LA SVOLTA: «La lettera dell’Arch. Saracino divide politicamente la città tra bravi e cattivi»
Riceviamo e pubblichiamo la nota del movimento civico-politico sammarchese “La Svolta” in risposta alla lettera aperta di ieri dell’Arch. Antonio Pio Saracino ai concittadini sulla “questione Arco“.
Carissimo Direttore,
c’è un momento preciso in cui un’opera d’arte pubblica smette di appartenere esclusivamente alla mente di chi l’ha concepita e diventa, a tutti gli effetti, carne e anima del luogo che la ospita. Per l’Arco della Terra, quel momento è scattato nel 2020, quando il celebre architetto Antonio Pio Saracino – orgoglio sammarchese stimato in tutto il mondo per le sue innovative creazioni in pietra e marmo – ha deciso di donare questo progetto alla sua terra d’origine.
Nessuno mette in discussione, né potrebbe farlo, il diritto sacrosanto dell’architetto Saracino a difendere la proprietà artistica, intellettuale e culturale del bene. È una tutela legittima, mossa sicuramente dal nobile intento di preservare l’universalità dell’opera. Tuttavia, c’è un confine sottile tra la tutela legale e la pretesa di normare il sentimento di appartenenza di una comunità.
Nel momento in cui l’Arco è stato eretto, è diventato il simbolo della rinascita di San Marco in Lamis. Se movimenti civici come “Ricominciamo”, “La Svolta” e, con ogni probabilità, la lista a sostegno del candidato sindaco Angelo Ianzano hanno scelto di richiamare quell’immagine, non lo hanno fatto per “appropriarsene” in modo esclusivo, ma perché in quell’architettura hanno visto lo specchio di una città che vuole ripartire, scommettendo sulla bellezza e sulla modernità.
L’architetto Saracino scrive che “un’opera pubblica deve unire, non dividere”. Eppure, paradossalmente, il suo intervento ottiene l’effetto opposto. Sceso virtualmente in cattedra per redarguire una parte specifica della città, chiedendo di non trasformare l’Arco in un simbolo politico, l’artista ha finito per creare una spaccatura.
Nel pieno di una fase di fermento democratico per la città, questa reprimenda pubblica suona inevitabilmente come un’entrata a gamba tesa che rischia di danneggiare e penalizzare dei concittadini. Parliamo di donne e uomini impegnati nel tessuto civico che non stavano sminuendo l’opera, ma la stavano celebrando, elevandola a simbolo di un riscatto locale possibile.
Se l’Arco della Terra deve essere un patrimonio universale, allora deve essere anche libero dalle restrizioni dell’iper-controllo. La politica, nella sua accezione più alta di servizio alla polis, è anch’essa espressione della comunità. Se una parte di questa comunità decide di identificarsi nelle linee di quell’Arco per immaginare il futuro del paese, sta compiendo il più grande atto di assimilazione e amore verso l’opera stessa.
Riconosciamo ad Antonio Pio Saracino la grandezza del dono e il diritto di vigilare sul suo significato. Ma chiediamo anche all’artista di fare un passo indietro rispetto alle dinamiche locali: lasci la collettività sammarchese libera di vedersi rappresentata nella sua opera. Perché l’arte pubblica è davvero di tutti solo quando si accetta il rischio che il popolo la usi per descrivere i propri sogni, anche quelli politici.
PS = Noi cambieremo il simbolo del nostro movimento, ma considereremo da oggi in poi l’opera di Saracino di proprietà e di pertinenza esclusiva della parte politica che l’ha finanziata ed eretta a simbolo di una città divisa.
