La specie imprevista n. 511: La lezione di Panatta

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Non ci sono più i rumori di una volta. Nemmeno quando si fa sport. Soprattutto se lo sport è il tennis. Una disciplina che è stata snaturata nel tempo: non si prova più gusto ad assistere ad un incontro di tennis. Si sta cercando da tempo di rinnovare questo sport, ma sembra che di risultati non ce ne siano. Ed è noioso, molto noioso, più passa il tempo e più il tennis diventa noioso. 

Servizio, risposta dell’avversario, il tennista che ha servito ribatte la palla dall’altra parte del campo, ed è finito lo scambio: 15-0. E si va avanti così quasi sempre in quasi  tutti gli incontri di tennis. Una noia che non ha mai fine.

Ma per colpa di chi? sembra della tecnologia: il brutto del tennis è che non ci sono delle regole su quanto debba essere grande e pesante la racchetta, e di che materiale deve essere fatta. Le mitiche racchette “Maxima” fatte di legno, non ci sono più da tempo. Avevano un’impugnatura che bisognava allenarsi per mesi prima di prendere confidenza con l’attrezzo.

Poi vennero le racchette in fibra di carbonio, grandezza a piacimento e da quel momento in tennis iniziò la sua agonia: vince quasi chi tira più forte avendo anche un po’ di mira, ovviamente. Ma una volta non era così. Se si rivedono le partite di tennis di alcuni decenni fa, ci si accorge che i tennisti quando buttavano la palla dall’altra parte del campo, prendevano la mira!!

Prendevano la mira nel vero senso della parola. Ma all’epoca le racchette erano molto più piccole dei “padelloni” di oggi, e avevano un certo peso. Giocando con racchette che avevano queste caratteristiche, durante un incontro di tennis si poteva assistere spesso a delle “volè”, o addirittura a delle “veroniche”: un colpo acrobatico che pochi riuscivano a fare in un modo perfetto. In pratica si recuperava una palla alta che sembrava persa. Ruotando il tronco del bacino di 180 gradi e con la racchetta quasi posizionata alle proprie spalle, si riusciva a rimandare la palla nella metà campo avversaria.

Un colpo del genere non lo vedo almeno da venti anni!! Tutta colpa della velocità, che ha fatto perdere poesia e sentimento al tennis. Prima i tennisti si vedevano quasi danzare in campo, attendevano la palla appena rilanciata dall’avversario, e poi l’altro tennista si posizionava nel modo giusto per respingere la palla  in un modo quasi artistico.

Il tennista di una volta aveva poco spazio tra le corde della sua racchetta, e quindi non poteva permettersi di sparare la palla dall’altra parte del campo.

Adriano Panatta, l’ex tennista, in una brevissima partecipazione nel film “La profezia dell’Armadillo”, spiega ad un quasi improvvisato ragazzo che  sta facendo dei sondaggi di opinione, e che non riconosce il tennista, che il tennis non è più quello di una volta. Lo fa anche perchè il ragazzo non sa nulla, non solo di lui, ma nemmeno di tennis. C’è quasi un equivoco al quale Panatta ci prova gusto, continuando ad umiliare il ragazzo.

Come se quello sfogo estemporaneo, del campione di tennis, volesse cambiare le regole del gioco, non solo del tennis, ma forse della società. Il “pof” di quando si adagiava una volta la palla dall’altra parte della rete, è un rumore che non si sente più. E quel “pof” la diceva lunga sulla bellezza e la lentezza del tennis.

La caduta della palla sul terreno di gioco, era come se fosse un punto interrogativo o esclamativo che a volte chiudeva quel punto appena giocato, oppure poteva concludere un set, o addirittura un match. Ma prima del “pof” c’era tutta una storia dietro: c’era il tennista che scendeva a rete, la risposta dell’avversario e il tennista di prima che angolava in un modo quasi millimetrico la racchetta, per poter far adagiare la palla proprio lì, dove l’aveva pensata.

Nella metà campo avversaria, in quei pochi centimetri quadrati dove l’altro tennista non poteva arrivarci. “Pof”. Un rumore che non dava fastidio agli sportivi che assistevano agli incontri di tennis di tanti anni fa, ma era quasi una carezza, dopo tanti schiaffi che si erano dati a racchettate i due tennisti. Era come una sentenza del giudice quando sbatte il martelletto sulla sua cattedra dopo aver sentenziato.

Ma quale “pof” possiamo sentire adesso, che si batte il servizio oltre i 220 chilometri l’ora? Nessun rumore gentile è possibile ascoltare sui campi da tennis con le racchette di oggi e anche con i regolamenti che non si vogliono assolutamente cambiare.

Ad esempio: perché non si dà una sola palla di servizio come battuta, invece di due, in modo tale che il servizio non sia così potente da non dare quasi nessuna possibilità di una risposta decente all’avversario, in questo modo l’incontro potrebbe essere più equilibrato e meno veloce. Ma più meditativo. Con quelle pause giuste per poter pensare che anche il tennis ha un suo perché “nell’ordine costituito”.

Se esiste anche il tennis ci sarà un perché: non possono esserci situazioni, persone, e avvenimenti che nascono per caso. L’esigenza del cosmo ha pensato anche al tennis. Sta a noi capire il perché non è più bello come prima.

Mario Ciro CIAVARELLA AURELIO