Le STORIELLE di Tonino Cera: “Nemmeno le suore”
Nelle attività che abbiamo avuto l’onore e l’onere di svolgere – per professione o per altre ragioni – ci sono stati anche momenti in cui occorreva mettere da parte il rigido rispetto delle regole. Questo, tuttavia, non è mai accaduto per colpire qualcuno o per favorire una persona a danno di altri.
Siamo stati impegnati in esami e concorsi. Abbiamo fatto parte di commissioni incaricate di assegnare lavori o funzioni. In ogni occasione, abbiamo sempre cercato di aiutare chi, con un piccolo sostegno, avrebbe potuto risolvere problemi cruciali per la propria vita. Se c’era bisogno di un ulteriore attestato per continuare a lavorare, ci ripromettevamo di fare il possibile per ottenerlo. Ad esempio, a volte ci veniva chiesta l’abilitazione per funzioni in cui l’eloquio fluente era essenziale. Anche se il candidato aveva problemi di tartaglìo (balbuzie) – non proprio l’ideale in certi ambiti – si provvedeva lo stesso, senza creare inutili ostacoli.
Tantissimi ragazzi e ragazze sono stati seguiti a scuola per permettere loro di terminare gli studi, nonostante i problemi di vario genere che ostacolavano il loro impegno e rendimento. Ora vivono la loro vita, speriamo serena; e forse, senza quel nostro interessamento, le cose sarebbero andate diversamente.
Non abbiamo mai ceduto a rivalse o, peggio ancora, a vendette. Nemmeno nei confronti di soggetti con i quali – in politica o in altri ambiti – c’erano stati confronti duri, arrivati talvolta al limite (se non oltre) della rottura. E in alcuni casi, quelle rotture c’erano state per davvero.
Un episodio simile successe proprio a scuola, con una docente che aveva bisogno della nuova palestra del “Giannone” per prepararsi all’esame di abilitazione in educazione fisica. Aveva timore di parlare con il dirigente e temeva un rifiuto, poiché aveva una relazione con una persona politicamente avversa al dirigente stesso. Come dicevo, vendette e rivalse non sono mai prevalse: la palestra le fu messa a disposizione, magari sorvolando su qualche procedura, e la docente riuscì a portare a termine il suo concorso.
Come è evidente, non è possibile citare questi episodi con troppa precisione o scendere nei dettagli. Ce ne sarebbero molti altri da raccontare ma, statene certi, ciò che scrivo è accaduto senza ombra di dubbio.
Così come accadde tanti anni fa – e qui andrò un po’ più nel dettaglio – con l’esame di Stato di una suora: Suor L. All’epoca, questa suora era l’assistente di mio figlio Michele alla scuola materna (così si chiamava allora) di Via Piccirelli, gestita dalla Congregazione di S. Maria De Mattias. Quella scuola l’avrebbero frequentata anche gli altri miei due figli, nonostante io fossi – e sia ancora! – un convinto “comunista”.
Per poter insegnare negli istituti scolastici privati, compresi quelli gestiti dalla Chiesa, c’era bisogno del titolo di abilitazione all’insegnamento. Nel caso delle suore di Via Piccirelli, questo titolo si acquisiva ottenendo il diploma in un istituto magistrale del vecchio ordinamento.
Un giorno venni avvicinato dalla madre superiora. Mi spiegò che una consorella, proprio quella Suor L. che seguiva mio figlio, doveva sostenere l’esame di Stato come privatista presso l’Istituto Magistrale di S. Giovanni Rotondo. Le risposi che mi sarei informato e le avrei fatto sapere.
Tra i membri della commissione d’esame al Magistrale di S. Giovanni Rotondo c’era Domenico Galante. Per me, e per i suoi numerosi amici, era semplicemente “Mimì”. Oltre all’amicizia, in quegli anni ci legava un’intensa collaborazione politica: guidavamo infatti un’Amministrazione di sinistra a governare S. Marco (lui socialista, io comunista).
Lo chiamai e ci vedemmo la sera stessa al circolo. Gli parlai di Suor L. e degli esami al Magistrale. Mi fulminò con una battuta: “Tonì, e che cazzo, manche li monneche ce linze!”.
La reazione di Domenico non era affatto peregrina. Essendo io non solo un militante, ma un dirigente locale e provinciale del PCI (ero segretario di sezione e membro del Comitato Federale), non era esattamente “normale”, per non dir di peggio, che mi interessassi alle sorti di una suora. Gli spiegai il motivo del mio interessamento e, alla fine, Mimì capì.
Suor L. diventò maestra elementare. “Anche per meriti suoi”, tenne a precisarmi Domenico a conclusione della vicenda. E tutto continuò come prima.
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