Anche a Rignano si ricorda il grande poeta Borazio a cent’anni dalla nascita

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Anche la comunità rignanese si associa al ricordo della figura ed opera di Francesco Paolo Borazio, socialista ante litteram, come d’altronde lo era la sua intera famiglia di origine e sangue prettamente sammarchese. Tanto, a cent’anni dalla sua nascita in paese.

Non a caso la sua unica creazione poetica completa, LuTrajione, del genere eroico – comico è scritta in vernacolo ed ispirata a vicende del luogo.  Ciononostante è ritenuto, grazie alla pubblicità dell’omonimo volume, curato da Michele Coco (docente di Lettere e preside di prima grandezza nei Licei, nonché poeta e critico, anche lui), Antonio Motta (raffinato scrittore – saggista, critico ed amico di grandi letterati; tra l’altro, di Leonardo Sciascia) e di Cosma Siani (docente universitario in quel di Roma (Tor Vergata), saggista e ‘tusianista’) pubblicato, per i tipi di “Quaderni del Sud” , nel 1977, cui seguì nel 1982, “La preta favedda” (l’eco), raccolta di poesie prefata da Tullio De Mauro, di cui furono curatori Sergio D’Amaro, Antonio Motta e Cosma Siani. La prima opera in menzione ebbe una vasta eco nella critica nazionale, per la sua originalità ed espressività, paragonata da molti ai più grandi poeti dialettali del Novecento Italiano, a cominciare da Pascarella, Trilussa, Di Giacomo e quanti altri.

La ‘eroicomicità’ de Lu Trajone sta nel fatto che l’autore è un auto-didatta cresciuto alla lettura di testi scolastici, tipo i poemi Orlando Furioso ed altri e di geografia regionale. Testi che gli permisero da subito di sollecitare e sviluppare il suo talento nascosto di poeta – letterato. Sicuramente, se fosse vissuto più a lungo, avrebbe partorito innumerevoli altri capolavori singolari. Quella de Lu Trajone, come tema di riferimento e contenuto, non è un ‘opera a sé stante’, ma è la versione sammarchese in chiave satirica di un richiamo al mostro-drago che si raccontava ai bambini di un tempo in tutto il Gargano. Pertanto da un luogo all’altro si hanno delle significative varianti, a parte quelle legate ai santi uccisori di draghi, in primis San Michele. Varianti, però, che non hanno avuto la medesima fortuna di quella sammarchese, proprio perché non hanno avuto autori della valenza creativa di un Borazio, ma relegate per lo più alla ripetitività popolare. Per esempio a Rignano il racconto ha per titolo “Lu ‘ntravone inte la macchje”, ossia il Dragone dentro la siepe (si veda racconto in appendice, estrapolato dal volume e-book di chi scrive “Don Leonardo Cella, dal paese al mondo salesiano”, Roma, Maritato Group, 2010).

Il Borazio, oltre ad esercitare prima il mestiere dello spaccapietre e poi dell’imbianchino, si dilettò a tempo perso, a fare il disegnatore e il pittore ad acquerello. Produsse alcune opere significative finite in mano privata. Tra l’altro, lo stemma del Partito Socialista post bellico, ossia “Falce e Martello sul libro aperto”. Anche in questo caso vi fu sospinto dalla sua radicata fede nei valori ed ideali socialisti. Tanto si poteva ammirare fino a qualche decennio fa (ossia prima di tangentopoli) nella locale sezione del partito socialista sita in Corso Matteotti. Sarebbe importante rintracciare queste opere, compreso l’anzidetto simbolo, e semmai allestire una mostra ad hoc, allo scopo di celebrare con maggiore dovizia di argomenti e primizie questo grande poeta e politico socialista.

Della famiglia fu assai attivo nel partito di Nenni e Pertini, il fratello del nostro personaggio, Antonio, che gestì tra l’altro per parecchi anni una edicola per giornali, collocata proprio all’angolo del frequentato Viale Madonna delle Grazie. Altrettanto, i figli di quest’ultimo, ispirati dalle idee del medesimo partito, cavalcarono l’onda del rinnovamento politico della sinistra, insorto dopo il ’68 con  la nascita dei cosiddetti partiti extraparlamentari che ebbero una forte eco ed emulazione anche a San Marco. La conoscenza del Borazio – politico è assai importante, specie se la si paragona con la poetica e le opere dialettali di un altro autore locale, schierato però sul fronte opposto, cioè tra quelli che avversavano e sfottevano i Socialisti. Il principale riferimento è a Francesco Saverio Napolitano, alias Don Saverio Muschidde’, medico che, dopo la “disgrazia”, operò per un certo periodo sino agli anni’40 anche a Rignano Garganico, dove lasciò innumerevoli e scherzose battute che si raccontano ancor oggi. Quelle più sarcastiche e piccanti diventavano ‘pane quotidiano’ di scambio con l’altro accanito e non di meno ironico corrispondente, quale fu il  notaio don Massimo Tardio, suo compaesano. Di questo e di altro si è già scritto.

 

Lu ‘Ntravone” (Il Dragone)

Il nonno comincia: “C’era una volta in paese un contadino di nome “Mechelucce”. Abitava assieme alla moglie “Catarinèlle” in un pian terreno al quartiere “Grotta”. Non avevano figli. Il monolocale però, oltre ai due coniugi, ospitava una giovane somara di nome Peppinèlle, a cui Mechelucce e Catarrinèlle erano molto affezionati. Era il regalo di nozze del padre di lei.

Le volevano molto bene perché il marito si lasciava portare in groppa al lavoro nei campi; mentre la moglie la utilizzava nei giorni di festa per spostarsi in paese e in campagna quando decideva di far visita a questa o quella famiglia di parenti ed  amici.

