Le STORIELLE di Tonino Cera: “Casce” o formaggio

In queste storielle, l’ho chiamata “memoria leggera” poiché tutto quel che si racconta, a cominciare dai personaggi che ne sono protagonisti, non ha pretese né Storiche né tantomeno letterarie.

Quel che si cerca di descrivere perché ne rimanga traccia, è bene ribadirlo, è “microstoria”. Chi ne è protagonista può avere avuto (o continua ad avere) ruoli di rilievo ma anche non averne affatto, fino ai cosiddetti “ultimi”, gramscianamente intesi, che spesso hanno dato vita a intensi e significativi momenti di vita vissuta.

Fino a non molto tempo fa, a S. Marco, ma credo negli altri migliaia di borghi più o meno grandi d’Italia, anche gli “umili” svolgevano lavori o attività di un qualche genere. Ricordo ad esempio i funerali. Fino a prima dell’epidemia di Covid era ancora in uso celebrarli con cortei che erano composti oltre che dalla componente religiosa, con  la congrega intera, e dalla famiglia del/della defunto/a anche da amici e conoscenti. Non mancava la scenografia, con corone di fiori e altro. Tra coloro che trasportavano gli addobbi vari gli “umili” erano tra quelli.

Ne abbiamo già fatto cenno, ma nelle moltissime botteghe artigiane presenti nella nostra cittadina fino alla fine del secolo scorso, la presenza di persone con “limitate capacità” era diffusa. Non svolgevano attività lavorative vere e proprie, ma aiutavano in aspetti meno importanti gli artigiani e i loro collaboratori.

Ve n’era, poi, anche qualcuno che alla bell’e meglio svolgeva attività in proprio cercando di piazzare merce varia in giro per il paese: di uno di loro abbiamo parlato in altra parte. Certamente non era una vita facile per loro e per le loro famiglie che il più delle volte erano per nulla o poco abbienti.

Quindi poteva accadere di tutto pur di mettere insieme quel che occorreva a sopravvivere più che a vivere. Il welfare state doveva ancora arrivare quindi non vi erano protezioni di sorta. È pur vero che nella nostra cittadina all’epoca vi era molta solidarietà, nelle strade dei quartieri più popolari ci si aiutava gli uni gli altri. Ma a volte, forse anche per l’occasione, ci si trovava di fronte a situazioni che invitavano a fare quello che non si dovrebbe fare mai.

Capitò a Michele Calvano, alias Pinciaiola, il quale, appunto, come si diceva ebbe l’occasione di trafugare delle pezze di formaggi vari dal deposito di un commerciante sammarchese, “lu Casciaiole”, che esercitava soprattutto per mercati settimanali in giro per la provincia.

Non di rado chiedeva a Michele  un aiuto a sistemare la mercanzia in un locale che si trovava in una strada su Porta S. Severo. Una volta lo lasciò per qualche tempo da solo, il nostro Michele, il commerciante, ed ecco l’occasione.

Non gli parve vero, mise da parte in qualche modo alcune pezze di formaggi vari e continuò come nulla fosse. Tutto parve andare per il meglio. Il commerciante ritornò, il lavoro si concluse e si tornò ognuno per i fatti propri.

Non passò molto tempo, però, perché lo stesso si accorgesse della mancanza del formaggio e non ci mise nulla a individuare il responsabile. Partì addirittura una denuncia e il nostro Michele si ritrovò in tribunale, aula della Pretura di S. Giovanni Rotondo (S. Marco era già in decadenza).

Gli venne letto il capo di imputazione, e qui Pinciaiola non poté fare a meno di intervenire. In men che non si dica, ma solo dopo la solita e poco ascoltata sequela di leggi, decreti, articoli, ecc.

Il cancelliere dunque arrivò al motivo concreto per cui si era in quel luogo, “…è accusato di aver trafugato alcune forme intere di formaggio…”, immediatamente Michele intervenne per precisare in perfetto sammarchese: “non accumenzame mo’, non ieva formaggio, ieva casce!” E per lui, sammarchese DOC, la differenza era notevole.

Un conto è parlare di produzione domestico-contadina autoctona, un altro paio di maniche è riferirsi a produzioni industriali con denominazioni per gente poco o per nulla istruita, come era per Michele e per tantissimi come lui prima dell’obbligo scolastico.

E, tuttavia, se ne stia certi: il “formaggio” era (è?) costoso, ma non era saporito come “lu casce” o “li casce” nostrani, almeno di quei tempi, siano essi di pecora, di capra, di mucca (per non parlare di certe prelibatezze, ne abbiamo già raccontato sopra, per quelli che se ne intendevano come “lu casce de quagghia” con i vermi a rotearvisi dentro vispi e ballerini) .

Forse, tuttavia, Michele per formaggio intendeva tutt’altro, chissà, ecco perchè decise di precisare. Per la legge era “formaggio” ma per Pinciaiola era “casce”, per questo nessuna condanna ma solo una ben assestata ramanzina.

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Leggi le Storielle precedenti:

  1. STORIELLA: RITA E LA BANANA
  2. STORIELLA: DON GIUSEPPE MIO
  3. STORIELLA: IL SALUTO CON UNA PUNTA DI MISTERO
  4. STORIELLA: NEMMENO LE SUORE
  5. STORIELLA: I NOMI, LE PAROLE, LA FANTASIA DEL PARENTE… E NON SOLO
  6. STORIELLA: QUANDO SI ANDAVA A FOGGIA
  7. STORIELLA: “MO’ TE POZZE MANNA’ AFFAN….O…”