma. Il sospetto nacque dal ritrovamento di un asciugamano con le stesse iniziali dell'uomo, «R.L.». Brydges, inoltre, era una delle tre persone che nella capitale ricevevano un catalogo in lingua inglese di pubblicazioni religiose, i cui frammenti furono trovati accanto ad una delle vittime. Dosi fu costretto dai superiori ad abbandonare le indagini ed anche un suo tentativo di rivolgersi direttamente a Mussolini non ebbe miglior fortuna. L'indiziato, tra l'altro, fu anche fermato a Capri per il tentato adescamento di una bambina di sette anni e poi rilasciato. Trasferitosi in Sud Africa, di nuovo coinvolto in vicende analoghe, vi trovò la morte
(fonte wikipedia)















