Quando c’erano i “Cleb” (lo scriviamo in dialetto)

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di Mario Ciro Ciavarella Aurelio

Erano spesso seconde case disabitate. O abitazioni acquistate da poco dalla famiglia del ragazzo che aveva le chiavi!!! e non ancora occupate. E si entrava rigorosamente in coppia!! era impossibile che entrassero 3 ragazze e 7 ragazzi (non proprio impossibile, ma improbabile). Erano case quasi sempre situate verso la periferia del paese (preferibilmente), con un arredo molto povero, almeno un divano, un tavolo e alcune sedie.

Però doveva esserci il giradischi!! era quello il re del locale: delle simil-discoteche raccolte in pochi metri quadri, luce soffusa con delle lampadine colorate (nel vero senso della parola) con pennellate di smalto(!?), che toglievano aria vitale al filamento di tungsteno! Lampadine impolverate, pitturate e con qualche mosca che trovava un eterno riposo, elettrificata dal calore.

Alcuni poster di cantanti e attori del momento attaccati ai muri che non si distinguevano nemmeno, considerato che la luminosità in quegli interni non era l’aspetto più importante, anzi… Le sedie erano a volte quelle pieghevoli che si usavano ai funerali ma anche al mare: di colore nocciola, resistenti a qualsiasi “peso forma”, pieghevoli, occupavano poco spazio richiuse. Il tavolo era ovale, duro, marrone con poche cose sopra: forse un vaso senza fiori.

Una scopa c’era sempre!! serviva per pulire quello che si era mangiato ed era caduto a terra: bisognava lasciare pulito, altrimenti la mamma del ragazzo “con le chiavi”… “faceva jopera” (sempre se le mamme sapevano qualcosa…) Le finestre rigorosamente chiuse “nzerrat”, con quasi un panno che le cadeva sopra, un piccolo bagno e basta: era sufficiente per dare l’imprimatur di “Cleb” a quella casa!!

E rimaneva “Cleb” per tutta la vita!! Anche dopo che venisse abitata dalla famiglia di proprietà. E spesso passando lì vicino, negli anni, si ricordava: “Ddà, steva lu cleb nostr…” e si cercava con l’orecchio si sentire echi lontani, dove risuonassero le note delle canzoni dei Pooh, Battisti, Gianni Morandi, Mina… ma non si sentiva nulla. Tutto era stato ovattato da arredamenti nuovi e gente che lì dentro ci viveva chissà da quanto tempo, riempiendo quei locali con nuove vite.

Il “Cleb” era pronto per essere usato. L’arredo c’era, i ragazzi che dovevano frequentarlo pure, e adesso arriva il momento più difficile: l’entrata!! Entrare in un Cleb era un momento molto particolare, che sfidava le leggi della fisica: si cercava di diventare invisibili!!! agli occhi della gente, soprattutto di quella che abitava di fronte!!

Gli occhi delle donne “faccefront”: una dogana invalicabile, sentinelle più attente di intere famiglie di lemuri, con le orecchie tese e gli occhi spalancati. Non sfuggiva nulla alle signore che abitavano di fronte (“ma pur allu quart”), che contavano quante unità maschili e femminili entravano lì’ dentro!! nel “Cleb”. E da quel momento quel locale diventava un posto di confine al limite tra Sodoma e Gomorra, e il Paese dei Balocchi: dove nessuno poteva sapere cosa potesse succedere lì dentro!!! Misteri di gioventù “sprecata”!

Ma lì dentro spesso non succedeva quasi nulla: si ballava, ci si baciava, si facevano nuove conoscenze. Ma soprattutto si sentiva l’odore dei diciotto anni e dintorni, sensazioni che nel tempo svaniscono velocemente. Non erano molti i locali del genere in un paese piccolo come il nostro, ma quelli che c’erano erano conosciuti da tutti. L’accesso non era facile, erano quasi dei circoli a numero chiuso.

Intanto le sentinelle del “mantenimento morale della gioventù” erano sempre lì: dietro tende e tendine di finestre e balconi, e guardavano di fronte, verso la “casa del peccato di gioventù”. Si contavano le entrate e le uscite: “Lu logn jenn asciut… è lu curt che sta ancora jint…” “No, quiddu che jenn asciut jeva jessa e no jiss…”

Le sentinelle discutevano su chi ci fosse e chi non ci fosse più, lì dentro. Era difficile distinguere se fosse un lui o una lei che era appena uscita: negli anni ’70 ragazzi e ragazze portavano i capelli lunghi!! Appena a si capiva l’identità del giovane fuggiasco (appena uscito dal “Cleb”), spesso si levava una voce: “A mammeta ne l’eja dic…” (“Riferirò tutto a tua madre!!”) era la minaccia fatta dalla sentinella di fronte. E spesso subito dopo quell’avviso, si sentiva una pernacchia come risposta partire dalla bocca del giovane che era uscito dal “Cleb”.

Intanto lì dentro si continuava a relazionarsi: si beveva non molto, si ballavano dei lenti, si parlava sottovoce, ma soprattutto si fumava. Quei locali sembravano delle camere a gas “a scopo benefico”, era un fumo che non faceva male: la legge ancora non decideva quando il fumo avrebbe fatto male. Coltre di fumo galleggiava nell’aria, i capelli dei ragazzi e ragazze prendevano più vapore, quasi si ossigenavano, vivevano di vite proprie!!

Ogni tanto si sentiva bussare o squillare il campanello!! e se fosse la donna di fronte che portava la conta degli ingressi e delle uscite?? Peggio per lei!! era l’occasione buona per mettere in chiaro alcune cose. Ma erano altri giovani ritardatari che stavano arrivando per partecipare a queste “feste clandestine”. E la comitiva aumentava. E le donne-pallottoliere di fronte… perdevano il conto.

Intanto la musica diminuiva di volume e i lenti iniziavano ad avere la loro parte in quella serata. I lenti erano i momenti clou degli appuntamenti al “Cleb”: senza di loro non avevano senso. Fred Bongusto, Peppino di Capri e atri cantanti sentimentali facevano il resto. Dal divano e dalle poche sedie ci si alzava per ballare e capire se ci fossero affinità tra lui e lei. Il solo contatto con alcune parti del copro era sufficiente per sapere se quella relazione potesse almeno iniziare.

E dopo un lento ce n’era un altro e poi possibilmente un altro e poi magari basta così, per ora. Erano tre lenti che si succedevano quasi in un ordine prestabilito: come se fossero una perfetta colonna sonora per far iniziare qualcosa. Come se quelle canzoni melodiche avessero dentro le loro parole e note l’ordine di poter far partire amori che nessuno sapeva quanto potessero durare. Ma intanto nascevano…

(E le signore di fronte ancora adesso, a distanza di decenni… ricordano tutto e hanno riferito ai loro figli e nipoti…)