Julian Marley in concerto al Santuario di San Matteo: «La mia missione? Far amare mio padre Bob»

Sarà un concerto (biglietti acquistabili su vivaticket.com) molto speciale quello di Marley per la tappa del tour internazionale del 19 luglio al Convento di San Matteo: l’artista suonerà con le immagini in diretta della finale dei Mondiali di calcio, un modo per onorare il padre Bob che metteva il pallone al secondo posto delle sue passioni dopo la musica.

di Patrizio Ruviglioni (*) 

La rivoluzione di Bob Marley è permanente e, soprattutto, un affare di famiglia. Chiedere a Julian, il nono degli undici figli riconosciuti dalla leggenda (il conteggio è dibattuto), l’unico nato nel Regno Unito – a Londra, 51 anni fa, dalla relazione con Lucy Pounder – prima di un pendolarismo fisico e musicale con la Giamaica.

«Sono cresciuto nell’Inghilterra punk e dance, lo considero un arricchimento», racconta lui, che è il più contaminato di quel miracolo artistico e genetico che è la famiglia Marley, formicaio di talento e somiglianze in cui come tutti i fratelli – compresi i colleghi Ziggy, Stephen, Ky-Mani e Damian – dal Capo ha ereditato la voce, i dreadlocks e, ovviamente, il reggae.

Altro che diaspora: «Non è mai stato un peso essere un “figlio d’arte”. Tutti noi abbiamo dentro le canzoni, rispondiamo solo ai nostri sentimenti. Non si è trattato di “portare avanti la sua eredità”: è successo. Perché papà, come uno spirito, ci guida».

È qualcosa di più grande, lascia intendere, da toccare con mano il 19 luglio a San Marco in Lamis (FestambienteSud) e il 22 a Milano (Magnolia), in un tour europeo da predicatore, al termine del quale promette di pubblicare un nuovo album, il quinto di una carriera cominciata trent’anni fa con il cult Lion in the Morning. Poca politica e, sul palco, niente sermoni: «Da mio padre ho imparato che le parole delle canzoni devono avere un riflesso nella vita di chi le canta».

Così, dalla nuova Give to Life («Un inno: si riceve ciò che si dà») al manifesto ambientalista Don’t Ruin my World, «ora che la battaglia per la difesa delle risorse naturali, del clima e dei più deboli è la più urgente», siamo alle solite: ma la musica può cambiare il mondo? «Sì, perfino nell’epoca dello streaming sa ispirare le persone. Le canzoni sono bottiglie d’acqua: sta a noi decidere quale colorante metterci dentro, che sia quello del bene o quello del male». E, lascia intendere, sarebbe uno spreco scegliere il secondo.

Non è il suo caso. Da fervente membro del movimento Rastafari, Julian rimanda ancora a quel qualcosa di più grande, il padre come messaggero «delle idee di Dio: libertà, uguaglianza, pace, amore, lotta per i propri diritti e felicità», lui come testimone. In scaletta, puntualmente, ci sono cover del Mito, tra cui proprio Jamming, ma senza effetti-karaoke a lucidare l’argenteria di casa.

«Sono testi che non passano mai. È cambiato molto intorno a noi, anche in Giamaica, che oggi è un Paese artisticamente e culturalmente più contaminato di allora: sta spopolando la dance. Ma la rivoluzione di mio padre è eterna. Ritrovo sue tracce nel rock come nel rap, ovunque.

E il reggae sa ancora unire e dare felicità: è la sua natura, non può sparire». Di nuovo il mistico, ma con i piedi a terra. «Credo nella condivisione, persona dopo persona, ai concerti. Se Marley, in Occidente, è stato davvero capito? È impossibile il contrario: pace e amore sono concetti che non si possono fraintendere. Poi, certo, c’è chi fa finta di non sentire».

(*) dal quotidiano Repubblica del 12.7.2026

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