Le STORIELLE di Tonino Cera: “Mo’ te pozze manna’ affan….o…”

Ora in politica domina il virtuale, come del resto in ogni vicenda umana. Basti guardare alle ultime elezioni americane, dove i social l’hanno fatta da padrone, anche attraverso interventi di manipolazione del voto andati evidentemente a buon fine.

Per non parlare delle tecniche subdole con le quali ci si insinua nelle campagne elettorali, manovrando centinaia di migliaia, se non milioni, di elettori. E qui siamo già alle aberrazioni del cosiddetto ‘capitalismo della sorveglianza’. Ma ci sono anche modi del tutto leciti e legittimi per indirizzare il consenso.

Le modalità sono molteplici e si basano su studi predittivi sulle categorie di elettori: dalle professioni all’appartenenza di genere, fino agli interessi più disparati. Con l’affermazione del digitale, le campagne elettorali (a tutti i livelli, dalle locali alle nazionali) hanno perso il carattere della partecipazione fisica. Non ci si incontra più, non ci si confronta dal vivo e il contatto tra cittadini si è ridotto a zero.

Per non parlare dei cosiddetti influencer, capaci di condizionare milioni di persone convincendole che ciò che è palesemente falso sia vero. Basti pensare allo scalpore suscitato dal recente caso di Roccaraso, invasa da migliaia di persone recatesi nella località sciistica abruzzese perché ‘influenzate’ da una signora napoletana con milioni di follower (e risulta davvero complicato capirne i motivi, almeno per me).

Chi si candida a sindaco, a consigliere regionale o a parlamentare non si sottopone più al confronto pubblico e diretto con l’elettore. Non è più il tempo di riunioni, assemblee o attivi di partito: oggi domina il messaggio social, spesso farcito di risposte non pertinenti o del tutto prive di significato.

Le competizioni elettorali sono diventate un’altra cosa rispetto a ciò che dovrebbero essere: confrontarsi con i cittadini faccia a faccia, come si usava una volta. Ed è evidente come in questo scenario sia più facile per l’elettore sbagliare, finendo per farsi rappresentare da persone incompetenti o animate unicamente da interessi personali e di piccoli gruppi.

Quanti comizi di quartiere c’erano un tempo, e quante accese discussioni prima e dopo. Quante ‘riunioni di caseggiato‘, con gli abitanti del quartiere ad affrontare le questioni concrete legate a strade, servizi e molto altro.

C’era la capillare distribuzione di materiale di propaganda casa per casa (come ci suggeriva il compagno Berlinguer!), che ti costringeva a rispondere – a volte anche nei modi ruvidi ma genuini del confronto vis à vis – a qualsiasi domanda ti venisse posta. Così si imparava la Politica (il maiuscolo è voluto), che al tempo significava impegno per la comunità e ricerca di soluzioni, non sempre facili, ai problemi collettivi.

Occorre, tuttavia, mettere in luce anche quegli aspetti del passato che non erano corretti né onesti, e che in parte sopravvivono. Andare in giro a fermare le persone chiedendo il voto in cambio di un ‘favore’ personale – magari un posto di lavoro o qualcosa di illegittimo che, muovendo le pedine giuste, viene fatto passare per tale – è una pratica tutt’altro che estinta. Questi personaggi circolano ancora e riescono a ottenere il favore di molti. E ci riescono senza che la comunità riceva nulla di buono in cambio.

Da decenni – e in molti avranno capito di chi si parla – c’è chi riveste cariche politiche di rilievo senza aver mai portato alcun beneficio alla cittadinanza. Al contrario, sono accaduti fatti deleteri: dai dissesti dichiarati con grave danno per tutti, ad altre ferite che hanno colpito nel profondo i sentimenti dei sammarchesi (si pensi alla scomparsa del Palco della Villa Comunale). Eppure, sono ancora lì!

Ma qualcuno non ci sta e coglie l’occasione per farsi sentire, rigorosamente alla ‘sammarchese’. È un episodio accaduto realmente e il protagonista si palesa senza infingimenti: si tratta di Giovanni Villani, alias ‘Muziola’.

Eravamo in clima di elezioni politiche per il rinnovo del Parlamento. Giovanni si trovava con amici nei pressi di Piazza Madonna delle Grazie. Si avvicina colui che in passato ha rivestito tutte le cariche politiche elettive possibili, a livello locale e nazionale (non mi va di fare nomi, ma ci vuole poco a individuarlo), e inizia a vantarsi delle ottime probabilità che aveva di essere riconfermato.

Giovanni gli chiede se può dire la sua, e lo fulmina in puro sammarchese, per stile e lingua: «E sinte a me, t’ime mannate allu Comune, t’ime mannate alla Provincia, t’ime mannate alla Regione, t’ime mannate pure a Montecitorio… mo’ te putime manna’ AFFANCULO!!!!!!!».

Una frase pronunciata, come si accennava prima, squisitamente alla sammarchese: con le consonanti che si allungano a dismisura e le vocali che si aprono, volando sopra i nostri boschi e oltre Monte Celano, per farsi sentire nell’Universo Mondo.

Che dire? Mai considerazione politica ha avuto un impatto così asciutto, perentorio e, si potrebbe dire, decisamente inoppugnabile.

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Leggi le Storielle precedenti:

  1. STORIELLA: RITA E LA BANANA
  2. STORIELLA: DON GIUSEPPE MIO
  3. STORIELLA: IL SALUTO CON UNA PUNTA DI MISTERO
  4. STORIELLA: NEMMENO LE SUORE
  5. STORIELLA: I NOMI, LE PAROLE, LA FANTASIA DEL PARENTE… E NON SOLO
  6. STORIELLA: QUANDO SI ANDAVA A FOGGIA