C’era una volta Torre Mileto…

In piazza Europa le automobili che circolavano erano pochissime, come nel resto del paese. E andavano piano. Anche perché il conducente voleva farsi notare. Soprattutto dalle ragazzine. Avere un’automobile agli inizi degli anni ’70 era un lusso riservato a pochi. E quelle auto facevano rumore quando erano accese, e alcune anche tanto fumo usciva dalle marmitte.

Con queste caratteristiche, colui che guidava un’auto voleva aumentare la sua “notorietà”: molti si giravano per capire da quale auto provenisse quel rumore e quel fumo. Ed alcune si chiedevano: “Chissà se quel giovane che ha quell’auto stia andando a Torre Mileto, magari ci dà un passaggio”. Poteva essere il pensiero estemporaneo di alcune ragazzine che stavano aspettando l’arrivo dei pullman (corriera o pustala) da prendere “alla diligenza” per potersi assicurare un posto da seduti.

Era un’impresa riuscire ad entrare nei pullman che arrivavano nella piazza del nostro paese d’estate, per poter raggiungere Torre Mileto, la località balenare più vicina al nostro centro, pochi chilometri dopo aver attraversato San Nicandro. Ed è ancora adesso la meta estiva più gettonata dai giovanissimi che non posseggono automobili, e si servono dei pullman di linea.

Attualmente chi parte da San Marco per torre Mileto è fortunato rispetto ai viaggiatori che si servivano dei pullman di tanti ani fa. Adesso ci sono tantissimi pullman nuovi e tutti con l’aria condizionata. Ma alcuni decenni fa si soffriva non poco durante il viaggio, non solo per il caldo, ma anche per la pressa che c’era: calca, affollamento di persone che non guardava in faccia a nessuno, pur di assicurarsi un posto su cui sedersi nel pullman.

E c’erano delle tattiche di studio su come non rimanere in piedi durante l’intero viaggio che dura più di un’ora (poi c’era il ritorno). Intere famiglie la sera prima si riunivano per decidere quale tattica mettere in atto per non rimanere in piedi nel pullman. C’era la tattica: “Sparpagliati e poi riuniti”: famiglia composta, mettiamo, dai genitori e quattro figli. Ogni figlio occupava più di un posto in pullman diversi, sdraiandosi sopra i sedili, allargando le gambe e le braccia. Se qualcuno del nucleo famigliare rimaneva in piedi e addirittura fuori dal pullman, veniva richiamato dal ragazzino dal finestrino, e così il suo diretto parente stretto saliva sul pullman e poteva sedersi comodamente.

L’altra tattica di “occupazione di sedile pubblico”, era denominata “L’ombrellone di Mosè”, l’adulto della famiglia si armava (nel vero senso della parola) dell’ombrellone che lo usava da “apripista”, e tutti gli altri parenti dietro, e l’ombrellone lo teneva dritto, puntandolo verso il fondo  del pullman. E mentre avanzava lo dimenava a destra a e sinistra, aprendo il varco davanti a lui, “schiaffeggiando” altri scalmanati sul pullman che “naturalmente” andavano ad adagiarsi, senza accorgersene, sui sedili. Ma lui, il “patriarca con l’ombrellone”, poteva raggiungere i posti desiderati e poi appoggiare l’ombrellone su almeno quattro sedili.

Quando si vedevano ombrelloni che quasi galleggiavano nei pullman, era meglio spostarsi, non opporre nessuna resistenza!! Senza parlare delle sedie sdraio che ti finivano in testa non si sa come, forse quando se le passavano i vari membri della famiglia cercando di farle letteralmente  volare, dal posto dell’autista fino a metà corriera. Ogni tanto anche qualche “tiella” te la sentivi “recchia recchia” che veniva lanciata per occupare un posto libero.