“Mechelucce” era un brav’uomo ed infaticabile lavoratore di zappa. Il suo unico difetto era l’eccessiva credulità. Bastava che qualcuno gli dicesse: “Vole lu ciucce!” e lui ci credeva per davvero. Una mattina di prima estate, l’uomo si svegliò ben presto e disse alla moglie: “Oggi vado a Centopozzi a spietrare la terra”. Si trattava di un appezzamento di poche are, costituito dal fondo di una piccola dolina, contornata da una selva di querce e di lecci inframmezzata da affioramenti rocciosi e pietre di riporto.

La donna si alzò e aiutò l’uomo a mettere il basto all’asina; ad appendere una bisaccia col necessario approvvigionamento, tra cui un barilotto semipieno d’acqua appena attinta dalla cisterna. Allora, quasi tutti gli abitanti avevano una riserva di acqua piovana in casa. Quindi, il contadino portò fuori l’asino e, dopo averlo fatto accostare ad un pianerottolo, salì in groppa e si avviò verso la via di “fuso” (attuale strada provinciale per San Marco in Lamis). Ad un certo punto, deviò su un conosciuto sentiero e in poco tempo giunse a destinazione.

Qui dapprima scaricò la bisaccia con le provviste alimentari (pane e cipolla), poi gli attrezzi da lavoro (zappa, badile e piccone), poi l’indispensabile barilotto che sistemò sotto un fronzuto ed impenetrabile leccio al fine di trovare ancora fresco il suo contenuto al momento della  bisogna. Quindi, tolse il basto e lasciò libero l’animale, mentre egli si mise subito al lavoro.

In giro si avvertiva un frastornante monotono concerto di grilli e di cicale, il cinguettio di passeri e di canarini, l’abbaiare lontano di qualche cane da caccia o di pastori, il fruscio di lucertole impaurite in cerca di sole, il verso stridente delle gazze ed altri rumori più o meno percettibili. È la natura dei luoghi!

L’atmosfera bucolica durò poco. Ad un tratto la terra sembrò tremare, lo stormire delle foglie si fece più intenso. L’aria si rese inquieta. Cominciò a spirare dapprima una leggera brezza, poi il vento. Tutto si confuse e il concerto da melodico si trasformò in una vera e propria baraonda. In mezzo a tanto frastuono si udiva un rumore cadenzato e alternato: “Ping, pong! Puffhete, pufftete! Bla bla!” e via discorrendo. Tanto fu avvertito anche da Mechelucce. L’uomo si fermò, tese l’orecchio e risentì chiaro chiaro lo strano rumore proveniente dalle “macchie” vicine.” Che sarà mai?” – s’interrogò. “C’è qualcuno?” – chiese con lo sguardo rivolto alle piante. Nessuno rispose, se non il bla bla e il ping pong di prima. La paura cominciò ad impossessarsi dell’uomo.

Da tempo si parlava in paese di draghi e dragoni che si aggiravano per le campagne, sputando fiamme in ogni dove. Anzi, taluni erano certi che gli ultimi incendi fossero stati causati da questo strano animale. Pare che anche le pecore mancanti al gregge di compar Nicola, fossero state ingoiate ad una ad una e forse tutte insieme dalla “mala bestia”. Qualcuno diceva di essersi imbattuto nel dragone che era alto tre metri, aveva cinque teste e una coda lunga più di cinque metri. Ad un tratto l’uomo trasecolò ed esclamò ad alta voce: “Si, si è il Dragone!”.

Poi, incurante del basto, salì di corsa in groppa a Peppinèlle ed in un baleno raggiunse il paese per chiedere aiuto. Andò persino in municipio. Il Sindaco, dopo aver appreso la notizia, seduta stante radunò le  guardie, fece chiamare il banditore Nunziuccio e lo mandò in giro per il paese a  dare l’allarme: “Armateve d’accette e runce, currite currite: a Centepuzze ce sta lu “’ndravone inte la macchije!”*

Si fecero avanti tanti volenterosi, armati sino ai denti di armi bianche e di forconi e in pochi attimi raggiunsero la piazza. Quindi, con a capo il sindaco Antonio e l’avanguardia di Mechelucce, il piccolo esercito uscì dal paese e si avviò impavido verso Centopozzi che venne raggiunto in poco più di un quarto di ora. Il vento continuava a spirare ad intermittenza. I rumori e le strane voci lamentate, a tratti, tornavano a farsi risentire. Il primo cittadino, allora, fece disporre la strana armata a semicerchio e a doppia fila davanti al posto da dove giungevano i rumori. Comandò, quindi, alle due guardie di andare sul posto ad esplorare. Questi, preso coraggio, in sintonia d’azione piombarono in un attimo sulla macchia incriminata. Con sommo stupore notarono il barilotto che, privo di sostegno e mosso dal vento, continuava a dondolare or dall’una or dall’altra parte, facendo battere sul legno l’acqua contenuta al suo interno col medesimo ritmo. Era questo tipo di sciabordio a generare lo strano rumore.

Le due guardie scoppiarono a ridere a crepapelle: “Mechelu’, Mechelu’, vieni a vedere!  E’ il tuo barilotto a far rumore!” La comitiva, a questo punto, avvertendo con una certa amarezza di essere stata burlata non ad opera dell’uomo ma di un elemento cieco come il vento, fu costretta a ritornare in paese con le pive nel sacco”.

Da allora in poi in paese si raccomanda spesso a chi va: “Stai attento agli scherzi del vento!”.

Testo articolo: Antonio DEL VECCHIO. Nella foto-copertina Borazio in sella alla moto Gilera, anni ’30.