“Le strette della memoria”: un viaggio tra ricordi e nostalgie

di Tonino DANIELE

Ci sono epistolari che si leggono come romanzi. E’ il caso di alcune lettere scritte e spedite da Joseph Tusiani ad Antonio Motta ed ora pubblicate dal Centro documentazione Leonardo Sciascia – Archivio del Novecento in occasione del primo lustro della scomparsa del poeta e dell’istituzione – presso il Centro – dell’”Archivio storico Professor Joseph Tusiani” (diretto da Michael Tusiani, Antonio Motta e Cosma Siani): punto di riferimento obbligatorio (ed insostituibile), per conoscere e, soprattutto, capire l’Autore, e così abbandonare e lasciarci alle spalle – una volta per tutte – stereotipi stancanti e noiosi.  

Ed in queste lettere, che l’autore ha scritto da New York, e che il destinatario ha raccolto in Le strette della memoria”, c’è tanta vita e, questa, non poteva non essere percorsa da ricordi e nostalgie: strette, appunto, sentieri obbligati ed accidentati, per chi ha dovuto lasciare per sempre la propria terra-madre ed approdare in terra-matrigna.

Fremes che consentono di scavare nell’animo, nell’intimo: di capire quanto la voglia di tornare indietro, sia pure attraverso i ricordi e la memoria, rappresenti semplicemente il desiderio di “ricomporre” una frattura, un tradimento, forse reciproco, sicuramente doloroso.

Capiremo, solo leggendo queste lettere, che per lui, per l’Autore, è stato meglio ricordarlo il suo paese piuttosto che rivederlo: i suoi periodici ritorni non hanno fatto altro che svelare un “smacco esistenziale” per non aver ritrovato il passato, il suo passato, perduto per sempre e che solo la memoria è riuscita a mantenere in vita. Lui sapeva benissimo che solo attraverso le sue parole, solo attraverso la sua poesia, era possibile ritrovare quello che era già stato: rendere visibile l’invisibile, possibile l’impossibile, reversibile l’irreversibile.

Quella poesia capace di riflettere tutto quanto lo circondava, gli stava attorno, come una sfera di cristallo.

Ed allora come non vederlo, da solo, in quel suo appartamento newyorkese, fissare con lo sguardo un ricordo ormai lontano e ripercorrere quella sua fatidica attraversata dell’Atlantico del 1947 a bordo della motonave Saturnia e quelle sue effusioni amorose al suono di un pianoforte le cui note, tratte dai Pescatori di Perle di Bizet, irraggiavano di «inattesa speranza il volto di ogni emigrante stanco e spaurito» (lettera del 1° novembre 2009, Democrazia Di Gennaro: “Sedeva a quel pianoforte mezzo stonato e suonava arie di Bizet e Delibes”). E leggere, e rileggere chissà quante volte ancora quelle lettere consegnategli dopo la morte di Democrazia e legate insieme «da un nastro azzurrino con la scritta “My Only Love”», magari ascoltando l’aria “Je crois entendre encore”.

Lettere che dispiegano un nuovo tempo dal tempo già passato, già consumato. Una narrazione che riesce a dare voce a ciò che è ormai finito: i nomi, i suoni, le luci riprendono forma, riprendono vita, quasi una resurrezione del tempo, del suo tempo ormai passato, la cui «ala batte troppo in fretta: la guardi ed è già lontana».

Nelle lettere si ripercorre un viaggio “a ritroso”, un’odissea verso i luoghi del percorso consueto, i microcosmi quotidiani attraversati da tanti anni, per usare le parole di Claudio Magris, scrittore caro ad Antonio Motta.

Un viaggio tra memorie e nostalgie: metafore che la vita si lascia sempre alle spalle. Un viaggio che descrive paesaggi interiori. Del resto, non vi è luogo nel mondo che possa neanche lontanamente avvicinarsi alla bellezza, alla pace e all’armonia di certi stati di coscienza.

Eppure, queste lettere nascondono un mistero, che forse nessuno mai riuscirà a rivelare, nemmeno quanti si onorano di averlo conosciuto in vita e di averci mangiato assieme, perché è solo suo e senza voce deve in lui restare (cfr., lettera ad Antonio, New York, 4 maggio 2010).  

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