Durante l’occupazione dei pullman, il vociare era assordante: come quando si scappava dai bombardamenti, con mamme che rimproveravano figli piccolissimi se non fossero riusciti ad occupare almeno un posto: “Ma quant si fregna!! Non ha ‘ccupat manche nu post p te, o frechet…” E una volta seduti, la prima operazione che si faceva era quella di aprire tutti i finestrini e tirare le tendine per riparasi dal sole che “t ngecaleva”!

Il colore dei sedili dei pullman virava verso il “marrone abbronzato” (anche i sedili si abbronzavano sotto il sole di Torre Mileto durante la sosta che durava ore!!! Prima di ripartire). I sedili erano fatti di materiale definiti nella storia del design come “vera finta pelle”. Ma erano comodi. Su alcuni si potevano sedere anche due ragazzini, che la madre amorevolmente li stringeva a sé, seduta al loro fianco.

Quando si iniziava a viaggiare conveniva tenere d’occhio il portabagagli interno del pullman: dall’alto poteva cadere di tutto, ombrelloni, tegami, piccole sedie sdraio, giocattoli e tutto ciò che serviva per la spiaggia. Intanto iniziava a sprigionarsi qualche odore di quello che sarebbe stato divorato da lì a poco: lasagne, pasta al forno, insaccati, provviste quali olive, peperoni sottolio e tutto ciò che veniva conservato in casa per occasioni del genere.

Alcuni ragazzi non si portavano l’ombrellone, poichè una volta giunti in spiaggia, si chiedeva a delle ragazze (che avevano l’ombrellone) di poter “solo appoggiare” le borse con i vestiti dentro: ma era una scusa per poter ritornare sotto quell’ombrellone e rimanere con delle persone che si volevano conoscere. E funzionava!!

I pullman che partivano da San Marco erano più di uno: di Domenica  facilmente ne partivano quattro. Sembrava una piccola stazione ferroviaria dove i pullman si mettevano uno di fianco all’altro, fino a toccare quasi il centro della piazza dove una volta c’era una fontana.

Ci si organizzava come quando si dovevano affrontare lunghi viaggi per emigrare all’estero: erano delle “mini crociere terrestri”, preparate nei minimi particolari. Lasagne fredde avanzate il giorno prima, e poi riscaldate sotto il sole cocente di agosto; insalata di riso sempre presente nei frigoriferi portatili di color “arancione sbiadito”, dove dentro c’erano dei siberini colorati di blu. Borracce anch’esse arancione che avevano un tappo che si apriva mettendo un po’ di forza, e alla quale ci si “appiccicava” senza tanti complimenti: quando si aveva sete, si beveva…

E non mancavano le mitiche bocce!! In spiaggia si giocava a bocce, e bisognava essere precisi: sulla spiaggia non ci sono piste sulle quali far rotolare le bocce, bisognava far cadere la boccia il più vicino possibile al pallino. Poi c’era il tamburello, e il pallone “Super Santos” (anche questo di colore arancione…)

Dopo aver “dispiegato” tutto il “mangiabile” sotto il sole per riscaldarlo, si apriva il tavolo, quello con la “dama” disegnata sopra. Si apriva in due, era di un metallo molto leggero (ma forse era plastica), di un metro di altezza con sedioline che sembravano sedie sdraio in miniatura. Le vere sedie sdraio erano composte da strisce di plastica color “verde Ulk”, che una volta sedutisi per alcuni minuti, ti segnavano le gambe per tutta l’estate!!

L’ombrellone aveva quasi sempre una scritta pubblicitaria: “Crodino”, “Aperol”, “Stock 84”, “Vecchia Romagna” e c’era anche “Kambusa One l’Amaricante!!” erano più dei cimeli che degli ombrelloni, conservati da tanti anni da parenti stretti e poi regalati a figli e nipoti. Il rito di iniziazione per capire se il ragazzino stava diventando adulto, era riuscire a piantare l’ombrellone in spiaggia, e se ci si riusciva, il ragazzino era diventato “uomo”. Altrimenti bisognava aspettare qualche altra estate.

