Le STORIELLE di Tonino Cera: “Poca, non si può mai sapere”

Pare siano cambiati anche i modi e i contenuti delle merende. Da ragazzi, a un certo punto del pomeriggio inoltrato, si chiedeva alle nostre madri qualcosa per spezzare il digiuno tra il pranzo e la cena. Spesso era una fetta, se non una fettona, di pane “trumbate” con quel che c’era: poco, a dire il vero, se raffrontato all’abbondanza (a volte esagerata) di oggi.

Le nostre famiglie – sia la mia che quella di mia moglie, così come tutte le famiglie sammarchesi – si sono industriate non poco per assicurarsi dignitose condizioni di vita. Anche quando sono state costrette a emigrare, ritrovandosi lontane dalla Valle, non hanno mai abbandonato gli stili e i modi di vita che da sempre ci caratterizzano. Spesso erano olio e zucchero a essere spalmati su quel pane buonissimo e saporito che oggi, purtroppo, non si trova più.

Del resto non potrebbe essere altrimenti. Non solo perché la sapiente manifattura (e qui richiamare l’etimo “fare con le mani” è doveroso) delle nostre madri era stupefacente, ma anche perché i prodotti per “fare” il pane erano un’altra cosa rispetto a quelli attuali. Oggi, infatti, le materie prime sono sempre più sottoposte a ogni sorta di sofisticazione pur di aumentare consumi e profitti.

A San Marco in Lamis, fino a circa cinquant’anni fa, vi erano persino i mulini che macinavano il grano “a chilometro zero”, come si direbbe oggi. Chi lo produceva, inoltre, era del luogo. Non vi erano dunque molti passaggi intermedi: si andava dalla mietitura, al forno e poi direttamente in tavola in men che non si dica.

Come attestato nel lavoro sulla storia del Gargano di Tommaso Nardella e Giuseppe Soccio, a metà dell’Ottocento a San Marco vi erano ben 35 forni. Si capisce bene, quindi, quale tipo di pane mangiassero i sammarchesi: lo si poteva mangiare anche da solo, tanto saziava con gusto.

I forni venivano alimentati dalla legna dei nostri boschi, che da San Matteo si inoltrano fino a Bosco Quarto e alla Foresta Umbra. Nardella e Soccio, nello stesso studio, riportano documenti che attestano il consumo di circa 220 mila quintali di legna all’anno proveniente da quei boschi. Una quantità tale da preoccupare le autorità dell’epoca; tuttavia, la qualità inconfondibile di quel pane dipendeva forse anche dall’essenza di quegli alberi.

Le massaie impastavano in casa e poi portavano al forno “li parrozze” (le pagnotte). Queste arrivavano a pesare anche 8 chili, poiché dovevano bastare a famiglie numerose per almeno un paio di settimane. Quando il pane restava in dispensa per qualche giorno non faceva la muffa come accade oggi. Al contrario, una volta indurito al punto giusto, veniva cucinato a “panecotte” o a “panecuttedde asselute”: piatti definiti poveri, ma di una squisitezza senza pari.

All’incirca settant’anni fa, cosa non si sarebbe fatto per una fetta di pane con il relativo companatico (“cum panis”, appunto). Ricordo che, quando mia madre decideva di fare visita a fratelli e sorelle, se venivo a saperlo mi avviavo subito con lei.

Arrivati a destinazione, cominciavo a chiederle qualcosa per attirare l’attenzione. Dall’altra parte arrivava, immancabile e puntuale, la domanda dei parenti: ”Mo’ che vo’ stu criature? Nu poche de pane?”. Al mio “sì”, compariva immediatamente una bella fetta di pane – e che pane! – condita con zucchero, olio o altro ancora, se si era fortunati.

Una volta, però, accadde l’irreparabile. Mia zia Rosa (poi emigrata a Milano, dove purtroppo fu vittima di un investimento stradale) mi offrì del pane irrorato contemporaneamente di olio e zucchero: per me era immangiabile! Da quel momento, decisi di non accompagnare mai più mia madre nelle sue visite.

Ovviamente anche i miei figli facevano merenda, ma non più con quel pane. I forni a legna a San Marco sono scomparsi da decenni e le farine non sono più quelle di un tempo. Ricordo bene quando mio figlio Michele, da una stanza all’altra, chiedeva un po’ di pane alla madre, Nina: “Ma’, mi dai un po’ di pane con qualcosa?”. I tempi erano cambiati e il companatico era ormai fatto di tutt’altro: formaggi, salumi o altro ancora.

Capitava però che in quel momento ci fosse poco o nulla in casa, e allora la risposta di mia moglie, in sammarchese stretto, era: “…che t’eja da’? La ‘nnogghia!”. Fu esilarante la reazione di Michele: ”Non me ne mettenne nu’ mare, ancora non me piace!”. Succedeva la stessa cosa con Rachele e Giuseppe. Oggi vedo che anche i miei nipoti chiedono volentieri una fetta di pane con l’olio, magari abbrustolito. Ora si usa il tostapane, mentre un tempo il pane veniva “jaskcate sope lu vrasciere” (abbrustolito sul braciere).

C’è da specificare che in sammarchese stretto la parola “nnogghia” (un insaccato povero ricavato dagli scarti del maiale) viene usata in senso figurato per dire “nulla”, “niente”. Per Michele quella parola era del tutto nuova, ecco spiegato il motivo della sua buffa risposta! Alla fine, comunque, la fetta di pane arrivò, accompagnata dal richiesto companatico.

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Leggi le Storielle precedenti:

  1. STORIELLA: RITA E LA BANANA
  2. STORIELLA: DON GIUSEPPE MIO
  3. STORIELLA: IL SALUTO CON UNA PUNTA DI MISTERO
  4. STORIELLA: NEMMENO LE SUORE
  5. STORIELLA: I NOMI, LE PAROLE, LA FANTASIA DEL PARENTE… E NON SOLO
  6. STORIELLA: QUANDO SI ANDAVA A FOGGIA
  7. STORIELLA: “MO’ TE POZZE MANNA’ AFFAN….O…”
  8. STORIELLA: “CASCE O FORMAGGIO”