“Pàmbene” di Luigi Ianzano al Premio Bologna in Lettere 2018

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Luigi Ianzano propone una poesia in dialetto sammarchese – l’idioma garganico parlato nella sua città di origine, nel Nord della Puglia – corredata dal testo a fronte in italiano, come richiesto dal nostro bando.

Il sottotitolo “fiocchi di sdrucciole in idioma garganico” da un lato fornisce alla giuria e al pubblico senza esperienza di questa lingua una chiave di ricerca per la comprensione del testo originale, dall’altro pone l’accento sull’importanza degli aspetti metrico-ritmici del componimento. La struttura è compatta e orchestrata con grande maestria: non sono soltanto i versi a essere sdruccioli, in un’alternanza regolare di distici di ottonari più un verso binario, ma ogni singola parola è sdrucciola, con una netta predominanza delle vocali aperte  (e, a) sia in posizione tonica che atona. Ciascun ottonario è composto da tre parole sdrucciole, ed è quindi segmentabile in tre versi binari che susseguendosi generano un ritmo sincopato mentre il verso binario che segue ogni distico offre una pausa di ripresa del respiro. Una struttura, questa, che dà prova della capacità del poeta di padroneggiare la metrica nel suo dialetto e che perde la sua perfetta coerenza nella versione italiana, conservando comunque  una musicalità estremamente curata e il medesimo ritmo incalzante. Il sottotitolo già citato, oltre a fornire un’indicazione di lettura, presuppone un’identificazione tra il verso stesso e il fenomeno naturale: i fiocchi sono allo stesso tempo quelli di una nevicata e i versi della poesia. Si persegue dunque una completa aderenza, che non è solo onomatopeica, ma anche materica, tra il fenomeno e la lingua tesa a rievocarlo. Si ravvisa l’intento del poeta di immergere pienamente chi legge o ascolta nel fenomeno naturale, sposando così la vocazione realistica del dialetto. Una lingua che Luigi Ianzano usa spesso per affrontare temi religiosi, e questa poesia non fa eccezione. Il titolo “fiocchi” suggerisce una dolcezza ingannevole che viene ben presto ribaltata: se nei primi cinque versi, la nevicata è evocata con una scena delicata di tranquilla contemplazione, il quadro cambia completamente nei versi a venire, che si fanno via via più violenti. Inizialmente i fiocchi compiono azioni innocue, rese attraverso verbi quali disegnare e ammantare. Con grande efficacia visiva, ci viene offerto un paesaggio invernale familiare: vediamo i profili delle altalene imbiancarsi e gli alberi, in questo caso mandorli e salici, ricoprirsi di neve. Il verbo successivo, piangono, detto di uccelli – in questo caso taccole e passeri, nel proseguire di coppie di sostantivi –  inserisce già una nota malinconica seppur ancora delicata che prelude alla catastrofe dei versi successivi, in cui le azioni si fanno via via più violente: sfondanomettono all’addiaccioingerisconodigrignanobuscano morsispezzano.  Ribaltando la tranquilla situazione iniziale, la nevicata aggredisce la natura, in tutte le sue forme, non risparmiando il regno animale (upupe, lupi, uomini) e quello vegetale (nespole, ghiande, olmi, boschi). Le conseguenze dell’aggressione sono materiali ma anche spirituali e psicologiche (i sonni sono torbidi, i fiocchi ingeriscono l’anima così come lo stomaco, spezzano gli stecchi ma anche gli affanni). La loro furia si manifesta in modo duplice: dinamico ovvero rompendo, spezzando, oppure statico, con una serie di verbi sinonimici appartenenti al campo semantico del gelo. Il susseguirsi dei verbi nella scansione del verso crea qualche ambiguità riguardo ai ruoli di soggetto e oggetto dei sostantivi: ad esempio, le taccole e i passeri piangenti potrebbero in realtà essere pianti dalla neve, nel loro cadere sopraffatti dal freddo, e gli uccelli, ma anche i fiocchi stessi, potrebbero sfondare le nespole bacate e le ghiande. Analogamente il ritmo suggerisce che siano i fiocchi a ingerire anima e stomaco mentre più probabilmente il soggetto è da identificare con i sonni torbidi. È questa un’ambiguità che rende la poesia ancora più affascinante disegnando una scena mobile, cangiante, e dando un’idea del caos che nella nevicata che si fa sempre più forte investe la natura. Finché, chiudendone la struttura circolare, alla fine della poesia torna la quiete, ristabilita dal verbo dormire. E, con una identificazione tra i fiocchi e gli angeli, affiora la tematica religiosa da sempre cara al poeta. Gli angeli arrivano a pacificare la scena ma, nel flagellare dei versi, la conclusione resta aperta: si può pensare infatti che il sonno sia quello eterno della morte e che gli angeli siano quelli dell’Apocalisse.

Francesca Del Moro