I vicini di ombrellone erano tanti: quasi tutti quelli che stavano su quella spiaggia. Gli stabilimenti balneari allora erano pochissimi, e quindi le spiagge erano “del popolo”. Era come quando si passeggiava sul viale a San Marco, solo che invece di essere vestiti, stavamo in costume. I sammarchesi affollavano quella spiaggia molto di più degli abitanti di San Nicandro e paesi limitrofi. E infatti alcuni sammarchesi facevano amicizia con “gli indigeni”, che aiutavano anche a pescare.

Ricordo un signore di San Marco che aiutava un pescatore del posto a buttare le reti in mare. Ed era spesso sul bagnasciuga e che tutti conoscevano e salutavano. Altri sammarchesi facevano i baristi nei locali di Torre Mileto, insomma era la residenza estiva di tanti sammarchesi, come un “Castel Gandolfo” laico per molti di noi.

Intanto i pullman che ci avevano accompagnati da San Marco a Torre Mileto, ci aspettavano sotto il sole: alle 13 si ritornava al nostro paese.

Chissà chi è stato il primo a soprannominare Torre Mileto come “Beirut”. Il perché lo si capiva subito: molte abitazioni (forse tutte) sono ancora abusive. Senza allaccio di acqua e luce (una volta era così). Le case avevano solo quattro mura senza intonaco e un tetto; le finestre erano degli optional di lusso!! In quelle condizioni ci si arrangiava come si poteva: si andava a compare il ghiaccio “al centro” di Torre Mileto, dove c’erano alcuni ambulanti che lo vendevano dentro delle bacinelle. Il ghiaccio serviva per tenere al fresco acqua e bevande varie.

Spesso i vicini di villeggiatura erano quelli che abitavano vicino casa nostra a San Marco. E se non c’era molta simpatia tra le due famiglie, l’antipatia  continuava anche a Torre Mileto… per tutta l’estate.

Gli ombrelloni piano piano puntualmente perdevano stabilità: si “ammoccavano di quarto”, ci si preparava ad andarli a recuperare,  prima che il vento se li porti via con sé… (“Ho scritto t’amo sulla sabbia”). L’orologio veniva spesso guardato, il tempo che passava era sinonimo di ritornare a casa. E in quel momento ci si preparava alla sofferenza del ritorno. Non solo come sentire la nostalgia di Torre Mileto, ma soprattutto per le “fornaci ardenti” che ci stavano aspettando dentro il pullman!!

Al ritorno non c’era la ressa ai pullman come quando si partiva da San Marco: si era capito che i posti c’erano per tutti. Si prendeva posto sui sedili surriscaldati!! Per soffrire il meno possibile, si appoggiavano sui sedili, i teli da spiaggia che erano serviti fino a pochi minuti prima, ma la temperatura era comunque altissima. Anche se i finestrini erano tutti aperti, e a volte anche la porta anteriore del pullman rimaneva aperta durante tutto il viaggio.

Si viaggiava sotto il solleone delle ore 13, eravamo tutti stanchi, si ammirava il panorama, che ci suggeriva di ritornare anche il giorno dopo, cosa che puntualmente molti facevano. La bellezza del viaggio di ritorno dava la sensazione di vivere una strana malinconia mista ad una nostalgia di imprimatur caraibica (questa mi è venuta così, scusatemi…)

Una “saudade” fatta in casa,  una specie di ricordo nostalgico, affettivo, di un bene speciale che è assente, accompagnato da un desiderio di riviverlo o di possederlo. In molti casi una dimensione quasi mistica, come accettazione del passato e fede nel futuro (e questa invece l’ho copiata da Wikipedia…)

Mi fermo qui con i ricordi… è meglio non ricordare molto. I bei ricordi possono avere delle controindicazioni… mi sono spiegato. Ciao!

Soundtrack: “Ciao mare” – Raoul Casadei

Book recommended: “Oceano mare” di Alessandro Baricco

Film recommended: “Le Grand Bleu” di Luc Besson

Mario Ciro CIAVARELLA AURELIO