Lettera Montenero, le precisazioni di Gian Piero Villani

«Attribuire la “prima esplorazione” della grotta di Montenero a una singola figura risulta storicamente improprio e riduttivo». Lo dice Gian Piero Villani dello “SpeleoTeam Montenero” a Sanmarcoinlamis.eu con una nota inviata poco fa in Redazione in risposta all’articolo pubblicato stamane sulla ritrovata lettera del ‘700 della prima esplorazione della Grotta in parola.

«La grotta si apre infatti alle pendici del monte omonimo, il Montenero, e il toponimo stesso rimanda a una denominazione già consolidata nel territorio. I nomi di luogo, soprattutto in ambito rurale, nascono da un uso collettivo e protratto nel tempo, non da una scoperta improvvisa da parte di un singolo studioso.

Questo elemento – aggiunge Villani – rafforza l’idea che la grotta fosse già nota alle popolazioni locali ben prima delle descrizioni erudite. È quindi più corretto distinguere tra conoscenza locale e documentazione scritta. Tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento si collocano infatti le prime testimonianze note, tra cui quelle di don Gaetano de Lucretiis e di Michelangelo Manicone, autore della Fisica Appula.

Va inoltre evidenziato che – dichiara ancora l’esperto speleologo –  lo stesso de Lucretiis, nel suo scritto, fa riferimento a una grotta già conosciuta, e non a una scoperta in senso proprio. Questo elemento è particolarmente rilevante, perché conferma come la sua testimonianza si inserisca in un contesto di conoscenza preesistente e condivisa, piuttosto che rappresentare un atto di esplorazione originaria.

Per quanto riguarda Manicone – sottolinea –  la pubblicazione della sua opera nei primi anni dell’Ottocento presuppone osservazioni e ricognizioni effettuate in precedenza. È dunque plausibile che egli abbia visitato la grotta già prima della stampa, rendendolo uno dei primi a descriverla in modo sistematico.

La quasi contemporaneità delle testimonianze – prosegue ancora la guida dello SpeleoTeam – suggerisce inoltre la possibilità che i due studiosi condividessero ambienti culturali comuni, come spesso accadeva tra eruditi del territorio, anche se ciò non è sempre documentabile in modo diretto.

Un ulteriore elemento da considerare è la frammentarietà delle fonti – scrive ancora Villani che poi prosegue –, parte della documentazione manoscritta relativa agli studiosi locali è oggi perduta o dispersa, anche in seguito alle trasformazioni politiche e istituzionali tra Settecento e Ottocento. Non si può escludere che materiali inediti siano ancora conservati in archivi privati, come talvolta indicato dalla tradizione locale, ma in assenza di verifiche dirette tali informazioni vanno trattate con prudenza.

Da anni – ribadisce – inoltre, si tenta di rintracciare documenti oggi non reperibili ma ricordati da fonti orali del luogo. Alcuni anziani raccontano che i primi a intervenire concretamente sull’ingresso, un tempo molto più esile, sarebbero stati i pastori della zona. Si tratta di testimonianze preziose per la memoria storica locale, ma che, in assenza di riscontri documentali, devono essere considerate con la dovuta cautela.

Alla luce di queste considerazioni – si legge in conclusione di nota – appare più corretto parlare di una progressiva documentazione della grotta, piuttosto che di una sua “scoperta”. La grotta era verosimilmente già conosciuta e frequentata nel contesto locale e fu solo in seguito descritta per iscritto da più studiosi in un arco cronologico ristretto» – è quanto si legge al termine del comunicato inviato in Redazione a firma dello stesso Villani (nel riquadro della foto-copertina).

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