Nel “Ritratto del giovane Ottavio” anche canzoni e melodie

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Attraverso una serie di canzoni Antonio Del Vecchio ci introduce in un racconto fatto di ricordi e suggestioni legati alle sue passioni amorose

di Luigi Ciavarella

Antonio Del Vecchio da eccellente cronista qual è sempre stato e per questa ragione molto rispettato in seno al mondo della carta stampata e non solo, decano di una professione, quella della bella prosa legata al racconto dei fatti, – che ha sempre privilegiato nella sua lunga attività giornalistica -, si concede una pausa per raccontarci stavolta, attraverso una pubblicazione fresca di stampa, dal titolo Ritratto del giovane Ottavio, (sottotitolo “Racconti garganici”) i suoi tormentati racconti passionali.

Non lo fa in prima persona ma affida alla memoria di Ottavio il compito di illuminare ampi squarci di vita vissuta attraverso i particolari di un rapporto che egli ha intrattenuto, in un arco di tempo abbastanza lungo, con il gentil sesso. La location principale è il suo paese d’origine (Rignano Garganico), ma nelle trame si rincorrono anche molti altri luoghi come Jana per esempio (che altro non è che San Marco in Lamis, il paese dove egli ha frequentato il liceo classico), etc. o San Giovanni Rotondo formando così un triangolo di affezioni, luoghi principali dell’anima i cui i suoi racconti amorosi prendono vigore, attraversando in tal modo 25 anni di storia personale.

Si tratta invero di una puntigliosa e esaustiva narrazione ricca di avvincenti episodi in cui Tonino/Ottavio sembra volerci condurre. Un luogo in cui prevale forte il senso di comunità, dove figure di donne di ogni età e provenienza vi compaiono irradiando di luce una scena in continuo moto, e dove i tanti personaggi sembrano muoversi sul palcoscenico della vita, caratterizzandone il percorso. Sullo sfondo le luci di un microcosmo in trasformazione, una modernità che raggiunge a fatica anche i nostri piccoli centri garganici, dove l’emigrazione ha costituito un rito di passaggio per molti, decimando questo popolo di formiche, – per citare Tommaso Fiore – piegato sui bisogni, segnando così un’epoca che in qualche modo prosegue ancora oggi per altri versi.

Dietro la figura di Ottavio, Antonio Del Vecchio ci fa partecipe dei suoi travagliati “innamoramenti giovanili”, accompagnandoci nei meandri di un microcosmo in cui prevalgono, oltre alle gesta epiche e ai suoi ricordi di adolescente, – che a volte possono sembrare persino ingenui nella loro semplicità duttile -, anche sentimenti d’amore e d’amicizia, passioni e avventure, ponendo in evidenza usi e costumi, ma anche canzoni, giradischi, Juke box e dischi.

Infatti vi appaiono nel testo canzoni che sembrano voler fornire ai racconti una colonna sonora (e a noi una chiave di lettura formidabile), un filo musicale che, partendo dai tardi anni cinquanta, prosegue per tutta la durata del ciclo narrativo puntellando così il testo di ricordi musicali. Si tratta di canzoni che attraversano un arco temporale molto lungo. Da La vie en rose, la canzone di Edith Piaf del dopoguerra francese, l’unico brano fuori tempo, quindi i sessanta sino a tutto gli anni settanta e con qualche puntata anche negli ottanta, Antonio De Vecchio ci introduce nei suoi ricordi personali a 45 giri.

Vi appaiono Lazzarella di Aurelio Fierro, che Tonino associa il ricordo a suo cugino Teo, a Only You dei Platters, lo slow che fece innamorare milioni di coppie in tutto il mondo, sino ai cantanti nostrani come Adriano Celentano, il Bobby Solo di Una lacrima sul viso, Don Backy di “Ho” rimasto solo (lo strafalcione è d’effetto), il Gianni Morandi di Fatti mandare dalla mamma, i Dik Dik di Senza luce, sino a Odio l’estate, il motivo estivo più gettonato di Bruno Martino, anche questo malizioso e conturbante per gli effetti che produsse su una generazione di adolescenti in cerca perenne di anime gemelle.

Erano gli anni sessanta, i favolosi come li avrebbero definiti a priori se non altro per il cosiddetto boom economico che ne scaturì, per la stagione dei diritti e dei cambiamenti sociali che produsse ma sopratutto per il benessere socio-economico che finalmente investì la nazione.

Poi ci furono gli anni settanta caratterizzati dalla protesta che, unita ai tempi difficili causati dalla crisi, gettarono il Paese in uno stato di sofferenza sociale e di valori.

Ma vi erano anche qui canzoni che Tonino Del Vecchio ha voluto mettere in evidenza. Le canzoni di Lucio Battisti innanzitutto, due in particolare, scritte a cavallo del decennio Pensieri e parole e I giardini di Marzo, due grandi composizione che hanno dato lustro alla canzone italiana. Due capolavori che il tempo non ha scalfito, che ancora oggi rappresentano due punti di diamante nella storia della canzone italiana.

Tonino vi aggiunge altre canzoni come Isa .. Isabella degli Alunni del Sole, Quanta è bella lei di Gianni Nazzaro, i Pooh di Noi due nel mondo e nell’anima, i Gens di In fondo al viale e Vagabondo , l’indimeticabile hit dei Nomadi, che cristallizzò un’estate intera, Pop Corn il tormentone estivo degli Hot Butter dell’estate del ’72, Il gabbiano infelice del Guardiano del Faro (chi se scorda quel suono particolare di Moog), Casa mia della Equipe 84, La Ballata di Sacco e Vanzetti di Joan Baec/Ennio Morricone e tanti altri ancora. Un canzoniere di grandi successi sopratutto estivi che suscitano ancora oggi una grande emozione all’ascolto.

Insomma un romanzo di formazione che ben si presta ad una lettura spassionata, se non altro per la grande autoironia che ci è sembrata di cogliere tra le pagine, oltre a rappresentare un veritiero, sincero e scanzonato inno alla vita e all’amore che Antonio Del Vecchio, cronista insuperabile, ha voluto farci partecipe.